Tonino Lasconi”Una lingua da imparare e praticare”

Domenica di Pentecoste – Solennità – Anno A – 2020

Capirsi, intendersi, accettarsi diversi, collaborare in pace è rivivere la Pentecoste.

Mattina di Pentecoste, circa le ore nove. «Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi» – praticamente rappresentanti di tutto il mondo allora conosciuto – richiamati da un improvviso «fragore disceso dal cielo, quasi un vento che si abbatte impetuoso» si ritrovano davanti a una casa, dalla quale esce un gruppo di persone che parla di Gesù di Nàzaret, uomo «accreditato da Dio per mezzo di miracoli, prodigi e segni», crocifisso e ucciso, ma risuscitato da Dio. Parlano con tanto entusiasmo e gioia da sembrare ubriachi. Grande è la sorpresa della folla per un fenomeno straordinario e sconvolgente: tutti li sentono parlare nella propria lingua nativa. Perciò tutti capiscono. Cosa sarà accaduto? La folla, giustamente meravigliata, non sa che su quegli uomini erano apparse «lingue come di fuoco» che li avevano «colmati di Spirito Santo»: il dono promesso da Gesù risorto.

La scena è di quelle che non si dimenticano, sia perché è bella per i particolari narrativi – la folata di vento impetuoso che scuote la casa, le fiammelle di fuoco che non bruciano ma infiammano, il gruppo che esce dalla casa vincendo la paura, la folla che si interroga su come mai tutti comprendono nella propria lingua – ma soprattutto perché evoca un bene a cui tutti tendiamo, che tutti cerchiamo, e che invece è difficilissimo da trovare e da realizzare: il capirsi, l’intendersi, il sapersi accettare diversi, il riuscire a collaborare in pace. Chi non vorrebbe che nel mondo, nella società, nella vita personale succedesse così?

Immaginiamo che spettacolo sarebbe – e che mondo sarebbe – se davanti a quella casa di Gerusalemme ci fossero russi, americani, cinesi, europei, africani che si capiscono e collaborano.
Immaginiamo che spettacolo sarebbe – e che vita sarebbe – se davanti a quella casa ci fossero i giovani e i vecchi, i mariti e le mogli, i figli e i genitori, i condomini e i colleghi… che si capiscono e collaborano. Immaginiamo che Chiesa sarebbe se davanti a quella casa ci fossero quelli per Papa Francesco, quelli per Papa Ratzinger, quelli per Giovanni Paolo II che si capiscono e collaborano. Sarebbe davvero quella “novella Pentecoste” che i cristiani da sempre invocano, forse però aspettandola e non costruendola.

Bellissima e straordinaria la mattina di Pentecoste a Gerusalemme con la provvidenziale lingua che tutti capiscono senza bisogno di traduttori e interpreti. Però ammirarla e desiderarla non serve a niente. Bisogna farla rivivere, imparando e praticando quella lingua straordinaria che tutti comprendono.
Come si può fare? Quella mattina clamorosa e stupenda non sarebbe avvenuta, e i discepoli di Gesù sarebbero ancora chiusi nel Cenacolo per «timore dei Giudei», se non fosse venuto dal cielo lo Spirito Santo a dare loro il «potere di esprimersi» in quel modo. Questo potere, questo dono, non è un’abilità linguistica, ma mettere alla base della propria vita che “Gesù è il Signore”. E questo è credere, proclamare, testimoniare. Se uno solo è il Signore, non serve fare la guerra per esserlo. C’è lui. Non serve riconoscere ad altri questa “signoria”, accettando di servirli, perché da questa gara a prevalere sugli altri nasce la confusione delle lingue. In Gesù unico Signore, invece, è possibile capirsi, comprendersi, collaborare, accettando che «vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune».

Bellissima e straordinaria la mattina di Pentecoste a Gerusalemme con la provvidenziale lingua che tutti capiscono senza bisogno di traduttori e interpreti. Non solo però se la si ricorda o la si desidera, ma se nel nostro piccolo – famiglia, colleghi, amici, condomini, parrocchia – la si rivive, accogliendo il dono dello Spirito Santo, nel quale possiamo credere e testimoniare che “Gesù è il Signore”.

Fonte:https://www.paoline.it/


FRATI DOMENICANI”Il dono dello Spirito: la conoscenza della verità e la comunione dell’amore”

31 maggio 2020

LE OMELIE
da una collaborazione di un gruppo di frati del convento di Santa Maria delle Grazie a Milano

Solennità della Pentecoste

LETTURE: At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,3b-7.12-13; Gv 20,19-23

