padre Gian Franco Scarpitta”Se li diffondessimo come facciamo con il covid…”

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (15/11/2020)

Vangelo: Mt 25,14-30

Sulla linea dei precedenti insegnamenti intorno al Regno di Dio, particolarmente in sintonia con il tema della scorsa Domenica che affinava il Regno con la fiducia e l’attesa del Giudizio, anche oggi si parla dello stesso argomento ma con una variante tanto bella quanto importante per la sua attualità. Il Regno di Dio, dimensione di gioia e di pace che il Signore stesso immette nel mondo per mezzo del suo Figlio Gesù Cristo, realtà che costituisce un dono assolutamente gratuito di cui siamo destinatari e che comporta anche collaborazione e creatività da parte di ciascuno per essere fedeli e guadagnarne i meriti e le ricompense, comporta anche una vicenda di saggia e prudente attesa: non ci si impegna soltanto per costruire il presente, ma anche per predisporsi all’avvenire, perché ci attende un incontro finale con il Signore Gesù che, nel giorno che non sappiamo, tornerà glorioso per dare a ciascuno secondo i suoi meriti. Il Regno di Dio è infatti una dimensione esistente già adesso, nell’attualità e nell’ordinarietà della vita di tutti i giorni dove Dio “regna” in quanto ci sostiene e ci guida, indirizzandoci in modo appropriato nelle parole e nelle opere del Cristo; tuttavia il Regno avrà il suo compimento definitivo nel giorno a noi oscuro nel quale avrà epilogo la nostra storia e il male sarà definitivamente sconfitto. Per ora collaboriamo all’edificazione del Regno con opere di edificazione incentrate sull’amore, sulla giustizia, pace; opere che richiedono anche esercizio di pazienza e di saggezza, concretezza nella lungimiranza e nella progettazione attenta ma anche prudente e saggia, senza che ci distolgano le distrazioni e le disattenzioni varie, come ci illustrava l’esempio delle vergini sagge nel Vangelo della scorsa Domenica. Viviamo insomma la presenza del Regno, protesi verso il domani, nell’attesa che abbia compimento la nostra speranza e si realizzi la pienezza di questo Regno con l’arrivo definitivo del Signore. Dio è con noi adesso ma sarà con noi anche nell’avvenire. E’ il nostro oggi attuale, ma anche il nostro futuro e la nostra meta ultima.

Questa attesa operosa però si realizza non senza la creatività e la messa in opera delle risorse e dei carismi che Dio stesso ci ha dato. Lo Spirito Santo, fautore di doni e di benefici oltremisura, ha infuso a ciascuno talenti e doni che non possono essere uguali per tutti, poiché ciascuno è unico e irripetibile e reso destinatario di singolari potenzialità. Ciascuno nella sua inviolabile, sacra e preziosa singolarità, ha ricevuto risorse personali, attitudini, capacità, carismi, insomma dei talenti che lo rendono prezioso e irripetibile per se stesso, per il Signore e per la società in cui vive. Questi talenti, quando vengano sfruttati e messi in atto, diventano ministeri e mostrano la loro utilità e il loro profitto per l’edificazione del Regno di Dio attraverso la costruzione del mondo e della società.

Dice Seneca che non esiste la fortuna, ma il momento in cui il talento incontra l’occasione e le opportunità per la messa in atto dei doni dello Spirito Santo sono parecchie e proporzionate alla possibilità di ciascuno. Ciascuno è ricco di carismi e di benefici per se stesso e per gli altri e il mondo è pieno di occasioni e di possibilità di poterle sfruttare con la conseguenza di copiose ricchezze.

E questa è la pedagogia che ci proviene dal racconto parabolico di oggi, che descrive per allegoria un padrone di casa che affida a ciascuno dei servi i propri talenti perché li facciano fruttare mentre lui sarà fuori sede.

Non li distribuisce in modo improvvido e improprio, ma considerando il potenziale e la capacità di ciascuno: a chi uno, a chi cinque a chi dieci… secondo quello che ciascun servo sarà in grado di dare come guadagno. Possiamo affermare che il padrone ha reso i suoi servi degni della massima fiducia, perché nessun uomo di affari, capitalista, quale si riscontra in questo soggetto darebbe i propri beni in affidamento a chicchessia, senza il timore che possano andare perduti.

