SANTO NATALE – 2023 (Lc 2, 1-14)
In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo
primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire,
ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì in Giudea alla città di
Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire
insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni
del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per
loro non c’era posto nell’alloggio.
C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la
guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi
furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che
sarà di tutto il popolo: oggi, nella citta di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo
per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoria”. E subito apparve con
l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio, nel più alto dei cieli e
sulla terra pace agli uomini, che egli ama”.
(Lc 2, 1-14)
Il Natale ha assunto nel nostro mondo occidentale un tono, una presenza fragrante e affascinante. È
giusto riconoscere che questa grande festa è vissuta spesso in maniera superficiale, però, è anche da
notare che le luci, gli addobbi richiamano ed evocano Gesù luce del mondo e che è venuto per dare
gioia. Pure il pranzo natalizio, in qualsiasi modo si svolga, è un invito a riaccendere le relazioni con
i familiari e gli amici. È un appello alla dimensione degli affetti e del cuore. Ho ricevuto oggi
questo augurio: “La vera ricchezza non sta nelle tasche, ma nella famiglia, negli affetti, negli amori,
nei valori…cioè nel cuore”.
Fatta questa premessa, vorrei in questo Natale, nella mia riflessione sostare su tre immagini o
espressioni del brano che abbiamo letto e ascoltato: “Maria lo avvolse in fasce e lo pose in una
mangiatoia”, “L’angelo disse: vi annuncio una grande gioia, è nato per voi un Salvatore”, “Anche
Giuseppe dalla Galilea salì verso Betlemme”.
“Maria avvolse il bambino in fasce e lo pose in una mangiatoia”.
Gesù nasce bisognoso di cure, di attenzioni. Gesù è un essere indigente, non è
autosufficiente, non basta a se stesso. È il segno di Dio che si è fatto povero, bisognoso.
Quasi Dio più che voler salvare, vuole essere salvato, più che mostrarsi un Dio che ama, è
un Dio che desidera essere amato. Sì è un Dio che viene a salvare, ma viene a salvare
coinvolgendo gli uomini. Ricordo un’espressione di una giovane donna ebrea Etty Hillesum
morta ad Auschwitz nelle camere a gas: “Questo è il momento in cui non è Dio a salvarci e a
liberarci, ma siamo noi chiamati a salvare Dio o meglio a pensare a un Dio diverso: non il
Dio onnipotente, ma al Dio debole che spinge l’uomo a diventare salvatore”.
Ma mi piace soffermarmi sulla parola indigente. Dovremmo tutti sentirci in questa
situazione. Vivere il senso dell’indigenza vuol dire aprirsi e cercare di colmarla. Essa non è
un limite, ma è la radice di un’immensa apertura. Quando uno si sente indigente esce da sé
per incontrarsi con altri e arricchirsi dei doni e dei valori presenti in loro. Egli si proietta
oltre al proprio sé, si trascende, e va oltre i propri limiti. Vivere è un continuo uscire, e
uscire vuol dire camminare, e camminare comporta anche sbagliare: “errare humanum est”.
Accettare i propri sbagli, non voler essere perfetti, saper vivere nell’imperfezione,
acconsentire di non poter essere la persona che sogniamo, è la strada che porta alla serenità e
anche all’impegno.
Lavoriamo su noi stessi, ma rinunciando ad esser perfetti. Accettiamo gli inconvenienti, le
ombre, i limiti propri della specie umana. Impariamo a vivere nella debolezza, pur non
desistendo dal nostro compito. Questo è il modo per essere umani. Dio non ci vuole perfetti,
ma umani, capaci di essere misericordiosi con noi stessi e con gli altri.
“L’angelo disse: vi annuncio una grande gioia: è nato per voi un salvatore”.
Oggi la parola salvatore può essere tradotta meglio con “liberatore”: Dio viene a liberare. La
libertà è un’aspirazione dell’uomo di sempre. Anche nella cultura greca c’era tutta
l’impostazione filosofica per rendere l’uomo libero, che possa pensare e agire con la sua
testa, senza costrizioni e ordini vincolanti. Anche la Bibbia ci presenta un Dio che ama la
libertà. Chiama Mosè perché affranchi il popolo dalla schiavitù egiziana e diventi un popolo
libero. Così pure è sempre Dio che di fronte al popolo ebraico in esilio a Babilonia,
attraverso il re pagano Serse, diventa l’artefice del suo ritorno alla libertà. Dio ama uomini e
donne liberi, sia socialmente, ma soprattutto interiormente. C’è una formidabile espressione
di Martin Buber teologo e filosofo ebreo: “Dio è il Dio della libertà. Egli che possiede tutti i
poteri per costringermi non mi costringe. Egli mi ha fatto partecipe della sua libertà. Io lo
tradisco se mi lascio costringere”.
Dobbiamo rimuovere e smantellare l’idea di un Dio che toglie e restringe la libertà. Caso
mai è la Chiesa, che nella sua storia, ha avuto paura della libertà e ha purtroppo spesso
condannato la libertà di pensiero, di coscienza, di religione.
