I lettura: Is 22,19-23
II lettura: Rm 11,33-36
Vangelo: Mt 16,13-20
- Testi di riferimento: Es 17,11; Dt 5,26; Gs 3,10; 2Sam 7,12-13; Gdt 11,10; Gb 38,17; Sal 9,14;
125,3; Is 28,15-18; Dn 2,44; Os 1,10; Zc 6,12-13; Mt 7,24-25; 10,28; 11,25.27; 13,11; 14,33; 18,17-
18; 21,42; 23,13; 26,70.72.74; Lc 10,18-19; 11,52; Gv 1,42; 6,68-69; 13,18; 20,23; 21,15-17; At
4,6; Rm 9,33; 1Cor 2,10; 3,9-15; 10,4; 12,3; 13,12; 14,4; Gal 1,15-16; Ef 2,19-22; Col 1,13; 1Tm
3,15; Eb 12,28; 1Pt 2,5-7; 1Gv 4,15; Ap 1,18; 3,7; 6,8; 9,1-4; 11,6-7; 17,13-14; 21,14
- La conoscenza reciproca fra Gesù e i discepoli.
- L’episodio e il dialogo descritto nel brano di Vangelo odierno costituisce un momento cruciale del
noviziato che Gesù svolge nei confronti degli apostoli per prepararli a diventare i capi e le fondamenta della Chiesa nascente. I Vangeli non sono soltanto una biografia di Gesù, ma anche una storia sulle origini della Chiesa, che ha inizio appunto con la chiamata e la formazione del gruppo dei
dodici apostoli. Una formazione che consiste innanzitutto nel prendere conoscenza di colui che li ha
chiamati e della missione che vuole loro affidare. La prima cosa che salta agli occhi nel nostro brano (dove tra l’altro appare per la prima volta nel Nuovo Testamento la parola “chiesa”) è che finalmente uno dei discepoli (a nome di tutti?) dice qualcosa di giusto, capisce qualcosa, dopo che invece nel corso del Vangelo si era notata la difficoltà che essi avevano nel comprendere. E Gesù ci svela che questa comprensione è dovuta ad un intervento di Dio. Nelle due domande di Gesù e relative
risposte si nota la grande differenza fra i discepoli e tutti gli altri nel loro rapporto a Cristo. Un discepolo di Gesù ha di lui una conoscenza del tutto particolare, non basata su elementi esteriori e
umani, ma prodotta da quella illuminazione dall’alto che permette di penetrare la realtà oltre le apparenze. Se “gli uomini” (v. 13) hanno una conoscenza di Gesù che si fonda su principi di sapienza
umana, non così per i discepoli. La loro è una conoscenza che ha come base quella sapienza di cui
si parla nella seconda lettura e che ha Dio come sua origine. Fra Gesù e i discepoli esiste una relazione unica, di conoscenza reciproca, manifestata da un lato dall’affermazione di Pietro nei confronti di Gesù, e dall’altro da quello di Gesù nei confronti di Pietro. Se Gesù conosce i suoi (Gv
13,18) in virtù della sua prescienza divina e dell’elezione che ha fatto con loro, Pietro conosce Gesù
in virtù di quella rivelazione dal Padre senza la quale è impossibile conoscere Cristo (Mt 11,27).
Questo rapporto intimo fra Gesù e la Chiesa sua sposa è il fondamento di tutta la missione di questa
nel mondo e della forza che essa avrà di fronte ai suoi oppositori. - A questo punto però la conoscenza di Pietro (e degli altri discepoli) è ancora imperfetta, come mostra la seconda parte dell’episodio (che ascolteremo domenica prossima). Si manifesta così quello
che Paolo afferma in 1Cor 13,12: «Finora vediamo di riflesso come in uno specchio; ma allora vedremo faccia a faccia. Finora conosco parzialmente; allora invece conoscerò come anch’io sono conosciuto». Pietro ancora conosce solo parzialmente – e quindi in maniera imperfetta – Gesù; mentre
Gesù conosce Pietro meglio di come lui conosca se stesso (cfr. Mt 26,31-35). Dobbiamo arrivare ad
avere di Cristo – e quindi di Dio – una conoscenza piena che passa dalla rivelazione che la strada di
Dio è quella della croce. Pietro ha ancora una conoscenza imperfetta, e quando si troverà davanti
alla croce negherà tre volte di conoscere Gesù (Mt 26,70.72.74). Siamo chiamati a conoscere Cristo
non per riflesso, ma faccia a faccia; non come un oggetto di insegnamento, ma come una persona
che ci ama e da amare. Conoscendo Cristo saremo in grado di conoscere veramente anche noi stessi; e saremo in grado di svolgere la missione per cui Cristo ci ha chiamati in quanto Chiesa. Conoscere e amare Cristo come egli conosce e ama noi è la meta della nostra chiamata, e si manifesta
nella disponibilità a seguirlo e a dare la vita per lui (Gv 21,18-19), come lui ha dato la vita per noi.
Questa è la sapienza che il Padre ha tenuto nascosto ai sapienti e ai dotti e ha rivelato ai piccoli (Mt
11,25).
- Le parole di Gesù a Pietro.
- “Edificherò la mia Chiesa”. In forza di questa unione indissolubile fra Cristo e la Chiesa possiamo
capire quanto Gesù dichiara a Pietro. Cristo è quel figlio di Davide, ma anche figlio di Dio, destinato secondo la profezia di Natan in 2Sam 7,13-14 (cfr. Zc 6,12-13) a edificare il tempio del Signore.