Coloro a cui vengono affidate queste risorse così importanti dovrebbero farne uso come se fossero cose proprie, cioè usare su di esse il massino dell’attenzione e soprattutto fare in modo di sfruttarle in modo che esse rendano e facciano guadagnare.

Così in effetti avviene a proposito dei primi due servi con i quali il padrone, tornato a casa dopo il viaggio, regola i conti: osservando come quei servi abbiano messo a frutto tutte le loro capacità, come non si siano risparmiati pur di rendere soddisfatto il loro signore adoperandosi con tutti i mezzi e con buona volontà, li elogia e li invita a partecipare alla “gioia del loro padrone”, cioè li rende partecipi della sua stessa fama, onore, potere e grandezza.

Quanto invece al servo a cui era stato affidato un talento, ebbene ha riscontrato il massimo della neghittosità e dell’indolenza. A differenza degli altri suoi compagni infatti non aveva ricevuto delle incombenze sproporzionate ed elevate, ma un compito alla portata delle sue limitate capacità, che avrebbe potuto eseguire benissimo. Bastava portare quel solo talento in banca e il padrone lo avrebbe riscosso con gli interessi. Nessun investimento in borsa, nessuna operazione finanziaria di competenza negli affari, solamente un po’ di buona volontà.

Qualche esegeta (Cipriani) osserva che all’epoca de racconto un talento valeva dieci milioni di oggi, ma con un potere d’acquisto molto più alto, per cui portandolo il banca il guadagno sarebbe stato ugualmente garantito.

La maggiore colpa del servo infedele probabilmente è stata quella di avere agito per paura che il padrone mietesse laddove non aveva seminato, ma non animato dall’entusiasmo della fiducia accordatagli, dalla responsabilità personale per cui andava svolto un lavoro per esso stesso e quindi con dedizione, amore e attenzione. E’ stato il timore delle pene a determinare quell’atteggiamento vile e negligente che gli merita la punizione del padrone; una paura se vogliamo simile a quella provata da Adamo dopo la raccolta del famoso frutto, per la quale si sentiva nudo, cioè mancante, nei confronti di Dio. Ma perché atteggiarsi nel rigore della paura e del timore servile quando si è stati resi oggetto di fiducia e di attenzione? Perché piuttosto non adoperarsi con amore spontaneo e disinvolto? “L’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore”(1 Gv 4, 18).

In sintesi, l’investimento dei propri carismi a vantaggio degli altri favorisce che ciascuno di noi collabori attivamente e con creatività alla realizzazione del Regno di Dio al presente con una buona predisposizione per il giudizio futuro, ma per ciò stesso comporta pure che Dio ci renda partecipi della “gioia” padronale del suo Regno, paragonabile al già citato banchetto delle nozze del suo Figlio (Mt 18, 11 – 20). La pigrizia nell’esercizio delle proprie risorse ci autoescludono dal Regno facendoci perdere tutte quelle opportunità che avevamo avuto nel talento stesso.

Qualsiasi dono che ci è stato accordato, anche in apparenza minimo e insignificante, è troppo importante perché lo teniamo gelosamente nascosto e perché possiamo vergognarcene in rapporto ai carismi che hanno altri. Sia che siamo intellettuali, contemplativi, missionari, organizzatori, insegnanti, occorre sempre vivere secondo il carisma ricevuto mettendolo al servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio “(1Pt 4, 10 – 11) e in questa maniera si rende lode al Signore, procurando beneficio non soltanto per gli altri ma anche per noi stessi.

Non è fuori luogo (anche se in apparenza così potrebbe sembrare) che la prima lettura di oggi ci presenti il beneficio di una donna volenterosa e bisognosa di Dio che esalta la famiglia e realizza la costruzione del Regno nello stesso amore per il marito e per i figli; anche una donna pudica e ben disposta è un dono che lo Spirito Santo ha infuso al mondo e alla società, anche a motivo del suo zelo della sua operatività e abnegazione.