Gesù stesso nel Vangelo si paragona al buon pastore che entra nel recinto delle pecore e le
conduce fuori. Il recinto era l’immagine della religione giudaica che recintava le coscienze
con divieti, leggi, obblighi. Gesù conduce le pecore, cioè le persone, fuori dal recinto perché
pensino in proprio, seguano la propria coscienza, camminino con le proprie gambe.
Certo la libertà non va intesa come “fare ciò che si vuole”, questo porterebbe
all’individualismo, al soggettivismo e alla fine non sarebbe libertà, perché si sarebbe schiavi
dei propri istinti.
La libertà è scegliere ciò che è giusto, ciò che fa crescere la persona, ciò che la fa
sprigionare nelle sue autentiche potenzialità. Qualche filosofo (Salvatore Natoli) sostiene
che la libertà è fare ciò che si deve, non per obbligo esterno, ma per scelta interiore.
Sono due a mio parere le principali liberazioni:
- Liberare dalla paura di Dio. Quante volte nel Vangelo, soprattutto in quello
dell’infanzia, risuonano le parole “non temete”. L’angelo quando si rivolge a Maria le
dice: “Non temere Maria”. Gli angeli dicono ai pastori: “non temete”. Dio è un padre
che ama gli uomini, viene per amarci e non per dare leggi o peggio castighi. Dio ama
tutti: è come il sole che sorge sui cattivi e sui buoni. E desidera credenti non per paura,
ma per amore e desiderio. - Libera dal dolore e dalla sofferenza. Chissà come mai nella vita cristiana è nata la
“mistica del patire”, una religione dolorante. Si pensava e si diceva che il “Signore fa
soffrire quelli che ama”. Invece si deve con forza sottolineare che Dio non ama la
sofferenza. Il dolore, la sofferenza, la malattia provengono dalla vita, dalla fragilità, ma
che Dio invita e aiuta a togliere e a non apprezzare. Dio è venuto per insegnarci la strada
per trovare il bene e la felicità. I miracoli di Gesù, comunque vengano interpretati, sono
il segno di Gesù che libera da malattie, sofferenze, da ciò che impedisce l’uomo ad
essere uomo.
“Anche Giuseppe dalla Galilea salì verso Betlemme”. San Giuseppe sembra un
personaggio marginale nella vita di Gesù e del Vangelo. Adesso non è il momento per
esaminare pienamente questa figura che è sempre stata considerata opaca e solo
esecutiva e obbediente. Io vorrei riscattare Giuseppe e scoprire che in lui abita una
persona altamente riflessiva, coraggiosamente rivoluzionaria. E mi soffermo solo su due
episodi. Certo dovremmo, anzitutto svestirlo del suo alone sacrale e cogliere la sua piena
umanità nelle scelte che è chiamato a vivere. È un uomo che di fronte ai problemi sa
affrontarli con la propria testa e coscienza. Il primo episodio riguarda Giuseppe che con
sorpresa si accorge che Maria è incinta e non sa l’origine di questa maternità. Egli non
ha ricevuto nessuna rivelazione particolare. Per lui, Maria poteva aver subito una
violenza o addirittura aver avuto un rapporto consensuale. In un caso, come nell’altro
per legge doveva ripudiarla e sempre per legge doveva essere lapidata. Giuseppe non è
impetuoso ci pensa, riflette, e conoscendo bene Maria, il suo amore e la sua dignità
comincia ad avvertire che ciò che è nato in lei può venire da qualcosa di grande. E allora
va contro la legge e accoglie Maria in casa. Si rende impuro davanti alla legge per amore
di Maria. Prima c’è la persona e poi la legge. Prima c’è l’amore e poi gli obblighi legali.
Qui c’è il coraggio rivoluzionario di Giuseppe, egli va oltre la legge.
Il secondo episodio riguarda Gesù in pericolo perché il re Erode ha deciso di uccidere
tutti i bambini da due anni in giù e Giuseppe di notte fugge con Maria e il bambino
(Mt.2,13).
Si dice nel testo che un angelo lo avrebbe avvertito in sogno, ma in realtà è la sua
responsabilità e il suo attento amore che lo porta a prevedere il pericolo e a proteggere
Gesù. È un uomo che fa delle scelte anche sconvolgenti frutto del suo pensare e della sua
intuizione.
Quando Giovanni XXIII ha voluto S. Giuseppe come patrono del Concilio Vat. II, il
Concilio dell’apertura, aveva colto che il primo credente che ha aperto la strada alla
novità è stato proprio Giuseppe che per primo ha intuito che prima c’è la persona e dopo
la legge.
E Gesù quando ha proclamato che “il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato”
l’aveva imparato dalla vita e dal pensare di San Giuseppe.
Due piccoli impegni.
- Vivere l’indigenza come una spinta a uscire da sé.
- Cogliere che l’espressione “il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato” nasce nel
cuore e nella testa di Giuseppe.
Battista Borsato
