Don Marco Ceccarelli

Don Marco Ceccarelli Commento XXIX Domenica Tempo Ordinario

XXIX Domenica Tempo Ordinario “A” – 18 Ottobre 2020
I lettura: Is 45,1.4-6
II lettura: 1Ts 1,1-5
Vangelo: Mt 22,15-21

  • Testi di riferimento: 1Sam 16,7; Sal 41,7; Pr 3,9; 24,21; 29,5; Is 29,21; Ger 18,18; 20,10; Dn 3,16-
    18; Mi 7,2; Mal 1,6-8; 3,8-10; Mt 4,10; 6,24; 22,37; Mc 12,43-44; Lc 11,53-54; 23,2; Gv 2,25; 3,2;
    7,18; 8,6; 19,15; At 4,19; 5,29; 17,7; 18,26; 25,8; Rm 12,1; 13,6-7; 1Cor 3,23; 6,19-20; 12,27; Gal
    1,10; Ef 6,5; 10,34; 1Ts 2,4; Gc 3,17; 1Pt 2,13-14.17
  1. La “tentazione” di Gesù (v. 19).
  • Con le quattro parabole delle domeniche precedenti che si esprimevano pesantemente contro i capi
    del popolo, l’insegnamento di Gesù comincia a dare decisamente fastidio. È ormai tempo di farlo
    zittire. Si apre così una fase, con il brano di Vangelo odierno, in cui si cerca di cogliere qualcosa nei
    discorsi di Gesù che serva a farlo condannare dalle autorità (v. 15). Da ciò si capisce il coinvolgimento degli “erodiani” (v. 16) nell’azione condotta dai farisei (due categorie che difficilmente
    avrebbero condiviso qualcosa). Lo scopo era quello di screditare Gesù davanti al sentimento religioso del popolo o, magari preferibilmente, fornire alle guardie degli elementi per arrestarlo. Così viene posta a Gesù una domanda trabocchetto, perché in qualunque modo egli avesse risposto – così si
    pensava – avrebbe compromesso la sua attività di predicatore. La domanda è posta appunto in modo
    da spingerlo a rispondere o sì o no.
  • A tal fine, al fine cioè di costringere Gesù a non evadere la domanda, le viene premessa una adulazione. Come a dire: Tu che sei così coraggioso, così veritiero che non hai paura di dire come stanno le cose, così imparziale che non ti fai intimorire da nessuno, allora rispondi chiaramente un sì o
    un no a questa domanda. Questa provocazione attraverso l’adulazione (cfr. Sal 5,10; 12,3; 55,22; Pr
    29,5) mostra tutta la doppiezza e malvagità dei farisei (Lc 11,53-54). Ciò che essi dicono corrisponde a verità: è vero che Gesù è un profeta e che dice la verità senza preoccuparsi di chi ha di fronte.
    Ma essi gli dicono questo con malvagità (v. 18). Peggiore che negare o disconoscere la verità è infatti usare la verità per nuocere a chi la professa. È il comportamento di quelli che gioiscono per la
    verità soltanto perché in tal modo possono fare del male a chi la annuncia. Provocano discorsi spirituali, teologici, mostrando un interesse alle cose di Dio, ma con lo scopo di danneggiare i loro interlocutori. Proprio perché sanno qual è la verità (in questo sta la “ipocrisia”), vogliono che essa faccia
    del male a chi la proclama. E, attenzione, questo tipo di persone appartiene alla cerchia dei “vicini”
    (Sal 41,7; Ger 18,18; 20,10). Sono coloro di cui non si avrebbe motivo di sospettare della loro malizia. L’adulazione viene usata per spingere a dire la verità. D’altro lato se Gesù avesse fornito una
    risposta evasiva avrebbe perso credibilità. Qui sta la tentazione a cui Gesù è sottoposto.
  • La verità ha un valore in sé; è oggettiva. Non dipende dal gradimento dell’ascoltatore. Quindi colui che ama la verità la riconosce e la accoglie indipendentemente dalla convenienza che egli ha. Ma
    spesso dietro l’amore per la verità si nasconde l’amore per il proprio interesse. E quando essa va
    contro i propri interessi la si vuole far passare come menzogna. Così quando l’insegnamento di Cristo o della Chiesa risulta scomodo si vuole trovare qualche appiglio per mostrare che esso non può
    essere sempre seguito, che ci possono essere delle incongruenze, delle contraddizioni, per cui possiamo sentirci svincolati dal fare qualcosa di cui non siamo certi che sia la volontà di Dio.
  1. La moneta del tributo (v. 19). Come accade non di rado, chi vuole prendere nella rete finisce per
    essere preso (Sal 7,16; 9,16; 35,8; 57,7). L’ipocrisia dei discepoli dei farisei si mostra ancora di più
    nel fatto che essi stessi usavano le monete di Cesare. Mentre Gesù non ne possiede, essi prontamente ne mettono a disposizione una. E quelle monete portavano un’immagine e una scritta sacrilega.
