I lettura: Es 22,20-26
II lettura: 1Ts 1,5-10
Vangelo: Mt 22,34-40
- Testi di riferimento: Es 23,9; Lv 19,18.33-34; 25,35; Dt 6,5; 10,12.19; 30,6; Gs 22,5; 2Re 23,3;
Sal 34,7; 72,12; 86,15; Mt 5,19-20.43-45; 7,12; 19,19; 22,18; 23,23-24; Lc 7,47; Gv 1,17;8,6; At
4,32; Rm 13,9-10; 15,2; 2Cor 5,14; Gal 5,14; 6,10; 1Tm 1,7.15; Eb 10,16; Gc 2,8; 5,4; 1Gv 3,17;
4,7-11.19-21; 5,2-3
- Un’altra “tentazione”. Si tratta della terza disputa teologica a cui Gesù viene sottoposto in quanto
“maestro. Infatti tutti e tre i dialoghi iniziano con didaskale!, “maestro” (vv. 16.24.36). E la cosa da
non lasciarsi sfuggire è che Gesù non si sottrae a tali dibattiti. L’insegnamento riguardo alla retta
dottrina per Gesù non è marginale. Dunque, dopo l’interrogazione riguardo al tributo a Cesare, e
quella sulla risurrezione dei morti (che non abbiamo ascoltato), nel brano di Vangelo odierno Gesù
viene di nuovo “messo alla prova” da parte dei farisei. Anche se non è ben chiaro in cosa consista la
loro malizia (vedi però sotto), è ovvio che gli interlocutori di Gesù intendevano coglierlo in fallo riguardo a una non facile questione esegetica. La malizia è accentuata dal fatto che i farisei avrebbero
dovuto ammirare Gesù dopo che egli «aveva chiuso la bocca ai sadducei» (v. 34) sul tema della fede nella risurrezione, appoggiando così ciò che i farisei stessi sostenevano. E invece, come già si era
notato nel Vangelo di domenica scorsa, si simpatizza perfino con degli avversari pur di far fuori un
personaggio scomodo come Gesù. - Il più grande dei comandamenti. La domanda rivolta a Gesù non è oziosa. Bisogna tenere presente che nella “Legge”, cioè nei primi cinque libri dell’Antico Testamento che per i Giudei funzionano come una specie di corpo legislativo, si trovano 613 comandamenti. È chiaro quindi che per essere in grado di rispondere a tale domanda occorreva avere una preparazione non comune. Soltanto
gli esperti della Torah, (come colui che rivolge la domanda a Gesù), soltanto chi aveva condotto
studi specialistici poteva osare addentrarsi in tali questioni. E, probabilmente, si riteneva che Gesù –
lui che si atteggiava così tanto a maestro – non avesse la competenza necessaria per dare una risposta pertinente. In questo dunque appare la malizia dei farisei. - “Amerai”.
- La risposta di Gesù, lungi dall’essere ovvia, ha qualcosa di geniale. La sua grande perizia si mostra nell’individuare, fra i 613 comandamenti, gli unici due che contengono il verbo “amare”. Infatti, per quanto possa sembrare strano, in nessuno di essi si usa tale verbo se non in Lv 19,18 (“amerai
il tuo prossimo”) e Dt 6,5 (“amerai il Signore Dio tuo”). Gesù mostra così una incredibile competenza riguardo alla Torah. Certamente pratiche riguardo l’amore e il rispetto per Dio e per gli altri
sono comandate da tanti precetti. Ma il verbo amare è riservato esplicitamente soltanto a questi due.
Nemmeno nei cosiddetti dieci comandamenti esso appare. L’accento cade dunque su “amerai”.
Questa è la cosa fondamentale e, se vogliamo, innovativa. Tutto dipende all’amore. Tutti gli altri
comandamenti dipendono dall’amore con cui si adempie la legge. Non significa che i precetti della
legge non contino nulla; infatti Gesù ha detto: «Chi trasgredisca uno di questi precetti più piccoli …
sarà chiamato minimo nel regno dei cieli» (Mt 5,19). Ma anche l’osservanza dei comandamenti più
piccoli si dà in presenza dell’amore. Si può filtrare il moscerino ingoiando il cammello (Mt 23,23-
24). Questo è un pericolo sempre presente. Si può essere estremamente scrupolosi nelle piccole cose, e sorvolare allegramente su quelle fondamentali. Tutti i comandamenti sono importanti, ma ce
ne sono alcuni più importanti di altri. - In Mt il verbo amare (agapao) appare solo 8 volte. In 6,24 e 19,19 l’amore richiesto è in relazione
al rapporto con le ricchezze. Non si può amare Dio se si ama anche qualcos’altro. L’amore implica totalità. C’è osservanza della legge solo se essa è compiuta per amore. Per questo il giovane ricco
può affermare di aver adempiuto i comandamenti e tuttavia non avere la vita eterna.
