fr. Massimo Rossi”XXVIII Domenica del Tempo Ordinario”

fr. Massimo Rossi

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (11/10/2020)

Vangelo: Mt 22,1-14

Ricordate il Vangelo della scorsa domenica, la parabola dei vignaioli omicidi? Quella raccontata oggi è simile: non si tratta di doveri contrattuali da rispettare, ma di una festa da godersi in santa pace… Personalmente i banchetti di nozze non mi suscitano particolari entusiasmi… Ma non si può negare che ricevere un invito a pranzo – e che pranzo!! – sia un onore mica da ridere…

Eppure quegli invitati rifiutarono tutti, ripetutamente, di accogliere l’invito del re. E, come i vignaioli, anche questi uccidono addirittura i messaggeri che recano le partecipazioni.

Un aspetto che costituisce un progresso nella riflessione teologica sulla passione di Cristo – perché è di questo che si tratta! – è costituito dal fatto che la persona del figlio viene citata en passant; l’affronto grave degli invitati è nei confronti del padre, (nei confronti) del re: usando più volte il possessivo ‘mio’ riferito al padrone di casa, lo scrittore ispirato sottolinea che tutto è suo. Rifiutare l’invito significa offendere lui, la sua offerta gratuita, rifiutare il suo amore. Ed è il senso della passione di Cristo: rifiutando il Figlio, i capi del popolo hanno offeso Dio Padre, hanno rifiutato il Dio di Gesù Cristo.

Potremmo discutere sulla natura dell’atteggiamento degli invitati: ostilità, oppure semplice indifferenza? Le conseguenze sono le stesse: al banchetto non ci vanno…

Venendo ai nostri giorni, specie tra i giovani, l’ostilità contro la Chiesa, più che contro Dio, non è così diffusa; è piuttosto l’indifferenza e la noia ad allontanarli dai nostri ambienti cattolici…

Non è il momento per disquisire sulla crisi di fede e di pratica religiosa in genere che l’Italia sta attraversando da ormai più di mezzo secolo; una crisi aggravata dalla pandemia…

Certo, l’osservatorio della Conferenza Episcopale Italiana non ha mai sottovalutato il fenomeno; sono forse le comunità locali ad essere state poco sensibili… Spero di sbagliarmi: ciò che appare ad un primo sguardo è che le iniziative parrocchiali, sono orientate prevalentemente alle fasce d’età superiori – adulti maturi e anziani -, le quali costituiscono ancora lo zoccolo duro della Chiesa… Del resto, la popolazione che frequenta le comunità rappresenta la società odierna, una società oversessanta… Lo dimostra il proliferare delle pubblicazioni sul tema; ne se segnalo alcune: Armando Matteo, “La prima generazione incredula – il difficile rapporto tra i giovani e la fede”, edito da Rubettino nel 2010; Franco Garelli, “Piccoli atei crescono – Davvero una generazione senza Dio?”, Il Mulino, 2016; infine, in ordine di edizione: Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, “La scommessa cattolica – C’è ancora un nesso tra il destino delle nostre società e le vicende del cristianesimo?”, Il Mulino, 2019.

Torniamo al Vangelo: la pagina comincia con queste parole: “Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio.”: l’esordio è fondamentale per la nostra fede nella vita eterna, perché cambia completamente la prospettiva: è generalmente diffusa la convinzione che il regno dei cieli sia un luogo, come l’espressione “andare in Paradiso” suggerirebbe… Grande questione che suscita curiosità e più che curiosità, è infatti dove saremo dopo la morte…

Alla luce delle parole di Gesù, il regno dei cieli è una persona!

La domanda che dovrebbe guidare il nostro desiderio di eternità, non è più “dove?”, ma “da chi?”“con chi?”. Questo cambio di prospettiva risolverebbe almeno in parte un’altra questione di non poco conto: la coordinata dello spazioconditio sine qua non per la vita presente, che nella vita eterna non esiste – almeno così insegnano gli esperti della materia -…

Eliminando l’interrogativo del “dove”, in favore del “Chi ci aspetta dopo la morte”, la coordinata dello spazio non sarebbe più così rilevante.

