V Domenica di Pasqua (Anno C)  (15/05/2022)

Vangelo: Gv 13,31-35

Il Tempo Pasquale volge verso il suo compimento e la Pentecoste è alle porte.
L’incontro col Risorto e l’attesa del dono dello Spirito continuano ad alimentare e far maturare la nostra fede nel Signore, come accadde per la prima comunità cristiana e per la missione evangelizzatrice degli apostoli. Proprio come ci racconta la prima lettura, mostrandoci su quali basi Paolo e Barnaba fondano una comunità e come ne avviano la vita. Essi, “… dopo aver pregato e digiunato li affidarono al Signore …”. Ecco come nasce la comunità di Paolo e Barnaba! Niente consultazioni, niente progetti preventivi, niente accordi. Piuttosto gesti che, se non escludono l’impegno pastorale ed apostolico, non riducono però la vita comunitaria a strategie pastorali più o meno accorte. Preghiera, digiuno, rimettere nelle mani del Signore la sorte dei fratelli: questi i tre gesti che assicurano la novità che Gesù Risorto vuole portare nella vita dei suoi. A proposito di “novità” che il Signore porta nella storia e nella vita dei credenti, va notato che l’attributo “nuovo” è presente per ben tre volte nella seconda lettura ed una volta nel Vangelo. Si parla infatti di “nuova Gerusalemme”, “cieli nuovi e terra nuova”, “ecco io faccio nuove le cose”; e, nel Vangelo, Gesù ci dà un “comandamento nuovo”. Insomma, la novità sembra proprio caratterizzare gli interventi di Dio, ma è anche ciò che il Signore chiede ai suoi perché siano costruttori della “nuova Gerusalemme” e abitatori di “cieli e terra nuovi”.
Ecco, la “nuova Gerusalemme”, immagine della Chiesa tutta! Una Gerusalemme “nuova”, in quanto contrasta e rifiuta lo stile di vita e le leggi che regolano la vita della “vecchia” Babele, luogo simbolo della ribellione contro Dio e dell’incomunicabilità tra gli uomini. C’è ancora bisogno di una nuova Gerusalemme, perché gli uomini non hanno ancora smesso di costruire e di abitare Babele. Quella Babele che – dopo la Babele storica – costruiamo ancora dentro e fuori di noi, ma di fronte alla quale il Signore non si è arreso e non si arrende. Javhé, il Santo, infatti, ha amato una città – Gerusalemme – indicandole la strada per diventare la “nuova Gerusalemme”, e chiedendole di adottare una legge e uno stile di vita opposti a quelli della Babele. Javhé, il Santo, non solo ha dato la legge dell’amore ma, attraverso Gesù e in Gesù, ci ha anche indicato la misura alta dell’amore: “… come io ho amato voi”. Dal momento in cui il Signore ci ha dato il “comandamento nuovo”, dunque, il credente non è più uno che ama genericamente, ma è uno che ama come Gesù e in Gesù. E gli Atti degli Apostoli ne danno testimonianza.
Invochiamo allora dal Signore Risorto la forza e l’umiltà per rimanere fedeli a questo amore, l’unico credibile agli occhi del mondo, nelle varie circostanze della vita.

Fonte:http://www.nunziogalantino.it