Vai al contenuto

Don Marco Ceccarelli IV Domenica Tempo Ordinario “A”: Presentazione al Tempio del Signore

2 Febbraio 2020
I Lettura: Mal 3,1-4
II Lettura: Eb 2,14-18
Vangelo: Lc 2,22-40

  • Testi di riferimento: Gen 20,18; Es 4,22-23; 13,2.12-15; 22,28; 34,19-20; Lv 12,2-8; 27,16; Nm
    3,11-13; 8,15-18; 18,15, 1Sam 1,5-6.22-24; Sal 89,28; Is 42,1-7; 49,6; 60,1-3, Ger 31,9; Lc 2,7; Rm
    8,29, Col 1,15.18; Eb 1,6; 12,22-23, Gc 1,18; Ap 1,5-6, 14,4
  1. La presentazione dei primogeniti.
  • Questa domenica cade il 2 Febbraio, dedicato alla festa della Presentazione del Signore. Una festa
    che, rituffandoci nel clima natalizio, fa risuonare diversi temi biblici: l’adempimento della Legge da
    parte della famiglia di Nazareth; l’ingresso di Dio, in Gesù, nel Tempio; l’attesa paziente della sua
    venuta; la manifestazione luminosa di Dio, attraverso Gesù, anche per le genti; ecc. Fra questi temi
    tuttavia il principale (e forse non sempre messo in luce adeguatamente) è quello relativo alla consacrazione a Dio dei primogeniti. Infatti il brano di Vangelo odierno narra dell’evento in cui Gesù,
    quaranta giorni dopo la sua nascita, viene portato al Tempio di Gerusalemme «per essere presentato
    al Signore, come sta scritto nella Legge di Mosè: ogni maschio che apre l’utero sarà chiamato santo
    per il Signore» (vv. 22-23). L’espressione “che apre l’utero” significa ovviamente “primogenito”;
    essa andrebbe però mantenuta perché molto significativa (vedi sotto). Diversi testi della Legge di
    Mosè prescrivevano questo rito (vedi testi di riferimento); la ragione viene spiegata in Nm 3,13:
    «Tutti i primogeniti sono miei, perché nel giorno in cui colpii tutti i primogeniti nel paese di Egitto
    ho riservato per me tutti i primogeniti, fra gli uomini e fra il bestiame: essi saranno miei». I primogeniti del bestiame venivano ceduti al Tempio per essere sacrificati; i primogeniti umani venivano
    riscattati con un’offerta (Es 13,13; 34,20; Nm 18,15-16). Dunque Gesù viene presentato al Tempio
    per essere consacrato a Dio, essendo egli il primogenito di Maria (Lc 2,7).
  • Il principio basilare di questo atto è quello per cui tutto appartiene a Dio, a partire dal sorgere della
    vita. Gli israeliti devono custodire, attraverso tale rito, la consapevolezza che la possibilità di procreare è un dono di Dio, perché Lui è l’autore della vita. Dopo la prima procreazione descritta nella
    Bibbia, Eva afferma: «Ho acquisito un uomo per mezzo del Signore» (Gen 4,1). Il primogenito è,
    appunto, colui che “apre l’utero” (Es 13,2; 34,19), colui che certifica la possibilità di generare. Finché una donna non ha avuto il primo figlio non può avere la certezza di essere in grado di procreare.
    E se così non fosse sarebbe drammatico, sarebbe avvertito come una “maledizione”. Fino alla nascita del primogenito l’utero, per così dire, è chiuso, non ha ancora manifestato la sua capacità di dare
    la vita; in teoria quell’utero potrebbe non aprirsi mai. Per questo l’israelita deve sapere che tale capacità rimane sempre un dono di Dio. È Lui che “apre l’utero” così da far generare. La vita viene da
    Dio e tutto appartiene a lui. Il primogenito è allora colui che visibilizza la possibilità di “produrre”
    la vita. Come l’utero chiuso è simbolo di sterilità (Gen 20,18; 1Sam 1,5.6), l’apertura dell’utero indica la possibilità di generare. È Dio che dà la vita e la toglie. Nel primogenito si visibilizza il dono
    che Dio fa all’uomo di produrre la vita. L’offerta del primogenito è dunque un riconoscimento di
    questo principio fondamentale. Esso rientra nel contesto più grande dell’offerta delle decime e delle
    primizie (Es 22,28; 34,19-22) come testimonianza che la terra e il poter vivere e prosperare in essa è