Attraverso le tre letture proposte per la festa odierna la Parola di Dio fa emergere tutta la ricchezza e la profondità del mistero dello Spirito Santo. Il vangelo di Gv 20,19-23 rimanda e riporta alla sera di Pasqua: ciò permette di cogliere meglio il significato della Pentecoste. Il quarto evangelista collega, infatti, il dono dello Spirito alla resurrezione di Cristo e la liturgia fa altrettanto con il simbolo del cero pasquale ancora acceso che sarà, però, spento la sera al termine della giornata indicando così la fine del tempo pasquale: «Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito santo”» (Gv 20, 22). È dunque il Risorto che dona il suo Spirito e questo dono dello Spirito è associato al perdono dei peccati. Il brano tratto dagli Atti degli Apostoli (prima lettura:At 2,1-11), che rappresenta l’elemento costitutivo della festa, così colmo di allusioni alle Scritture, suggerisce l’immagine lucana della Chiesa, il nuovo Israele guidato non più dalla Legge ma dallo Spirito (gli elementi del tuono e del fuoco ricordano la consegna da parte di Dio della Legge sul Sinai a Mosè, evento capitale intorno al quale ruota la liturgia della Pentecoste ebraica).Testimonianza preziosa e plastica offre la seconda lettura (1Cor 12, 2b-7, 12-13) delle prime comunità cristiane nel mondo greco intorno al 50: è lo Spirito che animando queste piccole chiese con i suoi doni molteplici e diversi, allo stesso tempo le custodisce e le conserva nell’unità, perché: «A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune» (1Cor 12, 7).

L’ascolto attento e meditativo delle letture bibliche odierne, offrono, come sempre, una serie molteplice di piste di commento e di riflessione, in questo caso sulla divina Persona dello Spirito Santo e sulla Sua missione. Tra le tante ci si può, tuttavia, limitare ad evidenziarne due: la conoscenza della verità e la comunione d’amore che unisce le creature a Dio e le creature tra di loro, tramite lo Spirito. «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31). Ora, dimorare nella parola di Dio significa lasciare che Dio mi parli al cuore. Quello Spirito che tante volte aveva parlato per mezzo dei Profeti, è lo stesso Spirito di Gesù che mi permette di poterlo conoscere in verità e compiutamente: «Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13). Questa verità tutta intera è il dono che Dio fatto all’umanità nel suo Figlio Gesù, il quale, in un giorno accaldato, disse ad una donna della Samaria: «Se tu conoscessi il dono di Dio…» (Gv 4,10); e ora, quel “se tu sapessi” Egli lo dice a ciascuno di noi: questo dono e la sua vita e il dono del suo amore!

Nella grande preghiera elevata al Padre prima di entrare nella Sua passione, preghiera che si colora allo stesso tempo del tono della confidenza amicale rivolta agli apostoli, Gesù domanda esplicitamente che «l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,26). Lo Spirito Santo è questo amore del Padre al Figlio e del Figlio al Padre e ricevere lo Spirito comporta di divenire partecipi della vita stessa, intima, di Dio: «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3); e ancora: «Se conosceste me, conoscereste anche il Padre »(Gv 8,19). E san Paolo chiarirà che senza «lo Spirito di Dio […] nessuno può dire “Gesù è Signore!”» (1Cor 12,3). Altrimenti detto: lo Spirito santo ci conduce alla vera conoscenza del Figlio e in quella comunione di carità che costituisce la vita stessa di Dio. Attraverso lo Spirito e nello Spirito noi diventiamo così figli del Padre nel Cristo, il Figlio unigenito. Conoscere il disegno d’amore di Dio, all’opera dal momento della creazione e pienamente manifestata in Gesù, ci introduce in questa corrente d’amore. E conoscere l’amore significa sapersi amati fin da ora: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23) e, ancora: «Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (1Gv 4,8).

Ma, per amare con la caratteristiche di questo amore è necessario entrare nella dinamica della povertà di Dio che da ricco che era si fece povero in Gesù per raggiungerci e toccarci nella nostra povertà e permetterci, così, di ricevere il Suo amore. Lo Spirito Santo è questo dono del Padre e del Figlio e, allo stesso tempo, la loro intima, amorosa, comunione, una comunione così perfetta da custodire l’unicità di Dio pur nella diversità delle Persone. Nel cuore di colui che Lo accoglie, lo Spirito colloca e rafforza il dono dell’amore. Amare in verità significa donarsi totalmente e diventare a tal punto povero da permettere all’altro di riempirci con il suo amore. Questo è vero dell’amore per il Signore ma anche di quello che unisce due sposi, due amici, insomma di ogni vero amore. Solo questa acconsentita povertà ci permette di accogliere gli altri con tutta la ricchezza della loro diversità di temperamento e di carattere, di opinioni, di gusti, ecc.: non può esserci comunione che nell’accettazione gioiosa di questa diversità, altrimenti si rischia la fusione o la prevaricazione. E solo tale attitudine di povertà davanti all’altro e di accoglienza della diversità che egli reca con sé permette allo Spirito Santo di realizzare una comunione che sia un’immagine della vita trinitaria e di fare di noi veramente il corpo di Cristo. «Padre Santo, custodiscili nel tuo nome […] perché siano una cosa sola, come noi» (Gv 17,11).