Ma c’è un aspetto della vita eterna che ci assilla maggiormente: quando arriverò di là – ecco che ritorna lo spazio -, troverò coloro che ho perduto durante questa vita? mio, marito, mia moglie, i miei genitori, i miei figli,…? Potrò ancora intrattenere con loro la relazione interrotta dalla morte?

L’accento sulla persona di Dio, più che sul luogo, relativizzerebbe anche l’interrogativo, così importante per noi che ancora abitiamo in questa valle di lacrime: in altre parole, il Signore ci vuole insegnare che la gioia del Paradiso si manifesterà nell’incontro personale con Dio; come ho gia avuto modo di dire alcune domeniche fa, vedere Dio faccia a faccia, contemplare il Suo volto per l’eternità, costituisce l’unica esperienza che ancora manca a noi comuni mortali…

I sacramenti sono infatti delle mediazioni, occasioni uniche, non sostituibili con alcun surrogato, che ci conducono alla soglie dell’esperienza di Dio.

Nella vita eterna, i sacramenti non saranno più necessari, perché conosceremo Dio così come egli è.

La sostanza del regno dei cieli, l’incontro con una Persona, prima e più che un luogo dove vivere da risorti, può aiutarci a capire l’ultima parte del Vangelo, il comportamento apparentemente strano, per non dire inopportuno, del re, quando incontra quel povero che non aveva il vestito della festa. Con i tempi che corrono, non tutti possono permettersi di acquistare un abito da cerimonia, e neppure di affittarlo. Naturalmente il vestito della festa è un simbolo, rappresenta l’aspetto determinante della vita eterna, senza il quale non si può entrare: l’amore per Dio.

Contemplare in eterno il Suo volto, godere della Sua presenza è la realizzazione di un desiderio suscitato e alimentato dalla fede durante l’intera esperienza terrena…

Non si può desiderare qualcuno senza averlo in qualche modo conosciuto e amato!

Il desiderio è una componente fondamentale dell’amore; per gli affetti umani, questo ragionamento fila liscio come l’olio, e non è il caso di spiegarlo, né di dimostrarlo.
Lo stesso ragionamento regge anche nel rapporto di fede.

Il messaggio evangelico è fondato sull’amore per Dio, quale risposta umana all’amore preveniente di Lui, un amore che ci ha creati e che ci ha redenti.

Non corrispondervi in alcun modo, durante questa vita, rende estranei a qualsiasi relazione di fede.

Allora cominceranno a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori di iniquità!” (Lc 13,25). Minaccia intimidatoria, o solo una frase ad effetto?

Chissà quali sorprese ci riserverà la vita eterna…

Fonte:https://www.qumran2.net/


Wilma Chasseur”VOLETE ANDARE ALLA FESTA?”

VOLETE ANDARE ALLA FESTA?


28a Domenica T.O.


Di bene in meglio: dalla vigna alle nozze. Siete pronti? Abito, calzari e tutto il resto? Perché il problema sta proprio qui: la festa è pronta, ma gli invitati no! Anzi, agli invitati non interessa proprio andare a quella festa, hanno tutt’altro per la testa. E allora il re fa venire quelli che non erano invitati: clochards e compagni. E qui viene il peggio.