    un dono di Dio finalizzato alla comunione con lui. L’offerta dei primogeniti è un riconoscimento
    che il popolo esiste perché Dio lo ha benedetto e lo protegge, che Dio lo ha salvato dall’Egitto e gli
    ha dato una terra. Dio è la fonte della prosperità del popolo.
  • Consacrati al Signore. Il primogenito consacrato al Signore diventa un simbolo di qualcosa di più
    ampio. Il popolo di Israele è il primogenito di Dio (Es 4,22) e Dio lo trae dall’Egitto perché Gli offra un culto (Es 4,23); per questo tutti gli israeliti sono chiamati da Dio a diventare santi, ad essere
    separati dagli altri popoli per essere sua proprietà peculiare (Es 19,5; Dt 7,6). Il senso dell’offerta
    dei primogeniti risiede in questa chiamata a servire Dio, ad essere un popolo sacerdotale (Es 19,6).
    Essa richiama ad Israele la sua missione di “consacrato” di Dio per il mondo. Dio offre all’umanità
    il suo primogenito Israele affinché esso lo faccia conoscere agli uomini. Gli israeliti non possono
    accampare un’autonomia dal Signore. Dal giorno della loro prima pasqua in Egitto essi sono passati
    dalla condizione di schiavitù al Faraone alla libertà del servizio a Dio. La loro esistenza è consacrata al Signore per essere santi come Lui è santo e compiere in mezzo alle nazioni la missione per cui
    Dio li ha chiamati.
  • Primogenito di molti fratelli. Nella presentazione al tempio di Gesù anche se pare che Giuseppe e
    Maria presentino il loro primogenito per “essere santo per il Signore” (v. 23), in realtà è Dio stesso
    che offre colui che dal racconto dell’annunciazione sappiamo essere suo Figlio e già nato santo (Lc
    1,35). Dio offre il suo primogenito al mondo (Eb 1,6) perché diventi primogenito di molti fratelli
    (Rm 8,29), coloro che costituiscono il nuovo Israele, un popolo di sacerdoti santi (Ap 1,6) che appartengono al Signore e che lo facciano conoscere agli uomini. Ma i cristiani non sono soltanto i
    fratelli del primogenito Gesù. Sono anch’essi dei “primogeniti”. La Chiesa è una “assemblea di
    primogeniti” (Eb 12,23), di persone consacrate a Dio per una missione, per offrire a Dio un culto in
    Spirito e verità (Gv 4,23). Un cristiano non può accampare una pretesa di autonomia da Dio. La sua
    vita non gli appartiene (1Cor 6,19; Tt 2,14) perché ormai donata Dio. Il suo essere nel mondo ha
    senso in quanto consacrato al Signore per la missione di manifestare Dio agli uomini.
  1. L’attesa è finita. Simeone e Anna sono due figure che simboleggiano (anche con la loro tarda età)
    la lunga attesa del Messia da parte di Israele, e allo stesso tempo l’ormai giunto compimento, delle
    antiche promesse dei profeti. Simeone aspettava la consolazione d’Israele (v. 25), cioè il compimento delle promesse salvifiche di Dio per il suo popolo; Anna, al profetessa (v. 36), si mette a parlare
    del bambino a quanti aspettavano la redenzione (v. 38). Il significato è chiaro: dopo tanto tempo,
    dopo che le promesse di Dio sembravano anche di difficile realizzazione, l’attesa è finita. Chi non
    ha dubitato della fedeltà di Dio e ha atteso con fiducia, ora ha la gioia di contemplare il compimento
    delle promesse. E ciò significa che ormai non c’è nient’altro da attendere. La salvezza si è fatta presente in Gesù. Lui è il compimento pieno e definitivo di ogni desiderio di salvezza. Ogni altra speranza è vana. Chi si attende ancora una salvezza diversa da quella che ormai è giunta rimarrà inevitabilmente deluso. Cristo è colui che soltanto può saziare ogni aspettativa presente nel cuore umano.
    Simeone può andare in pace perché ha visto lo shalom promesso dai profeti, la salvezza, presente in
    questo bambino.

Fonte:www.donmarcoceccarelli.it

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: