P. Gaetano Piccolo S.J.”La fame inevitabile”

XVIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Is 55, 1-3; Sal.144; Rm 8, 35. 37-39; Mt 14, 13-21.

“Che avrebbe giovato, infatti, la sola bontà,

quando occorreva il pane

con cui nutrire quella folla affamata?”

Sant’Agostino, Omelia 24

La fame inevitabile

Possiamo scegliere di non mangiare, ma non possiamo decidere di non avere fame. In questa evidenza c’è il cuore della libertà umana, ma anche il suo inevitabile limite. Abbiamo fame perché non possiamo fare a meno del mondo, non siamo autosufficienti. La realtà sta davanti a noi e non possiamo evitare di nutrirci di essa. Per questo, crescendo, dobbiamo imparare a scegliere non solo tra quello che ci piace e quello che ci disgusta, ma anche tra quello che ci aiuta a vivere e quello che invece ci avvelena. Forse per questo nelle favole per i bambini si parla spesso di inganni e di pericoli che sopraggiungono attraverso il cibo: dalla mela avvelenata di Biancaneve alla casa di marzapane di Hånsel e Gretel, fino al biscotto che fa crescere nelle avventure di Alice nel paese delle meraviglie. Non lo capiamo subito. Abbiamo bisogno di passare attraverso esperienze, fallimenti e indigestioni fino a quando cominciamo a scoprire quello che davvero ci aiuta a diventare grandi. D’altra parte, averlo compreso, non vuol dire avere anche la costanza di portare avanti un’alimentazione salutare.

Fame di cose profonde

Probabilmente avviene così anche nella fame che riguarda le cose più profonde. E forse anche per questo rimaniamo frustrati nel tentativo di convincere i giovani che Dio è la risposta alla loro fame. Sappiamo bene infatti che da giovani abbiamo ancora la convinzione di essere alquanto onnipotenti, capaci di digerire ogni cosa. La domanda su quello che risponde in maniera più autentica alla nostra fame giunge solo più tardi.

Una folla che ha fame

Nei versetti del Vangelo di questa domenica, la folla anonima non avverte né la fatica né il rischio di correre dietro a Gesù. Lo tiene d’occhio mentre attraversa il lago per non perderlo di vista. Non calcola i tempi e non pensa alla difficoltà di ritrovarsi a mani vuote in un luogo deserto. Possiamo immaginare che sia una folla di gente che ha fame, che sta cercando da tempo una risposta alle proprie domande. È abituata forse anche a restare delusa, ma la fame ti fa cercare e ti fa rischiare. Ed è una folla che si accontenta e non osa chiedere di più. Del resto anch’essi avranno imparato, come avremmo fatto poi noi, che ciascuno deve pensare alla propria fame. Lo pensano anche i discepoli di Gesù, le persone più vicine al Maestro: una buona parola, un insegnamento, un consiglio per la vita può bastare.

Rispondere alla fame

Eppure il Maestro aveva già indicato una via diversa: vedendo le folle, ne ebbe compassione e cominciò a guarire le loro malattie. Provare compassione vuol dire sentire le stesse cose: Gesù sente che hanno bisogno di guarigione, hanno bisogno di comprendere, di imparare a vivere, hanno bisogno di sentirsi amate, ma alla fine hanno anche bisogno di essere sfamate. Gesù guarda l’uomo nella sua totalità. E questo suggerisce anche ai pastori di oggi un’attenzione alla gente che tenga presente la persona nella sua integralità. Quando siamo davanti a un altro, dobbiamo sempre chiederci di cosa ha veramente fame? E in che modo possiamo rispondere alla sua fame? E quando provo a rispondere alla fame di un altro, cresco anch’io, perché scopro di avere risorse impensabili. Per rispondere infatti alla fame della gente, Gesù usa delle mediazioni, ci rende partecipi del suo disegno di salvezza per ogni uomo.

La logica del buon senso

I discepoli, le persone più vicine a Gesù, sono ancora imbevute di una logica mondana: sono ancora dell’idea che alla fin fine ciascuno debba procurarsi da solo quello di cui ha bisogno. Abitano la logica del buon senso. Gesù li spinge a entrare invece in una logica della condivisione. I discepoli sono probabilmente preoccupati della loro fame: sanno di avere poco e preferiscono garantirsi il modo di approfittare di quello che hanno. Secondo alcuni interpreti, i discepoli sono stanchi della gente perché vorrebbero godere di uno spazio di amicizia con il Maestro riservato solo a loro. Gesù li spinge a uscire anche dalla logica del privilegio. La vera amicizia con Gesù la scopriamo nel momento in cui Egli ci rende degni di portare ad altri il suo cibo.