Se potessimo diffondere e moltiplicare carismi e talenti come ora stiamo diffondendo il coronavirus, il mondo sarebbe ricchissimo non di malattie, ma di guarigioni su tutti i fronti.

Fonte:https://www.qumran2.net/


Paolo De Martino”Si muore per non aver osato”

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (15/11/2020)

Spesso questa parabola nel corso dei secoli è stata letta così: “Metti a disposizione i tuoi talenti, le tue doti, le tue capacità e non sotterrarle”. Questo aspetto è vero, ma il suo senso è molto più profondo.
Qual è l’elemento che fa la differenza tra i primi due servi e il terzo? La paura. Sì, cari amici, la paura.
I primi due sono coraggiosi, generosi, concreti; riconoscono la grande fiducia del padrone che gli ha affidato tutta quella ricchezza e si giocano (… non si dice come!) per raddoppiare quello che hanno ricevuto. Ma il terzo servo ha paura e sotterra tutto. Vive nel terrore. Si accontenta di restituire il talento conservato.
Ci sono tre motivi, tre paure che spingono il terzo uomo a seppellire il proprio talento.
Il primo è la paura degli altri, di quello che potrebbero dire di lui.
Lui si sente svantaggiato perché ha solo un talento, si paragona agli altri, si sente meno dotato di loro e rifiuta anche quello che è e quello che ha.
Troveremo sempre qualcuno, infatti, inferiore a noi per disprezzarlo e qualcuno superiore a noi per disprezzarci.
Pensate all’assurdità di questo uomo che nasconde, seppellisce, l’unica cosa che è proprio sua.
Il secondo motivo è la sua immagine di Dio.
Quest’uomo ha paura di Dio: “Signore so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotterra” (25,25).
Ma che Dio è questo? Ma che Dio ha davanti agli occhi quest’uomo? Ma come sarà stato educato? E’ ovvio che egli ha paura, perché se Dio fosse così ci sarebbe davvero da aver paura. Chi non sarebbe terrorizzato, paralizzato da un Dio che non ammette errori, col quale non si può sbagliare, un Dio efficiente.
Che idea del padrone avevano i primi due servi e che idea, invece, aveva il terzo?
Che idea ho io di Dio e che idea, invece, mi propone il Rabbi di Nazareth?
Questo è il centro. Non solo della parabola, ma del Vangelo.
“Guai a non essere in grazia! Dio ti vede (uguale: ti punisce, vede tutto, stai attento!). Ma cosa penserà Dio di ciò che hai fatto (senso di colpa terribile anche per le più piccole cose)? A Gesù non piace; Gesù piange; Gesù soffre (metodi efficaci per far fare ai bambini quello che si vuole)”.
Il terrore del peccato (e ci fu un tempo in cui tutto era peccato, ma proprio tutto) del non essere in grazia, dello sbagliare, di commettere qualcosa di non religioso ha creato delle immagini distorte di Dio.
Se credevi in Dio non potevi fare quasi niente: non ci si poteva divertire, concedersi, provare sentimenti, realizzarsi, amarsi, espandersi. Tanto valeva farne a meno di un Dio nemico dell’uomo. Tutto era vietato e a tutto si doveva rinunciare.
Questa immagine di Dio ha creato personalità bloccate, vuote, fredde, rigide, senza spina dorsale, incapaci di amore e di umanità, ma che dicevano tante preghiere e che andavano tanto in chiesa. Dentro di loro, però, spesso non scorreva vita, solo tanta paura.