– Festa pronta, invitati no!
Gesù paragona il regno dei cieli a una festa di nozze che il re prepara per suo figlio. E infatti all’inizio di tutto ci fu un grande banchetto; Dio creò l’universo ricolmandolo di ogni… ben di Dio (è il caso di dirlo!): stelle a miriadi, universo sterminato che nessuno riuscirà mai a esplorare, oceani abissali, montagne innevate, nubi vaporose, acque azzurre e abbondanza di pesci e bestioline varie, oltre che fiori e frutti di ogni genere e specie. E, a coronamento di questa fantasmagorica moltitudine, Dio creò l’uomo che arrivò per ultimo, al termine della complessità (i regni minerale e vegetale sono molto meno complessi), dotato delle capacità per apprezzare e godere di queste meraviglie e di governarle quale amministratore del re. E dopo averlo creato lo mise nel giardino dell’Eden. E un bel giorno lo invitò a nozze dicendogli pressappoco così: “Io ti ho creato per amore, senza poterti chiedere prima se lo volevi o no, per il semplice fatto ché non esistevi, ma ora voglio sapere se anche tu condividi il mio amore: per dimostrarmelo basterà che tu osservi un piccolo comando che ti do, dopodiché tu entrerai nel mio regno per vivere per sempre con me”. L’uomo e la donna, unici esseri intelligenti e razionali in mezzo a creature senza ragione, avrebbe dovuto dire “Sì eccomi”. Tanti profeti l’hanno detto: “Eccomi manda me”. La Madonna l’ha detto “Eccomi sono la serva del Signore”.

– Manca il primo “eccomi”
Ma nella storia dell’umanità manca un “eccomi” -il primo- quello più decisivo e determinante per il destino umano; quello che avrebbero dovuto dire il primo uomo e la prima donna, e non l’hanno detto. Il primo rifiuto all’invito a nozze fu fatto subito, agli albori dell’umanità, non c’è stato bisogno di aspettare molto… Ma Dio, “lento all’ira e grande nell’amore”, non si lasciò disarmare e diede un secondo banchetto: festa di nozze vera e propria perché Dio decise di fare uno sposalizio tra il Figlio suo, l’unigenito e tutta l’umanità che, in Adamo ed Eva, aveva dapprima detto di no. E così avvenne l’Incarnazione del Verbo che scese sulla Terra e assunse la natura umana come sposa. E questa cosa fa? Ahimè, lo fa fuori (come abbiamo visto domenica scorsa coi vignaioli che uccisero l’erede, cioè il figlio). Ma è troppo tardi! Ormai Lui è dentro! Nel cuore di ogni uomo. Se gli uomini sono riusciti a farlo fuori dall’esterno, non sono però riusciti a farlo fuori dal di dentro, dal cuore dell’uomo. E così, da più di duemila anni a questa parte, assistiamo alle meraviglie che Lui ha operato “dentro”: dai primi cristiani martirizzati per la loro fede, fino alle miriadi di testimoni che l’hanno seguito fino alla fine. Tutti lì a testimoniare che il regno di Dio è in mezzo a noi e che il Signore continua ad invitare uomini e donne al suo seguito.

– Invitati a far avanzare il regno
Nel nostro piccolo ci siamo anche noi! Invitati alla festa e a far avanzare il regno! Ci pensate che dignità e che fiducia il Signore ci accorda? Non deludiamolo e rispondiamo “Eccomi, manda me”. Oggi! Se tergiversiamo o rifiutiamo, la grazia di oggi non tornerà più, e non saremo neanche pronti per ricevere la grazia di domani perché, a forza di rifiutare, il cuore finisce per indurirsi e non riconosce più la voce dello Spirito Santo. Chiediamo orecchie funzionanti e cuore liquefatto.

WILMA CHASSEUR

Fonte:http://www.incamminocongesu.org/

Domande della settimana:

1) A cosa è simile il regno dei cieli? (Mt)

2) Quanti sono i chiamati?

3) Quanti gli eletti?

Figlie della Chiesa Lectio XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario

 Lun, 05 Ott 20  Lectio Divina – Anno A

Le letture della liturgia odierna si ricollegano abbastanza direttamente a quelle della scorsa domenica: lì, nel cantico della vigna di Isaia e nella parabola dei vignaioli omicidi di Matteo si rinfacciava all’uomo la scarsa capacità di essere fedele alle chiamate di Dio e si profilava per questo il peggior castigo: l’attenzione di Dio si sarebbe scostata dal popolo di Israele e si sarebbe rivolta altrove. Nelle letture di oggi sentiamo la conferma di un destino magnifico per i giusti (Isaia), ma ancora una volta viene stigmatizzata la scarsa fedeltà dell’uomo a Dio ed annunciate le conseguenze di essa.