In sintesi, l’accoglienza fraterna nell’amore è il dono dello Spirito che in questo giorno di Pentecoste siamo chiamati a implorare nuovamente per le nostre comunità, per le nostre famiglie, per la chiesa, per il mondo intero.

Fonte:http://www.domenicani.it/


don Marco Pozza”Incendio doloso a Gerusalemme”

«Pace a voi!»

La diatriba in atto era feroce: “Insistiamo con le nostre dirette social dal cenacolo, vero?” La schiavitù acquisita dalla paura era diventata una sicurezza: la paura, altissima, era quella di ritornare in strada ed affrontare la nuova situazione creatasi dopo il virus. Dopo la morte del Maestro. Per tal motivo altri, per apparire moderati e non aver grovigli di pensieri da sciogliere, fecero le vittime: “Cogliamo l’occasione: restiamo nel cenacolo per sempre, fuori il mondo è tutto brutto, cattivo”. Fu così che volevano far nascere la Chiesa: tra rimpianti e lamenti, tra la sicurezza che veniva loro dalla gestione della paura e il rischio della libertà del cuore. Einstein arrivò dopo, ma risolse il problema con la stringatezza del suo genio: «La logica vi porterà da A a B. L’immaginazione vi porterà dappertutto». Quando era ancora in vita il Maestro, i discepoli avevano dimostrato di non apprezzare affatto la democrazia dello Spirito: «Signore – Gli suggerirono dopo essersi visti rifiutare il transito attraverso la Samaria – , vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Lc 9,54). Quel giorno Cristo non si scompose più di tanto, si tenne il fuoco in tasca per la prima occasione opportuna. Che Gli si presentò dentro il cenacolo, appena risorto. Li vide scannarsi tra lo stare sulla difensiva – “Continuiamo con le dirette social!” – e il mettersi sull’offensiva: “Tutto il mondo è brutto, cattivo, nessuno più ci vuole”. Decise Lui, ch’è il padre fondatore di quel sogno chiamato Chiesa, cos’avrebbero fatto: nessuna difensiva e nessuna offensiva, era necessario prendere l’iniziativa. Nessuna democrazia, ha deciso Lui così.
La cosa buffa è questa: Iddio li convinse con lo stesso strumento col quale volevano sterminare chi non la pensava come loro, il fuoco. Eccolo, narrato dalla viva voce di chi l’ha subito: «Apparvero loro lingue come di fuoco (…) che si posarono su ciascuno di loro» (At 2,3). Volevano mettere al rogo i Samaritani, Cristo appiccicò il fuoco sulle loro teste: da questo incendio doloso, il più grande incendio doloso mai accaduto nella storia, nacque la Chiesa. Col fuoco vivo del Cristo addosso, furono costretti ad uscire dal cenacolo e correre per le strade: il vecchio trucco di starsene rintanati dietro un pc, nel cenacolo dell’episcopio, in un comfort diabolico venne cancellato da un fuoco che li arse vivi, dalla testa ai piedi. Fu questa la prima Pentecoste cristiana, la nascita della prima Chiesa del Signore Risorto: nacque da pensieri polverosi di uomini scoraggiati e infiacchiti che, d’un tratto, si videro togliere di dosso la coperta da un incendio devastante, con annessa assicurazione di salvataggio in corso: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi (…) Ricevete lo Spirito Santo». Qualora un po’ di respiro fosse rimasto loro addosso dopo la crocifissione del Maestro, Dio in persona ci pensò a strappare loro pure quegli ultimi sprazzi d’aria. Il modo migliore per spegnere un incendio è levargli l’ossigeno: il problema, con Cristo, è che tutto cominciò perchè tolse loro il fiato. Lasciandoli senza più parole che il solo scudo della sua Parola. Una parola di fuoco: «Un fiammifero può appiccare un incendio, ma quando l’incendio è in corso per fermarlo non basta spegnere il fiammifero – scriveva M. Chricton -. Il problema non è più il fiammifero».
Questa è la Chiesa di Cristo, per lei è morto in Croce, per tenerla in forma ogni giorno s’adopra manovrando gli arnesi a disposizione: perchè uomini e donne, passandole accanto, trattengano il fiato come fossero davanti ad un’opera d’arte. Per questo la fece venire al mondo: «A tenere il fiato, si sentiva il rumore del sole come fosse un incendio» (C. Pavese). La modalità, dopo due millenni e oltre di sopravvivenza più che nobile, non muta d’aspetto: nessuna difensiva Gli è gradita, visto che «della sua grazia è piena la terra» (Sal 33,5). Il mondo non è brutto e nemmeno cattivo: perchè stare sull’offensiva, dunque? “Avanti, rimboccatevi tutti le maniche. Fuori subito, tutti in strada” gridò il Risorto-incendiario. D’allora, tra alti e bassi, a chi sta dentro basti ricordare che, per chi crede, poco fuoco incendia un bosco.

(da Il Sussidiario, 30 maggio 2020)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati» (Giovanni 20,19-23).