Ma questo è Dio? Se temiamo Dio vuol dire che dobbiamo cambiare idea su di Lui. Vuol dire che quello che abbiamo trovato non è ancora Dio.
Trovo ancora molti cristiani che pensano a Dio come a un ragioniere spietato; o come a un poliziotto sadico che si diverte a staccare multe per ogni nostra infrazione; o come a un enorme “devotimetro” che fa’ piovere dal cielo favori in base ai meriti acquisiti sul campo di battaglia. Ma questo è un incubo, non è il Dio rivelato da Gesù di Nazareth.
Il Dio di Gesù è quel Padre appassionato che si fida di noi e ci affida un tesoro prezioso senza nemmeno chiedere un colloquio informativo. E non rimane col fiato sul collo, se ne va, si fida, ci tratta da adulti.
Spetta a noi decidere che fare di questo dono. Scoprirci figli e metterci in gioco nell’amore, o rimanere all’ombra dei nostri fantasmi e deprimerci mentre ci scaviamo la fossa per sotterrare l’amore…
Il terzo motivo è il pensiero della sicurezza. Quest’uomo ha paura di sbagliare.
Quest’uomo non vuole fare errori, ma proprio perché non li vuole fare, fa l’errore più grande. La paura, infatti, ti porta a realizzare proprio ciò che non vuoi. La paura attrae ciò di cui si ha paura. Chi ha paura dei cani, ad esempio, sa benissimo che così facendo li attrae.
Questo uomo vorrebbe controllare in tutto la sua vita. Ma non si può! Non ci si può salvaguardare da tutto e non si può vivere pensando di non sbagliare mai. Pensare così è voler essere perfetti, ma in realtà equivale a non vivere.
Gesù ci invita, invece, a prendere consapevolezza e coscienza del nostro potere, del nostro potenziale (”potevi almeno affidare il denaro ai banchieri!”), a renderci conto che possiamo agire, che abbiamo il nostro potenziale e le nostre risorse. Gesù non sa che farsene di quelli che si sentono vittime o i “più sfortunati del mondo”.
Gesù vuole che ci accorgiamo del nostro vittimismo, che la smettiamo di girare attorno a noi stessi e che prendiamo la forza e il coraggio per agire, per osare e rischiare la nostra vita.
La paura ci porta a seppellire la nostra vita. La nostra vita che era stata pensata per fruttificare, per esser feconda, per realizzarsi, per divenire, per espandersi, si raggrinza, di deforma, si esaurisce.
Un proverbio indù dice: “Si muore per non aver osato”.
Il più grande pericolo nella vita non è di sbagliare ma di non vivere. Il più grande pericolo è permettere alla paura di impedirci la vita.
E come si vince la paura? Vivendo! Provando e riprovando ad agire anche se si ha paura.
Rileggo il brano di Matteo e sento forte, viva e attuale questa Parola.
Quante delle nostre comunità vivono come il servo che si accontenta, frenate dalla paura, ripetitive e pigre! Quanti cristiani confondono l’umiltà con l’elegante rifiuto delle proprie responsabilità e sotterrano il tesoro prezioso che è stato dato loro in dono.
Tutta questa paura che frena e rende ripetitiva e dimissionaria la nostra vita cristiana, dipende anche, o soprattutto, dall’idea di Dio che custodiamo nel cuore.
La bella notizia di questa Domenica? Come dice un racconto chassidico, al termine della vita non mi sarà chiesto se sono stato come Mosè o Elia o uno dei profeti ma solo se sono stato me stesso.