Risorse inadeguate

I discepoli esprimono la logica del buon senso anche perché le risorse che vedono appaiono inadeguate, come spesso succede anche nei contesti apostolici, dove chiaramente le nostre risorse si rivelano irrisorie davanti ai bisogni crescenti e sempre nuovi delle persone. A quel punto potremmo essere tentati di ostacolare la relazione tra Dio e il suo popolo. Gesù allora ci chiede di portare a lui quello che abbiamo, sarà lui, non la nostra intelligenza o le nostre capacità, a rendere quel poco un cibo che sfama in maniera sorprendente. Al contrario noi ci concentriamo più sui nostri limiti che sulla potenza di Dio. Dio trasforma quello che egli stesso ci ha dato e ci chiede di portarlo agli altri, senza paura, confidando in lui. E allora vedremo che le folle saranno saziate e sapranno cosa risponde veramente alla loro fame. E non importa se dopo andranno a cercare il cibo altrove. Non disperiamo. Intanto avranno fatto quell’esperienza!

Un banchetto già pronto

È così che comincia a nascere un nuovo popolo: restano dodici ceste, pronte a saziare la fame delle nuove dodici tribù d’Israele, del nuovo popolo che sta nascendo. Il cibo, abbondante, è già pronto, affinché il nuovo popolo possa mangiare. Il Messia è venuto e ha preparato un banchetto per noi, pronto per fare festa nel momento in cui avremo capito il grande amore di Dio per noi.

Leggersi dentro

  • Dove stai cercando oggi una risposta alla tua fame?
  • In che modo stai aiutando Gesù a portare il suo cibo agli altri?

P. Gaetano Piccolo S.I.

Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va/


padre Ermes Ronchi”È un dono il pane del Signore e va donato”

XVIII Domenica
Tempo ordinario – Anno A (Letture: Isaìa 55,1-3; Salmo 144; Romani 8,35.37-39; Matteo 14,13-21)

(…) Si avvicinarono i discepoli (a Gesù) e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. (…)

Vangelo del pane che trabocca dalle mani, dalle ceste. Segno da custodire con particolare cura, raccontato per ben sei volte dai Vangeli, carico di promesse e profezia.
Gesù vide la grande folla, sentì compassione di loro e curò i loro malati. Tre verbi rivelatori (vide, sentì, curò) che aprono finestre sui sentimenti di Gesù, sul suo mondo interiore. Vide una grande folla, il suo sguardo non scivola via sopra le persone, ma si posa sui singoli, li vede ad uno ad uno. Per lui guardare e amare sono la stessa cosa. E la prima cosa che vede alzarsi da tutta quella gente e che lo raggiunge al cuore è la loro sofferenza: e sentì compassione per loro. Gesù prova dolore per il dolore dell’uomo, è ferito dalle ferite di chi ha davanti, ed è questo che gli fa cambiare i programmi: voleva andarsene in un luogo deserto, ma ora chi detta l’agenda è il dolore dell’uomo, e Gesù si immerge nel tumulto della folla, risucchiato dal vortice della vita dolente. Primo viene il dolore. Il più importante è chi patisce: nella carne, nello spirito, nel cuore. E dalla compassione fioriscono miracoli: guarì i loro malati. Il nostro tesoro più grande è un Dio appassionato che patisce per noi.
Il luogo è deserto, è ormai tardi, questa gente deve mangiare… I discepoli alla scuola di Gesù sono diventati sensibili e attenti, si prendono a cuore le persone. Gesù però fa di più: mostra l’immagine materna di Dio che raccoglie, nutre e alimenta ogni vita, e incalza i suoi: Voi stessi date loro… Le emozioni devono diventare comportamenti, i sentimenti maturare in gesti. Date da mangiare: «La religione non esiste solo per preparare le anime per il cielo: sappiamo che Dio desidera la felicità dei suoi figli anche su questa terra» (Evangelii gaudium 182). Dacci il pane noi invochiamo, donate ribatte Lui. Una religione che non si occupi anche della fame è sterile come la polvere.
Il miracolo del pane è raccontato come una questione di mani. Un moltiplicarsi di mani, più che di pane. Che passa di mano in mano: dai discepoli a Gesù, da lui ai discepoli, dai discepoli alla folla. Allora apri le tue mani. Qualunque sia il pane che tu puoi donare, non trattenerlo, apri il pugno chiuso. Imita il germoglio che si schiude, il seme che si spacca, la nuvola che sparge il suo contenuto.
Che diritto hanno i cinquemila di ricevere pane e pesce? L’unico loro titolo è la fame. E il pane di Dio, quello delle nostre eucaristie, non impoveriamolo mai all’alternativa meschina tra pane meritato o pane proibito: esso è il pane donato, con lo slancio della divina compassione. Pane gioioso e immeritato, per i cinquemila quella sera sulla riva del lago, per tutti noi sulla riva di ogni nostra notte.