S.E. Mons. Fortunatus Nwachukwu”Pentecoste: Lingue di fuoco”

Pentecoste: Lingue di fuoco (At 2,3)

di S.E. Mons. Fortunatus Nwachukwu Nunzio Apostolico in Trinidad e Tobago
la festa delle Settimane (in ebraico “hag šābū’ōt”)
La festa delle Settimane

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La Pentecoste in origine era la festa giudaica che celebrava il raccolto primaverile delle primizie del grano. Nel Libro dell’Esodo leggiamo: “Celebrerai anche la festa delle Settimane, la festa cioè delle primizie della mietitura del frumento, e la festa del raccolto al volgere dell’anno… Porterai alla casa del Signore, tuo Dio, il meglio delle primizie della tua terra” (Es 34, 22.26). Era chiamata la festa delle Settimane (in ebraico “hag šābū’ōt”), perché era celebrata sette settimane dopo Pasqua (in ebraico “pesah”), nel cinquantesimo giorno, da cui il nome Pentecoste, dal greco pentēcostēs (“cinquantesimo”). Originariamente era celebrata con un pellegrinaggio a Gerusalemme per l’offerta delle primizie del grano. Con la distruzione del tempio di Gerusalemme nel 70 d.C. essa iniziò a perdere la sua connotazione agricola e fu maggiormente associata con la storia sacra di Israele, in particolare con i grandi eventi del Sinai come il dono della Legge (la promulgazione dei Comandamenti) e l’istituzione dell’Alleanza. Fu proprio in occasione di questa festa, che portò a Gerusalemme molti pellegrini, che lo Spirito Santo discese sui discepoli di Gesù, mentre essi “si trovavano tutti insieme nello stesso luogo” (At 2,1). Non ci viene detto il posto esatto dove i discepoli erano riuniti, nè che fossero bloccati lì a causa della paura dei giudei, come dopo la Pasqua di Gesù e prima della sua apparizione nel cenacolo. Il raduno nel giorno di Pentecoste era differente. È più probabile che essi fossero radunati per celebrare e pregare, come stava diventando loro costume dopo l’ascensione di Gesù (cfr. At 1,14). La discesa dello Spirito Santo è descritta narrativamente:

Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2,2-4).

Noi siamo abituati a pensare alle “lingue di fuoco” come riferite allo Spirito Santo. Senza alcun pregiudizio nei confronti di grandi testi teologici e spirituali che sono stati composti in base a questa comprensione della frase, un esame più attento sembra suggerire una lettura differente e alternativa. È vero che oltre al nome proprio “spirito”, che significa soffio, aria o vento (in ebraico “ruach”, in greco “pneuma” e in latino “spiritus” o “animus”), nella Bibbia sono utilizzati vari simboli, incluso il fuoco, per designare lo Spirito Santo. Fra questi, c’è l’acqua della vita, l’unzione, la nube, la luce, il sigillo, la mano, il dito, la colomba (Cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 694-700). Nonostante ciò, non sarebbe normale che nello stesso contesto venissero presentati contemporaneamente due di questi simboli per descrivere lo Spirito Santo, specialmente quando viene chiamata in causa una delle originali espressioni dello Spirito (aria, soffio o vento) e c’è un’applicazione alternativa per l’altro simbolo. Questo sarebbe il caso della narrazione di Pentecoste. Se il rumore come “il fragore di un vento impetuoso” che Pentecoste

veniva dal cielo sarebbe il naturale riferimento all’arrivo dello Spirito Santo, e se questo “riempie la casa“, lo Spirito non avrebbe bisogno di assumere un’altra forma simbolica accanto a quella del vento. Infatti, sebbene il libro degli Atti degli Apostoli contenga vari riferimenti alla discesa dello Spirito Santo sui discepoli di Gesù e sui nuovi convertiti, nessuno di essi chiama in causa l’immagine delle fiamme o lingue di fuoco. Questo, quindi, lascerebbe la Pentecoste come un’eccezione improbabile in cui lo Spirito Santo apparirebbe in questa forma. Nemmeno nella storia simile a quella della Pentecoste, quella del raduno dei discepoli dopo che Pietro e Giovanni furono liberati dalla prigione (Cfr. At 4,23-31), troviamo le immagini di lingue di fuoco. Tutti gli elementi menzionati in questo racconto sono simili a quelli del giorno di Pentecoste: i discepoli erano riuniti in un unico luogo; erano in preghiera; il loro luogo d’incontro tremò, molto probabilmente per l’arrivo dello Spirito-Vento e il loro dono della parola fu rinnovato. Tuttavia, lo Spirito Santo non aveva bisogno di assumere la forma di fiamme di fuoco nello scendere sui discepoli per ripristinare o rafforzare la loro audacia.

