Don Paolo Zamengo “Tommaso”

II Domenica di Pasqua (Anno B)  (07/04/2024) Liturgia: At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31

C’è un modo fantastico di raccontare la Risurrezione: un
rovesciamento improvviso, un cammino trionfante! E
così si racconta anche la Pentecoste: un rombo come di
vento ed ecco le porte si aprono. Non dico che non ci sia
del vero. Ma è il modo di chi corre in avanti e anticipa il
futuro. In realtà, se stiamo al vangelo, il cammino della
risurrezione appare poco dirompente: conosce
avvicinamenti, resistenze, pause, gradualità. C’è chi, con
un po’ di enfasi, sostiene che come si fa presente Gesù
Risorto, come viene lo Spirito, ecco che le porte si

aprono, anzi si spalancano.
Invece l’evangelista Giovanni dice che otto giorni dopo, otto giorni dopo la Risurrezione, le porte
erano ancora chiuse! Eppure avevano visto il Signore in mezzo a loro e avevano ricevuto lo
Spirito: “Ricevete lo Spirito Santo” aveva detto, alitando su di loro. Ma le porte erano ancora
chiuse! Le porte chiuse come un simbolo della durezza di una situazione insuperabile. Noi ci
lamentiamo tanto degli insuccessi della fede. Pensate agli apostoli che non riescono neppure a
convincere uno di loro.
Eppure erano stati testimoni oculari del Risorto, l’avevano sentito dire: “Pace a voi”. Aveva
mostrato loro le ferite. E avevano gioito al vedere il Signore. Ma non erano riusciti a convincere
uno solo Tommaso. E le porte erano ancora chiuse: la povertà delle nostre parole a dire, a
testimoniare, e la resistenza del cuore a credere. Le porte chiuse! E Gesù, il Risorto, che viene a
porte chiuse, non viene alla maniera dei fantasmi delle favole. Lui viene nonostante i nostri
ostacoli, nonostante le nostre resistenze, Gesù viene!
Viene nonostante le nostre porte chiuse! E questo ci consola. Signore, non ti fermi davanti alle
nostre porte chiuse. E ci porti una parola di pace: “Pace a voi”. E ci mostri le mani e il costato. E c’è
bisogno di pace. Certo di una pace anche dalla guerra e non possiamo non guardare con
preoccupazione il riaccendersi di focolai di guerra in questi terribili anni.
Ma c’è bisogno di pace dentro di noi, una pace che liberi anche noi, come quel giorno gli apostoli,
dalle paure che ci bloccano dentro. A volte mi capita di pensare che i discepoli erano barricati
anche per la paura dei Giudei, ma forse erano barricati dentro da un’altra paura, ancora più
devastante, la vergogna per come avevano reagito, per come si erano comportati nei giorni della
passione e della crocifissione del loro maestro. Bloccati, come a noi succede, dalla delusione verso
noi stessi, una delusione che genera inquietudine, genera frustrazione, genera paura.
E Gesù, come prima parola, dice una parola di pace. E anche la Chiesa dovrebbe dire sempre come
prima questa parola: non una parola di condanna, ma di pace: “Non temere, va in pace”. Ed è
sorprendente, ma anche ricca di significati, nel brano, la connessione tra pace e segno delle ferite.
Disse loro: “Pace a voi”. Detto questo mostrò loro le mani e il costato. Disse: “Pace a voi”.
Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani, stendi la tua mano e mettila nel
costato”. La visione di quelle ferite, che potrebbe ingenerare la paura, il rimorso e lo sconforto per
i nostri tradimenti, dà invece pace. L’evangelista Giovanni ce lo ricorda: “metti la tua mano nel
costato”. Non possiamo dimenticare che Giovanni, unico evangelista, ha parlato nel suo vangelo
della lancia che ha aperto il costato di Cristo sulla croce.

Attraverso quella ferita, attraverso l’apertura del costato, noi abbiamo accesso al cuore di Cristo:
un territorio ora invaso da tutti, una dimora per tutti noi, una dimora di pace, per tutti. Le ferite,
proprio perché vi leggiamo l’amore di Dio che ci ha amati sino alla fine, quelle ferite, ci danno
pace. Pace a voi. State in pace. Non ci rimane tempo di indugiare su Tommaso, l’uomo del dubbio,
il primo dei credenti.
Una cosa però voglio, ancora una volta, sottolineare: che la chiesa degli inizi, per chiusa che fosse,
non aveva chiuso la porta in faccia all’uomo del dubbio… non l’aveva messo alla porte, non lo
aveva lasciato fuori dalla porta. Il non credente, l’uomo del dubbio è in mezzo a loro. Ed è proprio
per lui che quel giorno Gesù gli appare e gli parla. Un’accoglienza che ha qualcosa da suggerire alla
chiesa di oggi.