Con tale affermazione Gesù conferma dunque il riconoscimento messianico ricevuto da Pietro. Il
tempio in cui i veri adoratori adoreranno il Padre (Gv 4,23) sarà la Chiesa di Cristo. Il tempio di Dio
che è il corpo di Cristo morto e risorto (Gv 2,19-21) si identifica con la sua Chiesa, la quale non è
altra che quella edificata su Pietro e sugli apostoli (Ef 2,20; Ap 21,14), edificati a loro volta sulla
pietra angolare che è Cristo (Ef 2,20). Infatti, “Cristo è la roccia” (1Cor 2,4). Qualsiasi altra pretesa
di essere Chiesa di Cristo fuori da questo fondamento non è legittima. - “Le porte degli inferi”. L’espressione indica le potenze del male, del maligno (vedi testi di riferimento), che fanno guerra contro la Chiesa per riportare i figli del regno sotto il suo dominio. Il regno del demonio è stato scombussolato, messo in crisi, dall’ingresso del regno di Dio sulla terra; e,
come afferma il Concilio Vaticano II, «di questo regno [la Chiesa] costituisce sulla terra il germe e
l’inizio» (LG 5). I figli del regno devono convivere fino alla fine dei tempi con questa realtà (cfr.
parabola della zizzania). Il regno dei cieli appare come una realtà estremamente debole, senza armi,
inerme, soggetta a chiunque voglia annientarla. Cristo però ha fatto una promessa: che le forze del
male non prevarranno contro la Chiesa. È in essa che Cristo ha lasciato le chiavi del regno dei cieli,
cioè il potere universale che egli ha ricevuto con la sua glorificazione (Mt 28,18). La Chiesa ha potere sulle forze del male, e niente potrà danneggiare coloro che appartengono ad essa (Lc 10,19; cfr.
Ap 9,1-4), anche se in apparenza il nemico è dotato di mezzi ben più potenti, e si può essere tentati
di sentirsi sopraffatti. Anche se subiamo tormenti, la nostra speranza è piena di immortalità (cfr. Sap
3,1-4). Per questo preghiamo ogni giorno: “venga il tuo regno … liberaci dal male”. - “Non prevarranno contro di essa”. Le forze del male hanno i loro “figli” (Mt 13,38), persone che
subiscono, magari senza volerlo e senza saperlo, l’inganno e il potere di satana. Il maligno per danneggiare i cristiani usa le persone a tutti i livelli (non solo i potenti), cominciando spesso da quelle
più vicine a noi (Mt 10,35-36). Lo scopo è quello di portarci via la fede, di farci dubitare di essere
nel regno giusto, di essere dalla parte giusta. Lo scopo è quello di sedurre i cristiani per allontanarli
dal regno di Dio. Le forze del male usano l’inganno, la calunnia, le frodi, le amicizie influenti, la
corruzione, ecc.; usano il male. Contro il male i figli del regno non hanno mezzi di difesa, perché
per difendersi dal male dovrebbero anche loro usare il male; e se lo facessero non sarebbero più nel
regno di Dio, ma in quello di satana. Ed è proprio questo lo scopo del maligno. Le forze del male
prevalgono nel momento in cui riescono a far perdere di vista il cielo, il compimento del regno in
cielo. Il gioco del maligno è quello di farci credere che il regno si deve realizzare qui, che dobbiamo
stare bene qui, e che quindi dobbiamo usare qualsiasi mezzo per difendere la nostra vita. Ma la
Chiesa ha le chiavi per disfare questo inganno, ha le chiavi di Cristo sopra la morte e sopra gli inferi
(Ap 1,18). - “A te darò le chiavi del regno dei cieli”. Questa affermazione, e quella che segue, sono di estrema
importanza. Gesù dà qualcosa che è in suo possesso. Le chiavi del regno appartengono a lui, perché
con la sua morte e risurrezione egli ha in mano le chiavi della morte e degli inferi (Ap 1,18). Si tratta del potere di fare uscire le persone dalla situazione irreversibile di morte per trasferirle nel regno
di Dio (Col 1,13). Queste chiavi, cioè questo potere, Cristo le consegna alla Chiesa attraverso gli
apostoli. Ma l’immagine delle chiavi e del “legare-sciogliere” indica anche – come la prima lettura
aiuta a comprendere – il potere giuridico di decretare ciò che si deve o non si deve fare. Alla Chiesa
(Mt 18,18) viene data l’autorità di stabilire ciò che è permesso (sciogliere) e ciò che è proibito (legare). Il potere di legare e sciogliere dato a Pietro come capo della Chiesa è l’autorità, che si esprime attraverso decisioni dottrinali, di stabilire ciò che bisogna fare o non fare in relazione all’ingresso nel regno e quindi alla salvezza. La Chiesa ha questa autorità, e il cielo, cioè la volontà di Dio, è
in perfetta sintonia con questa autorità. Non si dà contraddizione fra ciò che stabilisce la Chiesa e
ciò che stabilisce Dio, e quindi non si può dare il caso che si può obbedire a Dio senza obbedire alla
Chiesa. La chiave della scienza che i dottori della legge hanno tolto (Lc 11,52; Mt 23,13) viene data
a Pietro; a lui è concessa la vera conoscenza riguardo il regno dei cieli insegnata da Cristo.
P.S.
Perché Gesù comandi ai discepoli di non rivelare a nessuno la sua identità messianica (v. 20) lo vedremo con il brano della domenica prossima.
Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/