È più probabile che le “lingue di fuoco” della Pentecoste si riferiscano a una presenza, diversa da quella dello Spirito Santo. Un suggerimento si trova nel fatto che questa fiamma o “lingue come il fuoco” non hanno consumato i capelli degli apostoli. Non ci viene detto che sono diventati calvi o hanno subito scottature del cuoio capelluto! Questa fiamma ricorda, più probabilmente, la stessa che apparve a Mosè sull’Horeb, che non consumava il cespuglio sul quale bruciava. In Esodo leggiamo che: “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava” (Es 3,2). Se la fiamma dell’Horeb ha preannunciato la presenza di Dio Padre (il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe), molto probabilmente è la stessa Persona della Santissima Trinità che è apparsa sotto forma di “lingue come di fuoco” a Pentecoste. Le lingue non bruciavano la testa o i capelli degli apostoli, ma sedevano su ciascuno di essi come su un trono! Questa sarebbe una posizione di autorità e conferma. Per completare il quadro, gli apostoli hanno ricevuto anche il dono della parola, che hanno iniziato ad annunciare. Quella parola, con un effetto universale tale che tutti potevano capire, non è altro che Gesù Cristo, la Parola di001-038-1999-Redemptoris-Mater-Roma-Italia-Parete-Ascensione-parete-centraleS Dio (Cfr. Gv 1,1-18). Di conseguenza, ciò che accadde a Pentecoste fu una teofania della Santissima Trinità, che venne per dare forza gli apostoli e inaugurare la missione pubblica della Chiesa. Questo non dovrebbe sorprenderci. Proprio come il ministero pubblico di Gesù fu “inaugurato” nel suo battesimo, con una teofania della Santissima Trinità, quando lo Spirito Santo discese su di lui, sotto forma di colomba, e la voce del Padre venne dal cielo per confermare l’identità di Gesù come Figlio (Cfr. Mt 3,16-17), così allo stesso modo, una teofania della Beata Trinità ha inaugurato la missione universale dei discepoli di Gesù Cristo, la Chiesa, che è il suo Corpo (Cfr. Col 1,18). Tuttavia, poiché lo Spirito Santo è il prolungamento della presenza e della missione di Gesù Cristo nel mondo, e poiché Gesù Cristo è la rivelazione del Padre, con il quale è intrinsecamente uno, possiamo parlare di una teofania trinitaria realizzata attraverso l’effusione dello Spirito Santo. Il Catechismo della Chiesa insegna che nella Pentecoste, “la Santissima Trinità è completamente rivelata” (CCC 732) e segue citando anche un testo della liturgia bizantina della Pentecoste, che associa la celebrazione alla Santissima Trinità: “Abbiamo visto la vera Luce, abbiamo ricevuto lo Spirito celeste, abbiamo trovato la vera fede; adoriamo l’indivisibile Trinità, che ci ha salvati” (ibidem).

Questa interpretazione che riferisce l’immagine del fuoco a Dio Padre, sarebbe anche in linea con vari altri casi nella Bibbia in cui la parola “fuoco” tende a riferirsi principalmente alla presenza o al “volto” di Dio. Si pensi, ad esempio, a Dio che si manifesta al suo Popolo, mentre viaggiavano verso la terra della promessa: li guidò in una colonna di fuoco (Cfr. Es 13,21), scese sul Sinai nel fuoco (Cfr. Es 19,18) e la sua gloria era come un fuoco divorante in cima alla montagna (Cfr. Es 24,17; cfr. anche Dt 4,24). Il salmista dichiarerà in seguito: “come si scioglie la cera di fronte al fuoco, periscono i malvagi davanti a Dio” (Sal 68,2), per cui l’espressione “di fronte del fuoco” è parallela a “davanti a Dio” o “alla presenza di Dio” (in ebraico, “mipnê Adonai“). Nella stessa linea, quindi, quando Gesù dichiarò: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e vorrei che fosse già acceso” (Lc 12,49), è probabile che il fuoco si riferisca alla presenza di Dio, che si manifesta in Gesù Cristo, sebbene quella presenza sarebbe successivamente perpetuata dallo Spirito Santo.

In effetti, l’immagine del fuoco è probabilmente quella che maggiormente ci avvicina ad una comprensione umana del mistero delle relazioni intratrinitarie tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Se si confronta la sostanza divina con il fuoco, allora la fiamma sarebbe l’immagine del Padre, la luce del Figlio e il calore quella dello Spirito Santo. Come il Figlio e lo Spirito Santo vengono dal Padre, così anche la luce e il calore emanano dalla fiamma. Ancora una volta, poiché l’origine del Figlio e dello Spirito Santo dal Padre non implica alcuna precedenza nell’esistenza da parte del Padre, così anche con la fiamma, la luce e il calore. Sebbene la fiamma sia il “padre” o “madre” della luce e del calore, nessuno di loro precede l’altro nell’esistenza. Eppure rimangono tutti distinti, l’uno dall’altro, nelle loro manifestazioni e operazioni. Gesù stesso, in una delle sue rivelazioni “Io sono” nel Vangelo secondo Giovanni, si riferisce a se stesso come “la luce del mondo” (Gv 8,12). Allo stesso modo, il titolo di paraclito (in greco, paraklētos, che significa avvocato, consolatore, aiutante o consigliere), che Gesù applica allo Spirito Santo, fa eco al “calore” trasformativo, che è portato da un consolatore, aiutante, consigliere o avvocato.

