fr. Massimo Rossi “Essi non capivano queste parole del Signore e avevano paura ad interrogarlo.”

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (19/09/2021)

Vangelo: Mc 9,30-37

“Essi non capivano queste parole del Signore e avevano paura ad interrogarlo.”

Sfido che avevano paura! Gesù aveva appena sgridato Pietro per quello che aveva detto, chiamandolo addirittura Satana… Chi avrebbe osato domandargli ancora qualcosa in merito ai Suoi ripetuti annunci della passione?

Una cosa sembrava comunque certa: Gesù era in pericolo, e con Lui anche i Dodici. Fatto sta che il gruppo viaggiava in incognito: “Profilo basso”, aveva ordinato il Maestro.

Immagino la tensione, l’ansia, ma che dico ‘ansia’, il terrore di affrontare la gente e le autorità politiche e religiose… Gesù era una persona pubblica, all’apice della notorietà,… tutti lo volevano, tutti lo cercavano, addirittura volevano farlo re,… Come poteva pretendere che nessuno lo riconoscesse, dopo i miracoli che aveva compiuto – 30.000 persone sfamate in una sola volta! -.

Man mano che aumentava la tensione, cresceva anche la preoccupazione, più che legittima, di designare il successore del Capo.

Gesù lo intuisce e, senza troppi giri di parole, affronta la questione. “Di che cosa stavate discutendo lungo la strada?”: che vergogna! Gesù era ancora tra loro, e già pensavano a chi lo avrebbe sostituito come guida; “Ed essi tacevano…”.

Ma a Gesù non la si fa! a Lui non puoi nascondere nulla! ti legge dentro. E Gesù, che conosceva bene i Dodici – li aveva scelti personalmente, uno per uno… – si mette ancora una volta a loro disposizione, si siede nel mezzo e comincia ad insegnare: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.

Ma il discorso non si riferisce soltanto ai collaboratori stretti del Messia, ai ministri del Vangelo, oggi, ai preti, alle suore e affini.

Il Nazareno affronta la questione dell’esercizio dell’autorità, nelle sue più diverse declinazioni: dal padre di famiglia, al Presidente della Repubblica, dal capoufficio all’amministratore delegato di una grande industria, dall’umile curato di campagna al successore di Pietro,…

Ci sono due termini che definiscono l’esercizio dell’autorità in maniera molto diversa, direi, diametralmente opposta: autorità concepita come ; o come servizio.

Chi ragiona nei termini di potere personale, possiede una visione potremmo dire personalista dell’autorità, centrata sul soggetto che la esercita: competenza, certamente, ma soprattutto prestigio, privilegio, superiorità di un uomo sugli altri uomini, controllo sulle vite e le coscienze altrui, scalata verso i piani alti del palazzo (del potere); potere e carriera camminano insieme…

Superflua e financo banale, la precisazione che il potere personale è direttamente proporzionale alla ricchezza. Il denaro produce altro denaro. E con il denaro si acquista (sempre più) potere.

La finanza traina l’economia, la finanza detta il ruolino di marcia della politica…

I ricchi sono sempre più ricchi e potenti. I poveri sono sempre più poveri e individualmente ininfluenti, rispetto agli orientamenti dei programmi di governo.

Colui che invece ragiona sull’autorità in termini di servizio – è il caso di Gesù – sposta, per così dire, l’attenzione dalla propria posizione (di potere) alle persone sulle quali ha ricevuto l’autorità e in favore delle quali svolge il suo incarico.

È il bene comune e non il prestigio personale a connotare l’esercizio dell’autorità, ispirandone la politica, e moderandone il pratico svolgimento.

Il concetto di bene comune rappresenta dunque il cuore della tesi del Signore e del suo intento programmatico. A tal punto, Gesù, canonizza il bene comune – la salvezza nostra e di tutti – rispetto all’autorità ricevuta dal Padre suo e finalizzata appunto a manifestarne l’Amore infinito, che, scrive san Paolo, (il Figlio di Dio) non considerò un tesolo geloso la sua uguaglianza con Dio, ma umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce (cfr. Ef 2).

Gesù è il servo per eccellenza, cantato da Isaia, servo sofferente, innalzato sul patibolo, Colui che ha pagato, paga e pagherà per tutti: il suo trono è la croce, la sua corona un fascio di spine.

A conclusione dell’insegnamento sull’autorità, Gesù abbraccia un bambino: e con questo gesto fin troppo eloquente, il Messia ci presenta l’unità di misura di ogni autorità: la vita più fragile, più debole, potenzialmente la più indifesa.

Nel cuore e nella mente del Salvatore, un bambino ha la forza innata di muovere a compassione i potenti, convertendo la loro fierezza in tenerezza.

È ancora e sempre Isaia a esaltare le virtù del Messia, facendo ricorso ai sentimenti famigliari: in particolare, “come una madre consola un figlio, così Dio vi darà consolazione” (cap.66). Una madre esercita l’autorità sui figli, senza alcuna velleità di potere, rinunciando addirittura al cibo per sé, pur di darlo a loro. È l’icona del pio pellicano, che dissangua se stesso lacerandosi il collo a colpi di becco, per dare ai piccoli il suo sangue da bere: ed è anche l’icona più antica del Cristo, ritrovata nelle catacombe…

La riflessione merita ulteriori approfondimenti.

Vi aspetto dunque domenica prossima, in compagnia del Vangelo di Marco, per spendere qualche parola ancora su una caratteristica particolare dell’autorità intesa come abnegazione, come servizio disinteressato, che non conosce misura; e questa caratteristica è la generosità.

Fonte:https://www.qumran2.net/


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