Fonte:https://www.avvenire.it/



don lucio d’abbraccio”L’Eucaristia ci deve aiutare ad amare Gesù e il prossimo”

Commento al Vangelo della XVIII Domenica del Tempo Ordinario Anno A (2 agosto 2020)

Il brano del Vangelo di oggi racconta il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Matteo scrive che Gesù «partì su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte» ma le folle numerose, venute a sapere della sua partenza, lo seguono a piedi, costeggiando il lago di Galilea: il loro desiderio di stare con Gesù sembra non ammettere dilazioni. L’evangelista, infatti, annota che «sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati». Il bisogno di queste «pecore senza pastore» (cf Mt 9,36) porta Gesù ad agire concretamente per loro: ancora una volta egli si comporta come «uomo per gli altri», compiendo ciò che è in suo potere per donare pace e consolazione a quanti sono affaticati e oppressi (cf Mt 11,28).

Quando scende la sera i discepoli chiedono a Gesù di congedare le folle affinché, lasciato quel luogo deserto, si rechino nei villaggi vicini a comprarsi da mangiare. Gesù però li coglie di sorpresa e li chiama a convertire il loro sguardo, replicando: «Non occorre che vadano». I discepoli dovrebbero ormai sapere che la comunione con Gesù è fonte di vita abbondante, che ascoltare lui significa mangiare cose buone, secondo le parole del profeta Isaia (prima lettura). Se aderissero dunque con piena fiducia a lui, potrebbero condividere ciò che hanno e fare ciò che egli comanda: «voi stessi date loro da mangiare». Ma la reazione dei discepoli – apparentemente dettata dal buon senso: «non abbiamo altro che cinque pani e due pesci» – mostra in verità la loro incomprensione, il cui vero nome è «poca fede», quella malattia del cuore più volte rimproverata loro da Gesù (cf Mt 8,26; 14,31; 16,8; 17,20).

Allora è il Signore stesso a prendere l’iniziativa, comandando ai discepoli di portare i cinque pani e i due pesci – «Portatemeli qui» – e alle folle di sedersi sull’erba. L’evangelista annota che Gesù, dopo aver dato questi ordini, «prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla». Sono gli stessi gesti compiuti da Gesù nell’ultima cena (cf Mt 26,26), quei gesti alla vista dei quali i due discepoli in cammino verso Emmaus lo riconosceranno come Risorto (cf Lc 24, 30-31), quei gesti che noi ripetiamo al cuore di ogni celebrazione eucaristica: sono la sintesi di tutta la vita di Gesù, spesa e consegnata fino alla morte per amore degli uomini. Ecco la realtà grande contenuta in questo segno della condivisione dei pani e dei pesci: come Cristo ha consegnato la sua vita per gli uomini, così ogni cristiano, suo discepolo, deve donare la propria vita per i fratelli.

Il brano termina raccontando che «Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene», tante quante le tribù di Israele. Il dono di Gesù, dunque, è sovrabbondante: egli è il Messia – «mite e umile di cuore» (cf Mt 11, 29) – che si prende cura di noi donandoci la sua vita per la nostra salvezza. Nessuno, pertanto, potrà separarci dall’amore di Dio, dall’amore di Cristo (seconda lettura). 

Ebbene, la partecipazione all’eucaristia deve contagiarci ad amare non solo Gesù, nostro Salvatore e nostra unica speranza, ma deve animarci anche ad amare i nostri fratelli come Cristo ci ha insegnato.

Fonte:https://donluciodabbraccio585113514.wordpress.com/


Don Paolo Zamengo”Una fame saziata”

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (02/08/2020)

Una fame saziata

La Parola di questa domenica è un invito pressante ad andare dal Signore Gesù perché sia saziata ogni nostra fame e sia placata ogni sete. E’ il Signore stesso a rivolgerci l’invito attraverso le parole del profeta Isaia: “O voi tutti assetati, venite all’acqua” ed è sempre lui a rivolgere al suo popolo una domanda cruciale: “perché spendete denaro per ciò che non sazia?”.