La prima lettura è tratta dalla cosiddetta “Grande Apocalisse di Isaia” è un testo che strutturalmente è contenuto nel I° Isaia, ma per le caratteristiche stilistiche viene abbastanza concordemente attribuito ad un autore diverso (secondo alcuni autori allo stesso DeuteroIsaia.)

Nel brano che abbiamo letto viene descritto il magnifico destino che spetta (ai soli giusti, a quel resto di Israele che potrà sfuggire alle distruzioni descritte nel testo subito prima): è un’immagine allettante del Ultimo Giorno, un banchetto eccezionale per la quantità e la qualità delle pietanze e bevande, ma soprattutto, un premio spirituale, quale l’illuminazione interiore, che spezzerà l’ignoranza umana e l’abolizione della morte e con essa di ogni lutto e dolore. E’ proprio il caso di restarne entusiasmati e di erompere in un canto di ringraziamento a questo Dio Misericordioso e Fedele.

La immensa fedeltà di Dio è il vero fondamento della fiducia piena ed affettuosa che permette all’uomo di vivere sicuro e tranquillo, come poeticamente ci ricorda in ogni suo passo il salmo responsoriale “Il Signore è il mio Pastore”.

E’ la stessa certezza che porta anche Paolo a dire, nella seconda lettura, dalla lettera ai Filippesi, “tutto posso in colui che mi dà forza”: solo la fede nella presenza del Signore gli permette di saper essere povero coi poveri e ricco coi ricchi (anche se poi si fa un dovere di riconoscere l’utilità degli aiuti ricevuti dagli amati Filippesi).

Nella parabola si riprende il tema di domenica scorsa; anche cronologicamente, le due parabole sono consecutive nel vangelo di Matteo, collocate negli ultimi giorni di attività di Gesù, prima della sua Passione e Morte in Gerusalemme. Il tema è quello della chiamata del Signore, non corrisposta dal popolo di Israele, ma qui, se possibile, i toni si colorano di maggiore tensione emotiva, perché qui il Signore viene colpito nella stessa sfera personale, le nozze del Figlio prediletto: quale affronto più grande verso un Re, ignorare la festa di matrimonio del Figlio!

Più o meno la stessa parabola viene raccontata anche da Luca, che, però la colloca in un periodo precedente dell’attività di Gesù, e pare soprattutto intento a discriminare le varie motivazioni addotte dagli invitati per rifiutare l’invito ed il tono emotivo è sicuramente inferiore; in Matteo, oltre a tutto, all’insensibilità degli invitati si aggiunge, come nella parabola dei vignaioli omicidi, la loro protervia e violenza!

C’è un altro importante elemento di dissociazione rispetto al racconto di Luca. In entrambe i casi gli invitati indisponibili sono sostituiti da altri raccogliticci, presi dai servi a caso, data l’urgenza del comando di riempire il palazzo del padrone; Matteo ci tiene ad aggiungere che fra essi ci sono sia buoni che cattivi, quasi a voler escludere completamente qualsiasi merito personale alla radice della nostra chiamata. Ma nel racconto di Matteo viene aggiunto un altro episodio imprevedibile e sconcertante: uno di questi nuovi invitati si aggira per il palazzo del Re senza indossare la veste nuziale e, per questo, viene subito cacciato in malo modo. Ma come pretendere che un poveraccio, pescato all’ultimo momento ad un crocicchio fosse fornito dell’abito nuziale? Una risposta sembrerebbe provenire dalle antiche usanze orientali (forse confermate anche da recenti scoperte archeologiche): ci sarebbe stata l’usanza, nelle case dei più ricchi, di donare a tutti gli invitati un abito da indossare per la festa; esserne privo era frutto di una propria trascuratezza, superficialità e scarso rispetto, perciò si giustificherebbe bene l’ira del Signore.