    Infatti sotto l’effige dell’imperatore si trovava la dichiarazione della sua divinità. Cosa assolutamente inaccettabile per un pio israelita. La cosa era tanto più grave se l’episodio ha avuto luogo – come
    sembra (cfr. Mt 21,23) – all’interno dell’area sacra del tempio.
  2. La risposta di Gesù.
  • “Rendete” (v. 21). Il verbo apodote indica una restituzione. L’immagine e l’iscrizione indicano il
    proprietario. Quindi se la moneta è di Cesare, cioè appartiene a lui, allora restituiamogliela. È quasi
    fin troppo banale. Per i primi cristiani il pagamento delle tasse non doveva costituire un problema
    (vedi testi di riferimento). Esisteva un riconoscimento dei diritti dello stato, anche se a volte esso
    non era tenero nei loro confronti.
  • Le due parti dell’affermazione di Gesù andrebbero intercalate da un “ma”: “ma a Dio …”. Il contrasto è chiaro: Cesare non è un dio, nonostante quanto dichiarava l’iscrizione (c’è qui una velata
    ironia? Un “dio” che ha bisogno di soldi!). Il regno di Cesare non è il regno di Dio. Questo non si
    identifica mai con un regno terreno. Per il cristiano ci sarà sempre questo duplice livello; da un lato
    deve dare al regno umano ciò che gli spetta e dall’altro deve dare al regno di Dio ciò che gli appartiene. Diamo pure al mondo il denaro, anche se ce lo richiede ingiustamente, perché abbiamo beni
    migliori e duraturi (Eb 10,34); che il mondo si sazi di quello che è suo, perché noi ci saziamo di Dio
    (Sal 17,14-15). Il problema non è dunque se sia lecito o no, se sia giusto o ingiusto. Chi ragiona in
    questo modo appartiene ancora ai regni di questo mondo, come se la cosa fondamentale fosse instaurare una giustizia economica su questa terra. Cristo ci chiama ad appartenere al regno di Dio
    con la sua giustizia superiore. Dio stesso dà i suoi beni a chi è ingiusto (Mt 5,45).
  • Tutto è di Dio. Cosa intende Gesù con “ciò che è di Dio” (v. 21)? Certamente l’uomo, in quanto
    tale, non può appartenere allo stato. In un certo senso l’affermazione di Gesù ha anche un aspetto di
    esigenza, giacché a volte ciò che è dovuto a Dio è maggiore di quanto si deve allo stato. Se Dio esiste e l’uomo è creato a sua immagine – e questa è un’altra implicita verità sottintesa – allora la legge naturale che egli porta impressa in sé è superiore alle leggi statali. Dio quindi sta sopra anche al
    governo, perché Lui è unico e soltanto a Lui va l’amore (Mt 22,37), l’adorazione e il culto (Mt
    4,10). Non si può divinizzare nulla che sia umano, per quanto grande e potente. Perciò Dio è al di
    sopra di tutto perché non si possono servire due padroni (Mt 6,24); a Cesare le cose di Cesare, ma a
    Dio le cose di Dio. Per questo il cristiano offre a Dio tutto se stesso in un culto spirituale (Rm 12,1).
    L’uomo non può dare il suo cuore, la sua anima a nessuna istituzione umana perché dentro di lui sta
    scritto che appartiene al suo creatore. Dentro l’uomo sta inscritta la legge naturale che ha come fondamento l’amore ad immagine di Dio. L’uomo è a immagine di Dio ed è creato per Dio, perché è
    chiamato all’eternità. I regni di questo mondo passano, ma il regno dei cieli non avrà mai fine.
  • In definitiva, rendere a Dio significa usare tutto secondo la sua volontà. Il contrario consiste nel
    comportamento dei vignaioli malvagi che non vogliono dare a Dio i frutti della vigna, perché se ne
    sono impossessata. Tutto va dato a Dio perché Lui è il padrone di tutto (Mt 21,41). Anche la (corretta) obbedienza ai governanti (giusti o presunti ingiusti) rientra nell’obbedienza a Dio (1Pt 2,13).
    Il problema non sta dunque nel pagare o non pagare una tassa, ma nell’usare di tutto quello che abbiamo, e che in definitiva viene da Dio, secondo la Sua volontà.
  • Se dunque apparteniamo al regno allora preoccupiamoci delle cose del regno più che di quelle della terra. Come ci preoccupiamo di obbedire alle leggi statali, facciamo altrettanto per quelle divine.
    Se siamo così interessati alla giustizia umana preoccupiamoci di ciò che è giusto davanti a Dio.
    Come siamo zelanti per reclamare i nostri diritti legali, siamolo anche nella diffusione del regno.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/

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