- “È appesa la Legge e i Profeti” (v. 40). Che i due comandamenti citati da Gesù fossero i più importanti poteva essere condivisibile dai farisei e non solo. Ma questa affermazione che egli aggiunge fa di quei due comandamenti qualcosa di più. Non solo essi sono i più importanti; ma tutta la
Legge è “appesa” (krematai) ad essi. Capiamo bene che se qualcosa è appesa ad un’altra, questa
regge la prima. Come un soffitto regge il lampadario. Senza il soffitto non c’è nemmeno il lampadario. Dunque non si può dire: anche se non adempio i due comandamenti più importanti adempio tutti gli altri. Perché senza quei due nemmeno gli altri ci sono. Questo è il punto chiave dell’insegnamento di Gesù, ciò che anche mette in crisi la mentalità farisaica. Per i farisei ciò che contava era la
stretta osservanza della norma; si è graditi a Dio se si adempiono formalmente determinate prescrizioni. Ma qui Gesù dice che niente della Torah e niente di quello che hanno insegnato i profeti sussiste se mancano questi due elementi, come un lampadario non sussiste se manca il soffitto. Quello
che sostiene l’adempimento dei comandamenti è che essi siano osservati per amore, a Dio o al prossimo. Questo non è così scontato. Si può osservare la legge semplicemente per amore a se stessi,
cioè per convenienza, per vanagloria, per paura, ecc. (cfr. 1Gv 4,18). Quello che dà senso all’osservanza dei comandamenti è l’amore. Per questo anche la giustizia superiore presentata da Gesù
nel discorso della montagna viene giustificata con l’amore, con l’imitazione di Dio che ama tutti
(Mt 5,43-45). Senza amore non c’è osservanza della Torah, anche se in apparenza essa viene osservata. Dall’adempimento della Torah viene la vita per l’uomo (Mt 19,16-17), ma in realtà la vita viene dall’amore, perché senza di esso non c’è osservanza della legge. Per questo Gesù dice “vendi
quello che hai e seguimi” (Mt 19,21), perché lui va amato con tutto il cuore. È dall’obbedienza a
Dio per amore che ci viene la vita. - Tutto è appeso all’amore.
- L’amore di cui si parla non è un semplice sentimento. Si tratta invece di uno stile di vita; per questo può essere comandato. Nel discorso della montagna abbiamo degli esempi di come si attualizza
tale amore. Gesù ha detto che quello che conta non è il dire, ma il fare. In Mt 7,12 “tutta la legge e i
profeti” consistono nel fare qualcosa agli altri. - D’altro lato tale amore non può essere nemmeno un semplice adempimento dei comandamenti. In
questo i farisei erano maestri; e anche nel trovare tanti cavilli per salvare formalmente l’adempimento di precetti scomodi (Mt 15,3). Gesù però ha ammonito di non fare come loro, perché fanno
tutto per essere ammirati dagli uomini (Mt 23,5). Dunque dietro le loro opere c’è l’amore verso se
stessi; mentre le opere della legge e dei profeti sono quelle fatte veramente per amore a Dio e ai fratelli. E questo si mostra in particolare quando non solo non se ne ricava nessun vantaggio, ma addirittura ci si rimette, come indicato negli esempi di Mt 5. Come in tutte le cose, anche l’adempimento
della Legge lo si può fare al minimo o al massimo. Le opere farisaiche sono quelle fatte al minimo;
le opere dell’amore sono quelle fatte al massimo, con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la
mente. - L’amore scaturisce dall’amore. Possiamo amare perché abbiamo sperimentato l’amore di Dio per
noi. «Noi amiamo perché lui per primo ci ha amati» (1Gv 4,19). Non siamo noi che facciamo qualcosa per Dio, ma è Dio che ci amati gratuitamente (1Gv 4,10). È questa esperienza che permette di
adempiere i comandamenti secondo l’amore e non per altri motivi. Se c’è l’amore i comandamenti
di Dio non sono pesanti (1Gv 5,3; Mt 11,30). L’amore del prossimo è collegata all’imitatio dei; chi
ama Dio si comporta come Lui, e perciò ama gli uomini come fa Dio (Mt 5,43-48). - Mi pare che non debba essere sottovalutato il fatto che al primo posto ci sia il comandamento nei
confronti di Dio. I due comandamenti non sono semplicemente sullo stesso piano. L’amore per il
prossimo è in successione rispetto a quello per Dio. Se è vero che non si può dire di amare Dio se
non si amano i fratelli (1Gv 4,20), è anche vero che non è sufficiente fare del bene agli altri per dire
di essere a posto con Dio. I primi due peccati descritti nella Scrittura sono contro Dio e contro il
prossimo. Ma il secondo è stato in qualche modo una conseguenza del primo. La separazione da
Dio ha causato la separazione fra i fratelli. Allo stesso modo ci può essere un vero amore per i fratelli solo a partire da un vero amore per Dio. E il vero amore sta nel “tutto”, nel dare tutto se stessi
al Signore. Dio chiede di amarlo con tutta la vita non perché abbia bisogno di qualcosa da parte nostra, ma perché sa che l’uomo realizza la sua vocazione nell’amore totale, nel donarsi totalmente. È
quando facciamo la volontà di Dio completamente, e non soltanto con una parte di noi stessi, soltanto per adempiere formalmente ad una legge, che siamo felici.