Una simile interpretazione potrebbe portarci, però, ad identificare il significato dell’abito nuziale in senso moralistico: l’abito richiesto sarebbe il comportamento etico, le nostre opere buone e ciò non mi sembra troppo in accordo con quanto, in generale, ci insegna il vangelo.

Una risposta migliore potrebbe provenire dalle parole di san Paolo in Gal.3,27 quando scrive “vi siete rivestiti di Cristo”. Entrando nella sala del banchetto di nozze, “vi siete spogliati dell’uomo vecchio con le sue azioni e avete rivestito il nuovo.” L’abito da cerimonia, che ci viene richiesto, è proprio questa capacità di rivestirsi di Cristo, di aprirsi totalmente e fedelmente all’opera dello Spirito Santo.

Non è che, per il solo fatto rituale dell’essere battezzati, i Cristiani della comunità di Matteo potessero automaticamente ritenersi certi di entrare nel Banchetto delle Nozze; e così è anche per noi, oggi: dobbiamo ogni giorno conquistare la speranza della salvezza, attraverso, la capacità di convertirci continuamente, di rinnovare ogni momento il SI fiducioso a Dio che ci chiama.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/


#PANEQUOTIDIANO,«MARTA, MARTA, TU TI AFFANNI E TI AGITI PER MOLTE COSE, MA DI UNA COSA SOLA C’È BISOGNO»

La Liturgia di Martedi 06 Ottobre 2020   VANGELO (Lc 10,38-42) Commento:Rev. D. Josep RIBOT i Margarit (Tarragona, Spagna)


In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo
ospitò.
Ella aveva una sorella, di nome Maria, la quale, seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola. Marta invece era distolta per i molti servizi.
Allora si fece avanti e disse: «Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma il Signore le rispose: «Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».
Parola del Signoreù

«Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno»
Rev. D. Josep RIBOT i Margarit 
(Tarragona, Spagna)


Oggi, come ogni giorno, puoi imparare dal Vangelo. Gesù invitato a casa di Betania, ci da una lezione di umanità: Egli che voleva bene alla gente, si faceva voler bene, perché le due cose sono importanti. Rifiutare le mostre d’affetto, di Dio e degli altri, sarebbe un grave errore, di nefaste conseguenze per la santità.

Marta o Maria?, però…, perché affrontare coloro che si volevano tanto bene, e volevano tanto bene a Dio? Gesù amava a Marta e Maria, e al loro fratello Lazzaro, e ama ognuno di noi.

Nel cammino alla santità non ci sono due anime gemelle. Tutti procuriamo amare Dio, però con stile e personalità propria senza imitare nessuno. Il nostro modello sta in Cristo e nella Vergine. Ti dispiace il modo in cui gli altri trattano Dio? Cerca di imparare dalla sua pietà personale.

«Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti» (Lc 10,40). Servire gli altri per amore a Dio, è un onore, non un aggravio. Serviamo con gioia, come la Vergine a sua cugina Santa Elisabetta o nelle nozze di Canà, o come Gesù nella lavanda dei piedi nell’ultima cena?

«Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno» (Lc 10,41-42). Non perdiamo la pace, ne il buon umore. E per questo salvaguardiamo la presenza di Dio. «Sappiatelo bene: c’è qualcosa di Santo, di divino nascosto nelle situazioni più comuni, che è compito di ognuno di noi scoprire (…); o sappiamo incontrare nella nostra vita ordinaria il Signore, o non lo incontreremo mai» (San Josemaria).

«Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Lc 10,42). Dio ci vuole felici. Che nostra Madre del cielo ci aiuti a sperimentare la gioia di darsi.

La voce di uno scrittore Domenicano dei nostri giorni

Risultati immagini per Timothy Radcliffe

“Dobbiamo lasciare che il Vangelo ci riporti anzitutto al silenzio e all’ascolto della Parola. Poi però siamo chiamati ad assumere nella Parola di Dio tutte le gioie e i dolori del popolo di Dio, riconoscendo il Cristo che vive e muore in quel Corpo”.

