III Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (21/01/2024)
- Testi di riferimento: 1Re 19,19-21; Sal 96,2; Is 52,7; 61,1; Ger 16,16; 36,3; Ez 26,16; Dn 2,44;
7,13-14.21-22.27; Am 7,3.6; Mt 10,7; 12,39-41; 16,4; 21,31-32; Mc 1,38-39; 3,13-14; 6,12-13;
10,28-31; Lc 5,11; 8,1; 10,9-11; 14,26.33; 18,7; At 2,38; 3,19; Rm 1,1; 10,14-15; Gal 4,4; Fil 3,8;
1Ts 2,2.9; Tt 1,3; Gc 4,14; 1Pt 4,17; 1Gv 2,17; Ap 6,10-11
- Premessa.
- Non solo perché la terza domenica del T.O. viene dedicata alla “Parola di Dio”, ma ogni volta
possiamo/dobbiamo chiederci: questa parola ha a che fare con la mia vita, e in che modo?
Noi leggiamo/ascoltiamo queste letture perché riguardano Gesù, una persona importante per noi, o
anche perché noi siamo direttamente coinvolti in questi episodi?
Oppure: Gesù ha fatto delle cose, importanti per il suo tempo, ma oggi siamo chiamati a farne altre.
E’ così? - Ascoltare la parola di Dio non ha a che fare soltanto con la sfera intellettuale – aumento la mia conoscenza di ciò che Gesù ha fatto, comprendo meglio i contenuti della mia fede, ecc. – Questo
ascolto mi coinvolge personalmente e mi dovrei chiedere in che modo. - Nella fattispecie: come io sono coinvolto nella predicazione del vangelo da parte di Gesù e nella
chiamata dei discepoli?
- Il brano di Vangelo odierno presenta due parti: una che sintetizza l’attività di Gesù e il contenuto
della sua predicazione e l’altra che descrive la chiamata dei primi discepoli. Entrambe le parti e ciò
che esse descrivono sono estremamente importanti e connesse fra di loro. - La predicazione di Gesù.
- “Predicando il Vangelo di Dio” (v. 14). Dopo l’episodio del Battesimo e l’esperienza del deserto
(lo vedremo in quaresima), la prima attività che Gesù realizza nel suo ministero pubblico è quella di
predicare in modo aperto, manifesto (è questo il significato del verbo kerusso). Si tratta di un annuncio pubblico, della proclamazione di una notizia di interesse generale. La predicazione non è
una catechesi, un insegnamento; quello verrà dopo e servirà a spiegare meglio il contenuto della
predicazione. Ma la cosa fondamentale è appunto il contenuto dell’annuncio. In realtà questa non è
soltanto la prima cosa che Gesù fa, ma anche la principale. Ciò che Gesù proclama è il “Vangelo di
Dio”; e questo può essere inteso in due modi. 1) È il Vangelo, la buona notizia che viene da Dio;
Dio stesso vuol far conoscere agli uomini, e nessun altro meglio di lui può farlo, ciò che veramente
serve per essere felici. 2) È la buona notizia per eccellenza. Se si proclama il Vangelo di Dio significa che non c’è altra buona notizia che gli uomini debbano aspettarsi se non questa. Il “Vangelo di
Dio” ha un carattere di assolutezza. Il versetto successivo serve a spiegare in cosa consiste questa
buona notizia. - “Vangelo” nel senso cristiano significa messaggio di salvezza. La particolarità non consiste soltanto nel fatto che si tratta di un messaggio di salvezza, ma che tale salvezza è contenuta nel messaggio
stesso. La salvezza si riceve accogliendo il messaggio. La salvezza ha luogo per la persona nel momento in cui il destinatario del messaggio accoglie, crede, aderisce a tale messaggio. Per questo la
condizione per essere salvati è “convertirsi e credere nel messaggio di salvezza”. Tale salvezza
coincide con l’accoglienza del regno. Il “vangelo” cristiano è sempre al singolare, perché c’è un solo messaggio di salvezza, quello di Cristo e quello della chiesa. Tramite il vangelo arriva il regno di
Dio che viene sperimentato come una “vittoria” su altri regni. Chi ha conosciuto il regno di Dio lo
ha conosciuto come una vittoria su altri regni. - “Il tempo (kairos) è compiuto e si è avvicinato il regno di Dio” (v. 15). Sono le prime parole di
Gesù in Mc. Il “background”, lo sfondo di queste parole è costituito dal libro di Daniele. In esso si
annunciava l’avvento di un regno divino che avrebbe superato tutti gli altri regni e non avrebbe avuto mai fine (2,44; 7,13-14.18.22.27). Però, siccome quel tempo non era ancora giunto, Daniele doveva sigillare il suo libro sino al “tempo (kairos) della consumazione” (12,4). Allora, con la sua
proclamazione, Gesù annuncia che la consumazione di questo kairos, è arrivato. È giunto il tempo
in cui Dio rende giustizia al suo popolo e instaura il suo regno sugli uomini. E siccome il kairos è
un tempo limitato, esso va accolto subito, perché può passare in fretta. È notevole la frequenza del