Come esiste un vendere tutti i nostri averi per comprare il campo dove è nascosto il tesoro, così c’è uno spendere tutto quello che abbiamo per ciò che non sazia e che ci costringe ad una fame e ad una sete inestinguibili. Bisogna saper distinguere quale è la vera acqua, occorre saper scegliere dove ci è possibile “comprare e mangiare, senza denaro e senza spesa, vino e latte”. Occorre saper riconoscere che in Cristo, la vita per noi è data per grazia.

Nel testo della liturgia di oggi anche Gesù, come il Battista, si ritira in un luogo solitario, ma di fronte alle folle che accorrono a lui, si lascia commuovere: “ebbe compassione”. La stessa esperienza che Gesù vive davanti al sepolcro di Lazzaro; la stessa compassione che prova davanti alla madre vedova che piange la morte del suo unico figlio.

Questa compassione è il centro capace di modificare le scelte di Gesù, è il luogo in cui la comunione con il Padre si fa visibile e tangibile anche per noi affamati di vita, è ciò che spinge Gesù dal ritirarsi in disparte al donare se stesso attraverso una successione di eventi, all’origine dei quali c’è il dialogo con i suoi discepoli.

Sono proprio i discepoli a costatare la verità dei fatti e a farne una lettura chiara a Gesù: “Il luogo è deserto e ormai è tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. A questa analisi il Signore risponde con un invito che li fa passare dalla misura al dono: “Non occorre che vadano; date loro voi stessi da mangiare”.

E i discepoli come noi, non smettiamo subito di fare i nostri calcoli: “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!”, calcoli che non fanno altro che misurare quanto siamo poveri di fronte a ciò a cui il Signore ci chiama, quanto sia impossibile per le sole nostre forze entrare nella misura senza misura del Vangelo.

E qui, nel cuore di questa impossibilità, che ha abitato l’esperienza di ogni discepolo, e di Pietro (“abbiamo pescato tutta la notte e non abbiamo preso nulla”) e di tutti gli altri discepoli, proprio in questo punto di rottura con le nostre misure e i nostri calcoli, avviene il miracolo attraverso una successione di eventi che ci introducono nel cuore del mistero Eucaristico, luogo nel quale si rinnova il gesto quotidiano della compassione di Dio per noi.

“Prese i cinque pani e i due pesci e alzati gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani, li diede ai discepoli e i discepoli li diedero alla folla. Tutti mangiarono e furono saziati e portarono via dodici ceste piene di pezzi avanzati”.

Si tratta di accogliere l’invito a sfamarci di Lui e a dissetarci alla sua acqua per imparare ad entrare in un’altra logica di vita, per accogliere la nuova misura dell’amore sovrabbondante che non si tira indietro di fronte all’impossibilità, ma accetta la sfida di consegnare come offerta di sé non solo quello che si possiede, ma anche quello che si pensa di non avere nella certezza che il nostro niente nelle mani di Dio diventa pane capace di saziare fino alla sazietà sovrabbondante tutti coloro che, come noi, hanno fame e sete di vita.


#PANEQUOTIDIANO, «UN PROFETA NON È DISPREZZATO SE NON NELLA SUA PATRIA E IN CASA SUA»

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La Liturgia di Venerdi 31 Luglio 2020 VANGELO (Mt 13,54-58) Ciommento:Rev. D. Jordi POU i Sabater (Sant Jordi Desvalls, Girona, Spagna)
+ Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo Gesù, venuto nella sua patria, insegnava nella loro sinagoga e la gente rimaneva stupita e diceva: «Da dove gli vengono questa sapienza e i prodigi? Non è costui il figlio del falegname? E sua madre, non si chiama Maria? E i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle, non stanno tutte da noi? Da dove gli vengono allora tutte queste cose?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua». E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi.

Parola del Signore

«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua»Rev. D. Jordi POU i Sabater 
(Sant Jordi Desvalls, Girona, Spagna)

Oggi, come ieri, parlare di Dio a chi ci conosce da sempre è difficile. Nel caso di Gesù, san Giovanni Crisostomo dice: «Quelli di Nazareth lo ammirano, ma questa ammirazione non li porta a credere ma ad essere gelosi, è come se dicessero: ‘Perché lui e non io?’». Gesù conosceva bene quelli che, piuttosto che ascoltarlo, si scandalizzavano. Erano parenti, amici, vicini di casa che stimava, ma sono proprio loro quelli che non riceveranno il suo messaggio di salvezza.