Questa lettura aiuta a correggere alcune aberrazioni riguardo alla comprensione dello Spirito Santo. Ad esempio la considerazione dello Spirito come fuoco o lingue di fuoco, porta alcuni a considerarlo come un’arma violenta da scagliare contro nemici, sia umani, materiali che spirituali. Allo stesso modo, comprendendo la parola data agli apostoli nel giorno di Pentecoste come presenza di Gesù Cristo, Parola di Dio, viene smascherato un altro abuso, quello cioè di coloro che si sforzano di “fabbricare” il dono delle lingue o delle parole, producendo suoni insignificanti, come “rataba radababa …”, durante preghiere o canti. Come Parola di Dio, Gesù Cristo non è un’invenzione. Egli è dato. A volte può esserci la “glossolalia” (vale a dire, il dono delle lingue), ma anche in quel caso, ha sempre un messaggio che può essere interpretato. È vero che l’apostolo Paolo insegna che “Chi infatti parla con il dono delle lingue non parla agli uomini ma a Dio poiché, mentre dice per ispirazione cose misteriose, nessuno comprende” (1 Cor 14,2). Tuttavia, lo stesso apostolo insiste sulla necessità che il discorso sia reso intelligibile, “perché l’assemblea ne riceva edificazione” (1 Cor 14,5), altrimenti la persona “parlerebbe solo al vento” (1 Cor 14,9). Con parole che oggi dovrebbero essere lette nuovamente ad alta voce in molti raduni cristiani, l’apostolo dichiara:

Quando si parla con il dono delle lingue, siano in due, o al massimo in tre, a parlare, uno alla volta, e vi sia uno che faccia da interprete. Se non vi è chi interpreta, ciascuno di loro taccia nell’assemblea e parli solo a se stesso e a Dio” (1 Cor 14,27-28).

Il dono delle lingue, quindi, non è qualcosa da “orchestrare” a volontà per attirare l’attenzione su di sé o per mostrare la propria dotazione spirituale o abilità teatrale. È un dono che mira a “edificare la comunità” (1 Cor 14,12). In effetti, qualsiasi espressione del dono delle lingue, che rimane incomprensibile, è solo una distrazione per l’assemblea in preghiera, spesso finalizzata ad attirare un’indebita attenzione su chi parla.

acq_vis_ventoIn sintesi, un modo per apprezzare la presenza e l’impatto dello Spirito Santo nella narrativa di Pentecoste sarebbe quello di concentrarsi sul “vento che si abbatte impetuoso” dal cielo, che “riempì tutta la casa dove stavano” (At 2,2). Nella sua Omelia del giorno di Pentecoste del 2018, Papa Francesco ha sottolineato il fatto che questa immagine ci presenta la realtà dello Spirito Santo come agente di cambiamento e trasformazione nella nostra vita, così come il vento è generalmente principio di cambiamento. Sappiamo molto bene come il vento influenza il tempo. Annuncia l’arrivo delle piogge, ma disperde anche le nuvole per fermare la pioggia. Quando fa freddo, il vento porta calore; e nel tempo soleggiato e caldo, porta freschezza. Allo stesso modo, lo Spirito Santo trasforma i nostri cuori e le nostre vite, proprio come i discepoli che con lo Spirito Santo divennero coraggiosi, uscirono, predicarono il Vangelo e testimoniarono Gesù Cristo fino ai confini della terra.

La forza dello Spirito Santo opera in noi una trasformazione radicale. Dall’essere tiepidi ci rende zelanti; da deboli e pigri siamo resi forti e attivi; e dall’essere negativi sulle cose diventiamo positivi e pieni di speranza. Lo Spirito Santo ci trasforma dal peccato alla grazia! Trasforma anche le esperienze della nostra vita. Riempie la nostra vita di belle sorprese, aprendo per noi porte e percorsi che sembravano chiusi. Nessuna barriera è troppo forte per essere rotta o superata. Si è quindi incoraggiati a pregare sempre di ricevere questo Spirito, specialmente in momenti di grandi sfide.

Inoltre, come il vento, lo Spirito Santo rinnova, promuove e rafforza il senso di comunione, condivisione e comunità. Il vento o l’aria è una delle cose che condividiamo sempre con gli altri, ovunque ci troviamo. Respiriamo la stessa aria con quelli che ci circondano. Se una persona emette un odore cattivo o piacevole nell’aria, raggiunge tutti quelli nello stesso posto. Di conseguenza, la condivisione è un’espressione principale della presenza dello Spirito Santo in una comunità. In tale contesto, si realizzano le parole di San Paolo ai Romani “Nessuno di noi vive per se stesso, nessuno di noi muore per se stesso” (14,7). Siamo tutti “concittadini dei santi e familiari di Dio” (Ef 2,19). Con lo Spirito Santo, tutti noi acquisiamo un obiettivo comune: il regno di Dio e la sua volontà in mezzo a noi. Ecco perché Gesù insegnò ai suoi discepoli a pregare: “Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” (Mt 6,10). Le difficoltà sorgono quando le persone si allontanano da questo impulso dello Spirito Santo e focalizzano il loro interesse solo su se stesse e sulla loro volontà personale. Praticamente cambiano le parole della preghiera del Signore in: “Sia fatta la tua volontà in cielo e la mia in terra”! Tale atteggiamento è la causa di molti problemi nelle famiglie, nel matrimonio e anche nelle comunità ecclesiali.