termine “subito” in Mc: ben 41 volte su un totale di 51 nel Nuovo Testamento. Per il nostro evangelista tutto quello che riguarda Cristo e il regno fa fatto assolutamente in fretta. Così come i niniviti
della prima lettura che non aspettano la scadenza dei quaranta giorni, ma fanno subito penitenza. - L’annuncio del regno. È il cuore e l’essenza della predicazione di Cristo. Quel regno eterno attraverso un figlio dell’uomo di natura celeste e concesso ai santi di Dio annunciato nel libro di Daniele
è ora arrivato nella persona di Gesù. Grazie a lui ora la sovranità di Dio nel mondo può avere luogo;
e gli uomini sono chiamati ad appartenere al dominio di Dio, a partecipare della regalità di Cristo e
avere lui come loro re. Tutto quello che Gesù farà e dirà da ora in poi, servirà a spiegare il significato di questo regno. Perché non tutti lo intenderanno allo stesso modo. Qualcuno potrebbe avere dato
alla parola “regno” un senso politico. Allora Gesù guarisce i malati: libera i ciechi dalla cecità, i
sordi dalla sordità, e soprattutto gli indemoniati dal demonio, per manifestare la caratteristica di
questo regno. Il primo miracolo descritto in Mc è appunto la guarigione di un indemoniato; perché
il regno di Dio di cui parla Cristo consiste nella liberazione degli uomini dalla tirannia del regno di
satana (Mc 3,22-30). L’annuncio di questa liberazione è dunque il “Vangelo di Dio”, cioè non una
buona notizia, ma la buona notizia per eccellenza, la buona notizia per tutti gli uomini di tutti i tempi. Non c’è altra notizia che possa interessare agli uomini quanto il fatto che a nessuno è preclusa la
possibilità di ricevere la grazia di Dio, per quanto malvagio possa essere (questo è in fondo il senso
della prima lettura). Avere Cristo come re significa ricevere fin da ora una vita nuova, la stessa vita
di Cristo; significa che non siamo più in balia delle nostre passioni, che non regna più il peccato su
di noi (Rm 6,12), ma regna la grazia per la vita eterna (Rm 5,21). - “Convertitevi e credete al Vangelo”. Con l’avvento del regno dei cieli sulla terra inizia dunque
un’epoca nuova. Cristo apre il cammino verso il cielo, verso la vita celeste che inizia già qui. Di
conseguenza tutta la nostra esistenza acquista un nuovo orientamento. Questo è il senso della chiamata a conversione come diretta conseguenza all’annuncio del regno. Accogliere la predicazione
del regno implica un cambiamento, una conversione (cfr. At 2,38). Se all’interno dei regni umani
gli orientamenti fondamentali sono quelli verso una posizione sociale favorevole, verso
l’acquisizione di beni, verso i legami affettivi, ora tutto questo viene relativizzato in funzione del
regno di Dio e del suo compimento definitivo nel cielo. Per questo san Paolo può rivolgere ai Corinzi quelle affermazioni così radicali che appaiono nella seconda lettura odierna. Così la prima
“conversione” presentata in Mc è appunto quella dei primi quattro discepoli che, alla chiamata di
Gesù, lasciano subito le reti, la barca e il padre per seguire Cristo. Ciò che per loro era primario, ora
non lo è più. La presenza del regno sulla terra non lascia le cose come prima. La realtà nuova del
regno di Dio fa apparire sulla terra un nuovo stile di vita. - Chiamandoci al regno Cristo ci invita a salire su di un treno che ci porterà alla meta, al fine della
nostra esistenza, che è la comunione perfetta con Dio nel cielo. Il regno dei cieli predicato qui è
l’occasione, il kairos, per salire su questo treno che sta passando e potrebbe non passare più; e questo kairos è breve (seconda lettura). Nel momento in cui io salgo su questo treno faccio un taglio
ben preciso con quello che lascio, e vivo orientato a quello che mi attende. Questa è la condizione di
chi ha accolto il regno dei cieli: vivere orientato alle cose di lassù, perché «se siete risorti con Cristo
cercate le cose di lassù» (Col 3,1). Perciò anche se siamo ancora su questa terra e dobbiamo fare uso
delle realtà di questa terra, tuttavia lo facciamo non come se queste fossero realtà assolute, ma nella
chiara consapevolezza che esse sono del tutto transitorie, e quindi non ci affanniamo nella preoccupazione di non perderle, o nella rabbia perché non corrispondono ai nostri desideri. Prepararsi al
cielo ci libera dall’affanno per le cose della terra, dalla follia di voler dominare sulle realtà che non
ci appartengono e che vanno usate e gestite sapendo che non sono nostre e che non sono eterne.