Fonte:https://paolodemartino.wordpress.com/


Wilma Chasseur”GESU’ E’ VERAMENTE IL SIGNORE?”


XXXIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A) (15/11/2020)


Domenica scorsa: “non vi conosco”; oggi: “gettatelo fuori nelle tenebre”. Di che tremare e sprofondare. Che significano queste parole? Semplicemente che la vita è una cosa molto seria, non possiamo farne ciò che vogliamo perché dovremo renderla a chi ce l’ha data. Altro che “la vita è mia e ne faccio quel che voglio”. Utopia pura: nessuno, sulla sua vita, ha questa autonomia assoluta. Come puoi avere un potere assoluto su una vita che non ti sei dato? Niente ti sei dato: né il nome, né il colore dei capelli, né l’essere così come sei. Lo dimentichiamo facilmente perché il padrone dà i talenti e poi scompare e quindi crediamo che le nostre doti e qualità siano cose solo nostre. Ma il padrone tornerà. Infallibilmente! A prendere le cose sue. Come gliele renderemo?

* Chi ha la signoria nella mia vita?
Le cose sue. Cosa significa Gesù è il Signore? Che ha la signoria su tutta la nostra vita e su tutte le nostre cose, che sono sue. O almeno, dovrebbe averla, ma non sempre gliela diamo e se non gliela diamo non forzerà mai la porta del nostro cuore. Ora capita che abbiamo stabilito dei confini dentro di noi di cui siamo i doganieri e da lì non passa neanche il Signore. Ognuno si interroghi in quale ambito non lascia entrare il Signore: nelle finanze, nei rapporti personali, nelle passioni ecc? Il tema dominante di questa domenica è ancora sempre la venuta del Signore, sia quella della parusia, alla fine dei tempi, sia quella individuale quando arriverà il nostro ultimo giorno. Di entrambe di queste venute, non ne sappiamo niente: l’unica cosa certa che sappiamo è che non sappiamo quando avverrà. Oggi precisa qualcosina, nella lettera ai Tessalonicesi e cioè che verrà all’improvviso quando meno ce l’aspettiamo e “nessuno scamperà”. E’ proprio vero che “ da sorella nostra morte corporale, nessun uomo vivente può scappare”.

* Lampade accese…
Questo deve servirci a metterci bene in testa che dobbiamo sempre essere nell’attesa della Sua venuta, per non essere poi trovati impreparati, come le vergini stolte di domenica scorsa. Se avremo le lampade della fede e della carità bene accese e quindi saremo nella Sua luce, quel giorno non potrà coglierci di sorpresa come un ladro, perché saremo figli della luce e non delle tenebre. “Non dormiamo dunque come gli altri, ma restiamo svegli e siamo sobri”. Siamo invitati a vegliare e vigilare. Il Vangelo ci parla dei talenti che il Signore ha dato ad ognuno di noi e che dobbiamo far fruttare per il Regno. Saremo giudicati sull’uso (o il non uso) che avremo fatto di questi talenti. Essi sono i cinque pani e i due pesci che il Signore ci chiede di mettere a Sua disposizione e impiegare per il Suo Regno. Il resto lo farà Lui. Per crearci, il Signore non ha avuto bisogno di noi, ma per salvarci, vuole aver bisogno di noi. Non ci salva con la bacchetta magica, ma vuole che noi operiamo efficacemente per la nostra salvezza. Lo diceva già sant’Agostino.

* Tutti di passaggio, anche le stelle
L’unico modo per moltiplicare all’infinito ciò che abbiamo, è darlo a piene mani: ritroveremo solo ciò che avremo dato mentre ciò che avremo gelosamente trattenuto per noi, marcirà e andrà in putrefazione. Perché, che lo vogliamo o no, che ci crediamo o meno, la nostra vita non si esaurisce tutta qui: per tutti ci sarà un “dopo”. E quel “dopo” dipenderà da come avremo vissuto “prima”. Tutto si gioca qui ed ora. Non ci sarà una seconda vita per ricominciare. Finita questa, nessuno torna indietro! Questi testi ci portano a riflettere sul fatto che la fine dei tempi verrà, ma prima ci sarà la fine di ognuno di noi, o meglio il passaggio da questo genere di vita ad un altro. Se però siamo fissi in Lui, non sarà la fine, ma l’entrata nel Suo Regno. Sappiamo che quaggiù siamo di passaggio, non solo noi ma l’intero universo: “Cieli e Terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. Tutto nasce per morire. Ma noi siamo nati per vivere sempre con Lui e di Lui.
WILMA CHASSEUR

Domande della settimana:

1) Che parabola narrò Gesù? (Mt)

2) Cosa fece l’uomo prima di partire?

3) Cosa capitò al servo inutile?


#PANEQUOTIDIANO,«ABBIAMO FATTO QUANTO DOVEVAMO FARE»

La Liturgia di Martedi 10 Novembre 2020  VANGELO (Lc 17,7-10) Commento:Rev. D. Jaume AYMAR i Ragolta (Badalona, Barcelona, Spagna)In quel tempo, Gesù disse:

«Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni
subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».
Parola del Signore

«Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»Rev. D. Jaume AYMAR i Ragolta (Badalona, Barcelona, Spagna)