Lo Spirito Santo ci raggiunge e tocca le nostre vite in vari modi, sia individualmente che nella Chiesa. Il cristiano incontra lo Spirito Santo non solo attraverso le Sacre Scritture, la Tradizione e gli insegnamenti ufficiali tramandati dalla Chiesa, ma anche attraverso i sacramenti, i sacramentali, le celebrazioni liturgiche e le devozioni private, nonché i vari carismi che lo stesso Spirito ispira tra i fedeli (Cfr. CCC, n. 688).

È attraverso lo Spirito Santo che una persona è saldamente inserita in Cristo. L’apostolo Paolo scrive ampiamente sulle conseguenze di ciò. È sufficiente qui menzionarne solo due. In Rom 8,1 ci dice che non c’è condanna per coloro che sono in Cristo. Poi, nella Seconda lettera ai Corinzi spiega ulteriormente perché: “se qualcuno è in Cristo, è una nuova creatura. Le cose di prima sono passate, ecco ce ne sono di nuove” (2Cor 5,17). La trasformazione operata dallo Spirito Santo è così completa, dunque, che ogni persona diventa nuova. Ciascuno può davvero gridare: “Sono nuovo!” Sarebbe grandioso se ogni cristiano emergesse dalla celebrazione della grande solennità della Pentecoste proclamando: “Grazie, Signore. Sono nuovo!”

Lo Spirito Santo non ci riempie semplicemente. Rinnova la nostra vita e ci conduce verso3fb527fd0e6af482512c21cdca5ed5c7 l’alto. Questo è ciò che Gesù insegna riguardo allo spirito nella sua conversazione con Nicodemo nel capitolo 3 del Vangelo secondo Giovanni, specialmente nei versetti 3, 5 e 14. Gesù afferma che attraverso lo spirito riceviamo la rinascita “dall’alto” (vv.3 e 5). Quindi confronta lo spirito con il vento (v.8). Lo Spirito Santo, che è il calore, che emana dal fuoco di Dio, conduce verso l’alto coloro che ne sono riempiti. A volte induce la persona a sfidare le tendenze al ribasso, che come la forza di gravità, normalmente emanano dalle sue naturali inclinazioni. Focalizza la persona in alto. Questo ricorda le parole del salmista: “Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l’aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore: egli ha fatto cielo e terra”(Sal 121,1). Lo Spirito, dunque, ci aiuta a tenere gli occhi sempre concentrati in alto, specialmente quando sorgono difficoltà. Come il Signore per salvare il popolo morso dai serpenti velenosi nel deserto, istruì Mosè a costruire un serpente di bronzo che doveva essere fissato da chi venisse morso (Cfr. Num 21,4-9), esperienza a cui Gesù stesso fa riferimento nel Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 3,14-15), così lo Spirito Santo mantiene il nostro sguardo sollevato verso la Croce di Gesù Cristo, attraverso la quale otteniamo nuova vita e salvezza. Questo è il motivo per cui dobbiamo costantemente gridare: Vieni Oh Spirito Santo. Vieni e resta. Solleva il mio sguardo. Rinnova in me la presenza di Gesù Cristo, affinché anch’io sia totalmente nuovo!


* Nunzio Apostolico in Trinidad e Tobago

Fonte:https://caritasveritatis.blog/


PANE QUOTIDIANO, «RICEVETE LO SPIRITO SANTO»

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La Liturgia di Domenica 09 Giugno 2019 Giorno liturgico: Domenica di Pentecoste Commento:Mons. Josep Àngel SAIZ i Meneses Vescovo di Terrassa (Barcelona, Spagna)

Testo del Vangelo (Gv 20,19-23): La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano 
chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Parola del Signore

«Ricevete lo Spirito Santo»
Mons. Josep Àngel SAIZ i Meneses Vescovo di Terrassa 
(Barcelona, Spagna)

Oggi, nel giorno di Pentecoste si compie la promessa che Gesù fece agli Apostoli. Nel pomeriggio del giorno di Pasqua alitò su di loro e disse: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22). La venuta dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste rinnova e porta a termine questo dono in modo solenne e con manifestazioni esterne. Così culmina il mistero pasquale.

