N. S. Gesù Cristo Re dell’Universo – Solennità – Anno A -2020

Nel Signore Gesù Cristo Re dell’Universo le nostre povertà ci fanno diventare Re.

La parabola evangelica che la Chiesa ci propone per la Solennità di Cristo Re, anche se conosciutissima, non finisce mai di stupire e di invitare alla conversione. Non occorrendo commentarla, riflettiamo su alcuni messaggi particolarmente sorprendenti e attuali.

La gloria umile
Il brano si apre annunciando la grandezza di Gesù Risorto giudice della storia: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli». Più grandezza di questa c’è solo l’immensità di Dio. Come è apparsa tra noi questa grandezza? Quando i grandi – in verità piccoli piccoli – della terra scendono tra la gente: file di auto blu, schiere di poliziotti, cecchini sui tetti, guardie del corpo con giubbotti antiproiettile e auricolari… Con Gesù niente di tutto questo. Ha vissuto la sua gloria come il buon pastore della profezia: «Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita, fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura della grassa e della forte; le pascerò con giustizia».
E noi? Verrebbe facile la critica contro i potenti. Facciamola a noi stessi. Per quanto piccola, tutti abbiamo una “gloria” o da vantare e da far pesare, oppure da donare in umiltà. Come la viviamo?

La prossimità caritatevole
Come si concretizza questa “gloria umile”? Non con eventi clamorosi e gesta memorabili ma con una prossimità caritatevole attenta ai bisogni quotidiani degli altri: la fame, la sete, l’essere stranieri, la nudità, la malattia, il carcere… Possiamo esigere che ci provvedano lo Stato, le leggi, i politici… (in certi momenti è doveroso gridarlo e invocarlo), ma per entrare nel «regno preparato fin dalla creazione del mondo» dobbiamo compierli noi. Meglio, dobbiamo viverli. Devono entrare nel nostro DNA. Benissimo promuovere e sostenere le organizzazioni caritative. Benissimo dare il proprio contributo a interventi straordinari e a raccolte particolari. Però se non sono nutrite dalla continuità dei piccoli gesti della prossimità non valgono per il «venite benedetti del Padre mio».

Nel nostro Re tutti re
Quello che non deve mai sfuggirci e attenuarsi in noi è perché il nostro Re chiede questa vita di prossimità caritatevole come prassi per entrare nel Regno. Non è rendere onore a lui. Non è obbedire alle sue leggi. Non è conquistare dei meriti. Non è dimostrare la fede. Non sono tanto meno motivi umanitari o propagandistici. Il motivo è uno solo: «Tutto quello che avete o non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, l’avete fatto o non l’avete fatto a me». Non l’abbiamo fatto all’affamato, allo straniero, al… perché ce lo ha chiesto Gesù o perché in loro abbiamo visto Gesù. No, l’abbiamo fatto a Gesù. Anche chi non ha pensato lui; anche chi non sapeva niente di Gesù, l’ha fatto a lui. Da qui la meraviglia sia di quelli a destra che di quelli a sinistra: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». La risposta è la stessa: «L’avete fatto a me». In lui Re, tutti diventiamo e diventano re.
Straordinaria e unica la nostra fede: il nostro Re non bisogna andare a cercarlo e a riverirlo chissà dove. Sta in tutti coloro che ci vivono vicino e che incontriamo bisognosi di un gesto, anche piccolo, di solidarietà e di amore. Essi sono il nostro Re. E quando ci troviamo piccoli e bisognosi in lui, diventiamo Re.

Fonte:https://www.paoline.it/


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