L’annuncio del regno ci invita a salire sul treno che ci porta al cielo, sperimentando di appartenere
già ad una nuova dimensione. Quando Pietro farà notare che essi hanno lasciato tutto per seguirlo,
Gesù replicherà che «non c’è nessuno che abbia lasciato casa (… ecc.) a causa mia e del Vangelo
che non riceva cento volte tanto ora in questo kairos … e nel mondo futuro la vita eterna» (Mc
10,28-30).
- La chiamata.
- Fin da subito Gesù chiama delle persone a seguirlo. I quattro menzionati nel brano di Vangelo
odierno sono soltanto i primi del gruppo dei “dodici” che Gesù volle costituire perché stessero con
lui, per mandarli a predicare e per cacciare i demoni (Mc 3,14-15). La chiamata dei quattro è anomala. Essi non seguono Gesù di loro iniziativa, non vanno da lui come si va da un maestro di fede
ad imparare. Essi forse nemmeno lo conoscevano. Mentre stanno svolgendo il loro lavoro consueto
vengono chiamata da Gesù a lasciare tutto e seguirlo; ed essi lo fanno. Si tratta di qualcosa che non
ha precedenti se non nell’episodio di Elia ed Eliseo (1Re 19,19-21) in cui il primo chiama l’altro
mentre costui stava svolgendo il suo lavoro. E lo chiama perché Dio gli aveva comandato di prendersi Eliseo con sé perché diventasse il suo successore. La stessa cosa fa Gesù. I “dodici” (ma dopo
di loro tutti quelli che li seguiranno, quelli che costituiranno la chiesa) sono voluti da Gesù fin
dall’inizio per diventare i suoi successori, per fare ciò che hanno visto da lui e predicare ciò che
hanno sentito da lui. - La proclamazione del Vangelo di Dio dovrà essere continuata sino alla fine dei tempi dai discepoli
di Cristo (Mt 10,7; Lc 9,2; At 20,25; 28,31). Per questo Gesù chiama delle persone a seguirlo, perché anch’essi diventino annunciatori del regno di Dio. In Mc 3,14 questi discepoli saranno inviati a
predicare così come aveva fatto Cristo (cfr. anche 6,12-13). Gesù continuerà a percorrere le città e i
villaggi del mondo attraverso i suoi inviati. La Chiesa continua la missione di Cristo di proclamare
la venuta del regno a tutti gli uomini e la chiamata a conversione. Senza la Chiesa non c’è annuncio
del regno. La Chiesa ha ricevuto la missione inderogabile, irrinunciabile, di portare la luce del regno
a tutte le nazioni. Questo è la ragion d’essere della Chiesa. Questa è la vocazione fondamentale di
tutti i cristiani. Nessuno cristiano può sentirsi dispensato dal seguire Cristo in questa missione. Il
tempo della proclamazione (kerygma; cfr. prima lettura) della Chiesa è il tempo opportuno, il kairos, per convertirsi. Infatti, «non ci sarà altro segno per questa generazione se non il segno di Giona» (Lc 11,29). Mentre è presente la luce del giorno occorre camminare (Gv 11,9-10); mentre Cristo è con noi occorre convertirsi. E Cristo è con noi, fino alla consumazione dei secoli, attraverso i
suoi inviati (Mt 28,20). - Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/