Noi, -che non possiamo fare miracoli e non abbiamo la santità di Cristo-, non provocheremo l’invidia (anche se a volte può accadere se davvero cerchiamo di vivere cristianamente). In ogni modo, succede spesso, come a Gesù, che coloro che amiamo e apprezziamo sono quelli che meno ci ascoltano. In questo senso, dobbiamo ricordare anche che i difetti si vedono di più che le virtù, e che coloro che sono stati con noi per anni possono dire nel suo interno: -Tu che stavi facendo (o fai) questo o quello, che cosa vuoi insegnare a me?

Predicare o parlare di Dio tra la gente del nostro paese o famiglia è difficile, ma necessario. Inutile dire che quando Gesù va a casa sua è preceduto dalla fama dei suoi miracoli e della sua parola. Forse abbiamo bisogno anche noi, un po’, di stabilire una certa fama di santità al di fuori (e dentro) di casa prima di “predicare” quelli di casa nostra.

San Giovanni Crisostomo aggiunge nel suo commento: «Guarda, ti prego, nella gentilezza del Maestro; non li punisce per no ascoltarlo, piuttosto dice con dolcezza: Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua» ( Mt 13,57). E’ chiaro che Gesù sarebbe partito triste, ma continuerebbe a pregare affinché la sua parola di salvezza fosse ben accolta da i suoi. E noi (che niente avremo da perdonare o ignorare), chissà se dovremmo pregare affinché la parola di Gesù venga a coloro che amiamo, ma che non vogliono ascoltare.

Paolo Curtaz 


Ancora oggi, Gesù si nasconde dietro il volto dei tanti fratelli che incontreremo, che conosciamo e misuriamo, che guardiamo sapendo benissimo dove andranno a parare. No, amici, tenete il cuore desto e le orecchie tese, perché il Signore ci raggiunge attraverso chi non sospetteremmo mai, ci parla proprio attraverso le persone che ci stanno accanto e che, se pronti, possono essere per noi profeti quando meno ce l’aspettiamo ché il Signore ci raggiunge attraverso chi non sospetteremmo mai, ci parla proprio attraverso le persone che ci stanno accanto e che, se pronti, possono essere per noi profeti quando meno ce l’aspettiamo


DAGLI «ATTI» RACCOLTI DA LUDOVICO CONSALVO DALLA BOCCA DI SANT’IGNAZIO”PROVATE GLI SPIRITI SE SONO DA DIO”

Dagli «Atti» raccolti da Ludovico Consalvo dalla bocca di sant’Ignazio
(Cap. 1, 5-9; Acta SS. Iulii, 7, 1868, 647)
Provate gli spiriti se sono da Dio

    Essendo stato appassionato divoratore di romanzi e d’altri libri fantasiosi sulle imprese mirabolanti di celebri personaggi, quando cominciò a sentirsi in via di guarigione, Ignazio domandò che gliene fossero dati alcuni tanto per ingannare il tempo. Ma nella casa, dove era ricoverato, non si trovò alcun libro di quel genere, per cui gliene furono dati due intitolati «Vita di Cristo» e «Florilegio di santi», ambedue nella lingua materna.
    Si mise a leggerli e rileggerli, e man mano che assimilava il loro contenuto, sentiva nascere in sé un certo interesse ai temi ivi trattati. Ma spesso la sua mente ritornava a tutto quel mondo immaginoso descritto dalle letture precedenti. In questo complesso gioco di sollecitazioni si inserì l’azione di Dio misericordioso.
    Infatti, mentre leggeva la vita di Cristo nostro Signore e dei santi, pensava dentro di sé e così si interrogava: «E se facessi anch’io quello che ha fatto san Francesco; e se imitassi l’esempio di san Domenico?». Queste considerazioni duravano anche abbastanza a lungo avvicendandosi con quelle di carattere mondano. Un tale susseguirsi di stati d’animo lo occupò per molto tempo. Ma tra le prime e le seconde vi era una differenza. Quando pensava alle cose del mondo era preso da grande piacere; poi subito dopo quando, stanco, le abbandonava, si ritrovava triste e inaridito. Invece quando immaginava di dover condividere le austerità che aveva visto mettere in pratica dai santi, allora non solo provava piacere mentre vi pensava, ma la gioia continuava anche dopo.
    Tuttavia egli non avvertiva né dava peso a questa differenza fino a che, aperti un giorno gli occhi della mente, incominciò a riflettere attentamente sulle esperienze interiori che gli causavano tristezza e sulle altre che gli portavano gioia.
    Fu la prima meditazione intorno alle cose spirituali. In seguito, addentratosi ormai negli esercizi spirituali, costatò che proprio da qui aveva cominciato a comprendere quello che insegnò ai suoi sulla diversità degli spiriti.