Oggi, l’attenzione del Vangelo non si dirige all’atteggiamento del padrone, ma a quello dei servi. Gesù invita i suoi apostoli, mediante l’esempio di una parabola, a riflettere sull’atteggiamento di servizio: il servo deve compiere il suo dovere senza aspettarsi una ricompensa: «Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?» (Lc 17,9). Tuttavia, questa non è l’ultima lezione del Maestro con riguardo al servizio. Gesù dirà più avanti ai suoi discepoli : «Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi.» (Gv 15,15). Gli amici non presentano fatture. Se i servi devono compiere il loro dovere, ancora di più gli apostoli di Gesù. Noi, amici suoi, dobbiamo compiere la missione affidataci da Dio, coscienti che il nostro lavoro non ha diritto a nessuna ricompensa, perché lo facciamo con gioia e perché tutto quello che abbiamo e siamo è un dono di Dio.

Per il credente tutto è un simbolo, per chi ama tutto è un dono. Lavorare per il Regno di Dio è, già la nostra ricompensa; perciò non dobbiamo dire con tristezza né svogliatamente: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» (Lc 17,10), ma con la gioia di chi è stato chiamato a diffondere il Vangelo.

In questi giorni abbiamo presente anche la festa di un grande santo, di un grande amico di Gesù, molto popolare in Catalogna, san Martino di Tours, che dedicò la sua vita al servizio del Vangelo di Cristo. Di lui scrisse Sulpicio Severo: «Uomo straordinario che non fu soggiogato dal lavoro né vinto dalla morte, non ebbe preferenze per nessuna delle due parti, non temette la morte , non rifiutò la vita! Con le mani e gli occhi alzati verso il cielo, il suo spirito invincibile non smetteva di pregare». Nella preghiera, nel dialogo con l’Amico, troviamo, effettivamente, il segreto e la forza del nostro servire servizio.

La voce di un grande Cardinale

Dopo tutta la nostra diligente ricerca, al termine della nostra vita, nell’ultimo giorno della Chiesa, la Sacra Scrittura sarà ancora una terra inesplorata e vergine; coste e valli, foreste e ruscelli, a destra e a sinistra, pur essendo a noi vicini, nascondono meraviglie e tesori inesplorati …
John Henry Newman


DAI «DISCORSI» DI SAN LEONE MAGNO,”IL SERVIZIO SPECIFICO DEL NOSTRO MINISTERO”

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Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
(Disc. 4, 1-2; PL 54, 148-149)
Il servizio specifico del nostro ministero



   Tutta la Chiesa di Dio è ordinata in gradi gerarchici distinti, in modo che l’intero sacro corpo sia formato da membra diverse. Ma, come dice l’Apostolo, tutti noi siamo uno in Cristo (cfr. Gal 3, 28). La divisione degli uffici non è tale che ogni parte, per quanto piccola, sia collegata con il capo. Per l’unità della fede e del battesimo c’è dunque fra noi, o carissimi, una comunione indissolubile sulla base di una comune dignità. Lo afferma l’apostolo Pietro: «Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2, 5), e più avanti: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1 Pt 2, 9).
   Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’è quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perchè tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non è forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non è forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti. Ma da parte vostra è cosa santa e lodevole che vi rallegriate per il giorno della nostra elezione come di un vostro onore personale. Così tutto il corpo della Chiesa riconosce che il carattere sacro della dignità pontificia è unico. Mediante l’unzione santificatrice, esso rifluisce certamente con maggiore abbondanza nei gradi più alti della gerarchia, ma discende anche in considerevole misura in quelli più bassi.
   La comunione di tutti con questa nostra Sede è, quindi, o carissimi, il grande motivo della letizia. Ma gioia più genuina e più alta sarà per noi se non vi fermerete a considerare la nostra povera persona, ma piuttosto la gloria del beato Pietro apostolo.
   Si celebri dunque in questo giorno venerando soprattutto colui che si trovò vicino alla sorgente stessa dei carismi e da essa ne fu riempito e come sommerso. Ecco perchè molte prerogative erano esclusive della sua persona e, d’altro canto, niente è stato trasmesso ai suoi successori che non si trovasse già in lui.
   Allora il Verbo fatto uomo abitava già in mezzo a noi. Cristo aveva già dato tutto se stesso per la redenzione del genere umano.

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