Pieve di Scandiano Commento V Domenica di Quaresima (Anno B) 

Commento V Domenica di Quaresima (Anno B)  (17/03/2024)

Vangelo: Gv 12,20-33

La pericope evangelica di questa quinta domenica di Quaresima segue immediatamente, nell’economia del quarto vangelo, l’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, evento posto da Giovanni nei giorni precedenti la festa di Pasqua. Come si evince dalle prime righe, nella città santa per Israele si era radunata in quei giorni una grande moltitudine di fedeli, non solo membri del popolo dell’Alleanza, ma anche ricca di tutti quei “timorati di Dio”, qui definiti Greci (Ellenés), che pur non essendo parte delle tribù d’Israele per questioni etniche e storiche, rendevano culto a JHWH e seguivano nella loro terra la legge mosaica (interessante a livello storico ricordare come proprio la presenza di questo ebraismo in diaspora facilitò quel processo di apertura universale e di superamento dei limiti del popolo ebraico che la Chiesa maturò nei primi secoli della sua esistenza).

Ebbene, in mezzo a questa folla plurale e variegata, alcuni fedeli provenienti dalla diaspora si avvicinano ad uno dei discepoli per chiedere di vedere Gesù. Il verbo, riportato dall’evangelista alla forma infinita idein (eidomai all’aoristo) merita una piccola riflessione. Nella mentalità classica infatti, vedere non è solo sinonimo di guardare, ammirare, osservare, bensì è un’attività profondamente legata al pensiero ed alla conoscenza (si pensi alla parola idea nella quale ritroviamo la medesima radice). Per l’uomo greco è invero il senso della vista ad essere predominante in funzione della conoscenza. A differenza di un semita che è costantemente invitato ad ascoltare – chiaro esempio è la grande preghiera dello Shemà Israel (Ascolta Israele, cfr. Dt 6), che l’ebreo osservante ripete ogni giorno – chi è impregnato di pensiero greco affida gran parte della sua capacità conoscitiva della realtà agli occhi e all’immagine che essi imprimono nella mente.

La domanda che raggiunge gli apostoli non è quindi quella di chi vuole ammirare un oggetto da museo, di chi vuole sentire parlare di un personaggio mitico, ma è l’interrogativo che agita qualcuno che desidera visceralmente conoscere, fare esperienza, incontrare qual predicatore errante che si diceva fosse il Figlio di Dio, che viene riconosciuto anche dagli abitanti di terre lontane come una persona da incontrare nella sua verità, da conoscere nella sua pienezza e messa sua vera statura che non è solo quella di un uomo, ma che riguarda anche misteriosamente il divino e la Verità di tutte le cose.

Di fronte a questo desiderio, Gesù risponde con grande sincerità e nitidezza, restituendo ai suoi ascoltatori l’immagine di un Signore che si consegnerà ai suoi persecutori, che attraverso la sua morte donerà la vita, non come un vincitore, ma come uno che accetta di consegnare tutto se stesso per portare molto frutto.

Questa, sembra dire il Maestro, è l’immagine più perfetta attraverso la quale le genti possono conoscere Dio: quella di un Signore che, possiamo e dobbiamo ripeterlo ancora oggi, soprattutto avvicinandoci alle celebrazione della Settimana Santa, “mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 3, 20c). Anche se questa sua scelta appare “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23b), è l’unica vera luce sotto cui possiamo vedere il Mistero di Dio rivelato a noi in Cristo Gesù e, conseguentemente, l’unico grande criterio interpretativo della nostra vita quotidiana e delle nostre scelte di ogni giorno: “ora è il giudizio di questo mondo”.

Fonte:https://www.pievescandiano.it/