Don Paolo Zamengo”Pane è il nome di Gesù”

XVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (01/08/2021)

Vangelo: Gv 6,24-35

In Avvento cantavamo: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”. E oggi Gesù ci dice che
quella preghiera ha avuto una risposta. Dal cielo è sceso Lui: “Io sono il pane della vita.
Chi viene a me non avrà più fame”.
E’ molto intrigante il contesto di questa dichiarazione. Il giorno prima, sull’erba di un
prato, Gesù aveva sfamato la folla, più di cinquemila uomini, e con ciò che era avanzato avevano riempito
dodici canestri. La gente impazziva, lo voleva fare re. Ma Gesù, alla sera, si era dileguato. Raggiunse i
discepoli sulla barca mentre infuriavano le onde sul lago.
Gesù legge la situazione con amarezza. Lo cercavano per il pane; non cercavano lui. Erano rimasti al pane,
non avevano visto altro: il pane nei loro occhi non era stato segno di Gesù. Non avevano capito che era lui
il pane di cui nutrire la loro vita.
Quante volte Gesù avrà osservato sua madre impastare la farina, a lievitarla e cuocerla al fuoco e la casa
profumava di pane. Poi sulla tavola il pane si spezzava, quasi un rito. Anche quello del prato era un pane
spezzato. Come se spezzarsi fosse nella natura del pane. Per questo Gesù dà a se stesso il nome di pane.
Non un pane intoccabile, in vetrina, ma un pane sulla tavola, pane pronto ad essere spezzato e mangiato.
Ogni volta che ci fermiamo su questo episodio, e lo facciamo tante volte, dobbiamo capire che ci può
essere nella vita un mangiare, come dice Gesù, per essere sazi e basta: “In verità voi mi cercate non perché
avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quel pane e vi siete saziati”.
Succede anche a noi. Qualcuno ci fa un dono e subito lo mettiamo in tasca. Non vediamo l’amore che c’è in
quel dono, lo mettiamo in un cassetto e ci diamo da fare per avere ancora altri regali. Come se non fosse
importante il donatore ma l’oggetto, la cosa e basta.
Un pane senz’anima. Anche l’eucaristia può diventare un pane senz’anima, se non riconosciamo l’amore,
il cuore che vi arde dentro, il pane spezzato dal Signore per me, dal suo amore per me, senza la mia
riconoscenza, senza la mia gratitudine.
Mi capita di chiedermi se è vero che oggi si è scolorita la gratitudine. Fissiamo la cosa e non andiamo oltre
la cosa. Forse dovremmo riapprendere la delicatezza, reimparare la gentilezza del grazie. Accusiamo i
giovani che pretendono tutto come se tutto fosse dovuto. E noi con Dio?
Un giorno mi è capitato di fermami a pensare che non avevo mai ringraziato chi nella mia casa pulisce i
vetri. La gratitudine pone al centro la persona.
“Certe volte, dice papa Francesco, viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive
maniere e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. Le sentiamo urlare tante volte
anche pubblicamente in televisione. La gentilezza e la riconoscenza sono giudicate come un segno di
debolezza.
La gratitudine nasce nel grembo stesso della famiglia. Dobbiamo diventare intransigenti sull’educazione
alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità della persona e la giustizia sociale passano da qui. Se la vita
familiare trascura questo stile, anche la vita sociale lo perderà.
La gratitudine, per il credente, è nel cuore stesso della fede: il cristiano che non sa ringraziare è uno che ha
dimenticato la lingua di Dio. Ricordate Gesù quando guarì dieci lebbrosi e solo uno tornò a ringraziare?

Ho sentito un anziano, buono e semplice, dire: “La gratitudine è una pianta che cresce soltanto nella terra
delle anime nobili”. La gratitudine è il fiore di un’anima nobile. È una bella cosa questa, da imparare!