Alessandro Cortesi Commento XXIV domenica tempo ordinario – anno A

Sir 27,30-28,9; Rom 14,7-9; Mt 18,21-35

“Ricòrdati della fine e smetti di odiare, della dissoluzione e della morte e resta fedele ai comandamenti.Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui”

La meditazione del libro del Siracide sul perdono si ricollega ad un testo del Levitico che impone di rifiutare la vendetta: ‘non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello… non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore’ (Lev 19,17.18).

In questo testo c’è una indicazione importante che conduce a superare la logica dell’occhio per occhio e dente per dente, la linea della vendetta e della rappresaglia. Il prossimo tuttavia è identificato con qualcuno vicino, che condivide la medesima fede. Il perdono è limitato a chi appartiene al popolo d’Israele.

Ben Sira in un tempo più tardo (siamo nel II secolo a.C.) rilegge questo testo in un quadro sapienziale e indica nuove aperture: il perdono trova sua radice e motivazione nell’agire di Dio. Dio darà il suo perdono a chi avrà perdonato l’offesa subita: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati?”

Il Siracide quindi collega il perdono ad un duplice ricordo: il ricordo di essere un peccatore e il ricordo dell’alleanza con Dio. Si chiede di non coltivare collera per poter guarire. Aver misericordia del prossimo è via per ricevere perdono dei propri peccati. Nel libro della Sapienza poi si trova un passo ulteriore: il giusto deve agire tenendo come riferimento l’agire di Dio, che è agire di misericordia.

Nel tempo di Gesù la questione del perdono era dibattuta tra i maestri del tempo: qualcuno indicava un limite al perdono da concedere. Proprio queste incertezze stanno alla base della domanda di Pietro: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?”. Si deve perdonare fino a  sette volte? Gesù, venuto a chiedere ‘misericordia e non sacrifici’ rinvia ad una misura della misericordia che non può essere posta entro limiti stretti. “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette…”. La misura ricercata nei dibattiti religiosi diviene smisurata perché il riferimento da assumere non è tanto la capacità umana ma il dono ricevuto da Dio. Gesù sposta il centro della questione e lo riporta alla sua radice presente nel ricordo dell’alleanza.

Fa seguire una parabola che accompagna a scorgere il modo di agire di Dio, ben lontano dai criteri della durezza e della violenza. A fronte della richiesta del servo che gli chiede semplicemente un rinvio del pagamento dei suoi debiti un padrone non solo ascolta la richiesta di aver pazienza ma di sua iniziativa, gratuitamente gli ‘condona’ l’intero debito. Sta qui il passaggio fondamentale della parabola. Il perdono trova la sua origine in Dio che condona perché il  suo amore non può essere rinchiuso e va oltre ogni limite. Il servo tuttavia non è capace di fare altrettanto. Tratta  duramente un suo debitore. Non comunica ad altri il dono ricevuto senza meriti. Da quell’esperienza il suo atteggiamento doveva cambiare. Ma non è così: il servo si dimostra ancora succube della logica del dare e avere.

La parabola originaria di Gesù fu riletta nella comunità di Matteo e presentata con accentuazioni sula vita della chiesa ed in riferimento agli ultimi tempi. Il re che condona diecimila talenti è colui che poi giudica, e viene così evocato il giudizio finale. Il servo che non ha condonato cento denari – una cifra incommensurabile rispetto ai diecimila talenti – è destinato a subire un supplizio drammatico.

Questa pagina intende così offrire un insegnamento sulla grandezza del dono di Dio, sull’esperienza di essere amati e perdonati oltre ogni merito e sulla responsabilità della comunità di Gesù di testimoniare tutto ciò. Il tempo della chiesa dovrebbe essere vissuto tra… tra il perdono ricevuto da Dio, da accogliere con sorpresa e gratitudine, e il perdono da trasmettere agli altri.

Il perdono è in radice dono del Dio di misericordia ed il suo ‘condono’ sta all’origine della nostra vita: il tempo della chiesa è occasione per scelte di riconciliazione tra le persone e i popoli.

La comunità che Gesù desidera è luogo in cui fare esperienza di riconciliazione dove al centro sta l’agire di Dio: è chiamata ad essere responsabile di un perdono che va oltre le misure della giustizia: ‘Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi’ (Mt 6,14).

Alessandro Cortesi op

Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/