Timothy Radcliffe


DALLA «LETTERA AI CRISTIANI DI TRALLE» DI SANT’IGNAZIO DI ANTIOCHIA, “VOGLIO PREMUNIRVI, COME FIGLI AMATISSIMI”

Dalla «Lettera ai cristiani di Tralle» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire(Capp. 1, 1 – 3, 2; 4, 1-2; 6, 1; 7, 1 – 8, 1; Funk, 1, 203-209)Voglio premunirvi, come figli amatissimi

   Ignazio, detto anche Teoforo, alla santa chiesa, amata da Dio, Padre di Gesù Cristo, che si trova a Tralle in Asia e che, eletta da Dio e di lui degna, ha pace nel corpo e nell’anima per la passione di Gesù Cristo, nostra speranza, in attesa di risorgere in lui. La saluto nella pienezza dello spirito, secondo l’uso apostolico, e le auguro ogni bene.
   So che mostrate sentimenti irreprensibili e siete saldi nella prova, non per opportunismo, ma per una educazione che in voi è ormai diventata connaturale. Me lo disse appunto il vostro vescovo Polibio quando venne a Smirne per volontà di Dio e di Gesù Cristo. Egli ne gioì con me, incatenato per Gesù Cristo, ed io potei contemplare nella sua persona tutta la vostra comunità. Ricevendo per mezzo suo prova della vostra benevolenza secondo Dio, resi gloria al Signore per avervi trovati, come già sapevo, suoi imitatori.
   Infatti siete sottomessi al vescovo come a Gesù Cristo, e perciò non vivete secondo gli uomini, ma secondo Gesù Cristo che è morto per noi. Credendo nella morte di lui, sfuggite alla morte. È necessario che, come già fate, nulla facciate senza il vescovo e che siate sottomessi anche al collegio presbiterale come agli apostoli di Gesù Cristo, nostra speranza, per essere trovati in comunione con lui.
   È necessario che anche i diaconi, quali ministri dei misteri di Gesù Cristo, siano accetti a tutti in ogni cosa: non sono infatti ministri di cibi o di bevande, ma della Chiesa di Dio, e devono perciò tenersi lontani da qualsiasi colpa come dal fuoco. Da parte loro, tutti rispettino i diaconi come Gesù Cristo, onorino particolarmente il vescovo, che è immagine del Padre, e i presbiteri quale senato di Dio e assemblea degli apostoli. Senza di essi non si può parlare di chiesa.
   Sono certo che queste sono le vostre disposizioni al riguardo. Nella persona del vostro vescovo ho accolto e ho tuttora presso di me l’immagine della vostra carità: il suo modo di comportarsi è un grande insegnamento e la sua dolcezza una forza.
   Dio si manifesta in molti modi al mio spirito, ma vado cauto nel parlare di ciò per non perdermi, cadendo nella vanagloria. Proprio adesso devo maggiormente temere, né intendo prestar orecchio alle lodi. Coloro che mi lodano, mi flagellano. Certo desidero soffrire, ma non so se ne sia degno. La mia impazienza non si manifesta ai più, ma mi tormenta senza tregua. Ho bisogno di umiltà con la quale si sconfigge il principe di questo mondo.
   Vi scongiuro, non io ma l’amore di Gesù Cristo: nutritevi solo della sana dottrina cristiana e tenetevi lontani da ogni erba estranea, qual è l’eresia. Ciò avverrà se non vi lascerete gonfiare dall’orgoglio e non vi separerete da Gesù Cristo Dio e dal vescovo e dai comandi degli apostoli. Chi sta all’interno del santuario è puro; ma chi ne è al di fuori, è impuro. In altri termini: chiunque compie qualche cosa senza il vescovo, il collegio dei presbiteri e i diaconi, non agisce con coscienza pura.
   Non già che abbia riscontrato in voi queste cose: ma vi scrivo per premunirvi, come figli amatissimi.