Lo Spirito che Gesù comunica crea, nel discepolo, una nuova condizione umana producendo unità. Quando l’orgoglio dell’uomo lo porta a sfidare Dio costruendo la Torre di Babele, Dio confonde le loro lingue così che non possano capirsi. In Pentecoste avviene l’inverso: per grazia dello Spirito Santo, gli Apostoli sono capiti per gente di provenienze e lingue diverse.

Lo Spirito Santo è il Maestro interiore che guida il discepolo verso la verità, che lo spinge ad operare bene, che lo consola nel dolore, che lo trasforma interiormente, dando forza e capacità nuove.

Il primo giorno di Pentecoste dell’era cristiana, gli Apostoli si trovavano riuniti in compagnia di Maria, raccolti in preghiera. Il raccoglimento, l’attitudine di preghiera è imprescindibile per ricevere lo Spirito. «Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro» (Atti 2,2-3).

Tutti furono pieni di Spirito Santo e si misero a predicare coraggiosamente. Quegli uomini intimoriti erano stati trasformati in coraggiosi predicatori per niente timorosi del carcere, della tortura o del martirio. Non c’è da sorprendersi: la forza dello Spirito era in loro.

Lo Spirito Santo, Terza Persona della Trinità, è l’anima della mia anima, la vita della mia vita, l’essere del mio essere; è la mia santificazione, l’ospite del mio più profondo interiore. Per raggiungere la maturità nella vita di fede è necessario che la relazione con Lui sia ogni volta più consapevole, più personale. In questa celebrazione di Pentecoste spalanchiamo le porte del nostro
interiore.
Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli e accendi in essi il fuoco del tuo amore.

La voce del papa Francesco [Aprite la mente al vostro cuore, 121]:


«...Portare pace nella guerra, calore dove oggi regna il gelo, dare a tutti ciò che è mio, piantare un cielo sulla terra. Che missione entusiasmante ci ha affidato Dio! 


DAL TRATTATO «CONTRO LE ERESIE» DI SANT’IRENEO, “LA MISSIONE DELLO SPIRITO SANTO”

Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo
(Lib. 3, 17, 1-3; SC 34, 302-306)
La missione dello Spirito Santo

    Il Signore concedendo ai discepoli il potere di far nascere gli uomini in Dio, diceva loro: «Andate, ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28, 19).
    È questo lo Spirito che, per mezzo dei profeti, il Signore promise di effondere negli ultimi tempi sui suoi servi e sulle sue serve, perché ricevessero il dono della profezia. Perciò esso discese anche sul Figlio di Dio, divenuto figlio dell’uomo, abituandosi con lui a dimorare nel genere umano, a riposare tra gli uomini e ad abitare nelle creature di Dio, operando in essi la volontà del Padre e rinnovandoli dall’uomo vecchio alla novità di Cristo.
    Luca narra che questo Spirito, dopo l’ascensione del Signore, venne sui discepoli nella Pentecoste con la volontà e il potere di introdurre tutte le nazioni alla vita e alla rivelazione del Nuovo Testamento. Sarebbero così diventate un mirabile coro per intonare l’inno di lode a Dio in perfetto accordo, perché lo Spirito Santo avrebbe annullato le distanze, eliminato le stonature e trasformato il consesso dei popoli in una primizia da offrire a Dio.
    Perciò il Signore promise di mandare lui stesso il Paràclito per renderci graditi a Dio. Infatti come la farina non si amalgama in un’unica massa pastosa, né diventa un unico pane senza l’acqua, così neppure noi, moltitudine disunita, potevamo diventare un’unica Chiesa in Cristo Gesù senza l’«Acqua» che scende dal cielo. E come la terra arida se non riceve l’acqua non può dare frutti, così anche noi, semplice e nudo legno secco, non avremmo mai portato frutto di vita senza la «Pioggia» mandata liberamente dall’alto.
    Il lavacro battesimale con l’azione dello Spirito Santo ci ha unificati tutti nell’anima e nel corpo in quell’unità che preserva dalla morte.
    Lo Spirito di Dio discese sopra il Signore come Spirito di sapienza e di intelligenza, Spirito di consiglio e di fortezza, Spirito di scienza e di pietà, Spirito del timore di Dio (cfr. Is 11, 2).
    Il Signore poi a sua volta diede questo Spirito alla Chiesa, mandando dal cielo il Paràclito su tutta la terra, da dove, come disse egli stesso, il diavolo fu cacciato come folgore cadente (cfr. Lc 10, 18). Perciò è necessaria a noi la rugiada di Dio, perché non abbiamo a bruciare e a diventare infruttuosi e, là dove troviamo l’accusatore, possiamo avere anche l’avvocato.
    Il Signore affida allo Spirito Santo quell’uomo incappato nei ladri, cioè noi. Sente pietà di noi e ci fascia le ferite, e dà i due denari con l’immagine del re. Così imprimendo nel nostro spirito, per opera dello Spirito Santo, l’immagine e l’iscrizione del Padre e del Figlio, fa fruttificare in noi i talenti affidatici perché li restituiamo poi moltiplicati al Signore.