IV Domenica di Pasqua (Anno B) (21/04/2024) Liturgia: Atti 2,14-36-41; 1Pietro 2,20-25; Giovanni 10,1-10
Testi di riferimento: Nm 27,17; 1Sam 17,34-35; 2Sam 24,17; Sal 23,1-4; 77,21; Sal 95,87-11; Sap
3,1; Is 40,11; 49,10; 53,6.12; 63,11-12; Ger 3,15; 23,1-4; Ez 34,2-6.11.23; Zc 11,16-17; Mt 11,27;
20,28; Gv 10,27-29; 13,4.36-38; 15,13; 16,32; 18,8-9; 21,15-17; At 20,28-30; Ef 5,2; Eb 4,7-10;
13,20; 1Pt 2,24-25; 5,1-4; 1Gv 3,16; 4,9; Ap 7,17
- La tematica del pastore.
- Una metafora. Nella quarta domenica di Pasqua abbiamo sempre un brano di Vangelo che ruota
intorno alla metafora biblica del pastore. Può essere banale e stucchevole, ma è utile richiamare la
differenza fra uso reale e uso metaforico di un termine. Se io parlo di gregge e di pastore in senso
reale sto intendendo da un lato un gruppo di animali a quattro zampe, rivestiti di lana, che brucano
erba, che producono latte; e d’altro lato di una persona che agisce come custode di quel gruppo di
animali, che spesso ne è il padrone, che si appropria della loro lana e del loro latte, che spesso ne
mangia i figli (gli agnellini). Se i termini “gregge” e “pastore” sono utilizzati in senso metaforico,
quasi nulla di tutto ciò è vero. La metafora coglie soltanto un aspetto proveniente dal senso reale e
lo applica ad una situazione completamente diversa. Anche per questo una metafora può avere un
carattere paradossale. Quando abbiamo a che fare con una metafora dobbiamo dunque capire in che
senso la si sta utilizzando (e quindi anche in che senso non la si sta utilizzando), altrimenti rischiamo un “naufragio ermeneutico”. - Quella del “pastore” è una tematica appropriata per il tempo pasquale, perché fu durante la prima
pasqua, quella in cui Israele uscì dall’Egitto, che Dio si rivelò come “pastore” per il suo popolo.
Jahvè ha guidato il suo popolo attraverso il deserto verso la terra promessa come un pastore guida il
gregge a pascoli dove si può nutrire e riposare (vedi testi di riferimento). La terra promessa è spesso
indicata come il “riposo” dove Dio conduce il suo popolo. Ma esso potrà godere di questo pascolo e
di questo riposo soltanto seguendo Dio come un gregge fa con il suo pastore. E qui sta il punto fondamentale; perché seguire Dio significa ascoltarlo e obbedirgli. L’obbedienza alla voce del pastore
è espressione di reciproca appartenenza. Le pecore sono del pastore, e costui è realmente il loro pastore, nella misura in cui lo ascoltano e lo seguono. Questo è il senso di Sal 95,7: «Lui è il nostro
Dio e noi il popolo del suo pascolo e il gregge della sua mano, oggi, se ascoltate la sua voce». Tuttavia il popolo ha spesso fallito nel seguire il pastore perché non ha ascoltato la Sua voce (Sal 95,8-
11). Qui sta il paradosso della metafora. Il Pastore non abbandona le pecore, ma le pecore – in questo caso – possono rinunciare al Pastore per seguire altri pastori. Si segue il Pastore infatti quando si
ascolta la sua voce, quando si obbedisce a lui e ci si lascia portare docilmente per le vie che lui percorre. Allo stesso modo Cristo è il pastore ascoltando il quale possiamo entrare nel riposo eterno
(Eb 4,7-10).
- Il Vangelo.
- Deporre la vita. Il verbo “deporre” (tithemi), è certamente il termine chiave del brano evangelico
odierno, giacché appare ben cinque volte (vv. 11.15.17.18). Il deporre la vita di Gesù, cioè il suo
consegnarsi alla morte, è il gesto d’amore più grande che egli può fare per i suoi amici; Gv 15,13:
«Nessuno ha un amore più grande di questo: deporre la propria vita per i propri amici». L’amore del
Padre per il mondo tanto da dare il suo Figlio unigenito (Gv 3,16) trova perfetto riflesso nell’amore
del Figlio che dà la vita per le pecore. Se Gesù è in grado di deporre la propria vita è perché la possiede in pienezza. Questo è fondamentale. L’amore implica la libertà, il possedersi per donarsi. Nessuno toglie la vita a Gesù (v. 18), ma è lui a deporla liberamente. Qui sta il cuore di tutto. Se non
fosse lui a donare la sua vita, la morte di Cristo non sarebbe il segno dell’amore più grande. Soltanto chi è libero, chi si possiede, può amare. La schiavitù al peccato è impedimento all’amore. Chi è
schiavo delle proprie passioni, non può amare. Chi non è libero, chi è dominato dalla concupiscenza, non può amare, perché non si possiede. E se io non mi possiedo non mi posso donare, perché si
può donare soltanto ciò che si possiede. Cristo è l’uomo libero, l’uomo che possiede in pienezza la
propria vita per donarsi e amare. - I discepoli non potranno fare altrettanto, per il momento. Quando Pietro afferma che deporrà la
sua vita per Gesù, costui gli risponde che non potrà farlo (Gv 13,37-38). È impossibile alla natura
umana, schiava del peccato, deporre la propria vita. Soltanto dopo che lo Spirito del Cristo risorto
che abita in noi ci ha liberato veramente (cfr. Gv 8,36) si potrà fare. Quando Gesù depone le vesti
nella lavanda dei piedi, comanda ai discepoli di fare altrettanto, perché a loro è chiesto di amarsi a
vicenda nello stesso modo che ha fatto Cristo (Gv 13,34); e lui lo ha fatto deponendo la sua vita.
Gesù conosce il Padre ed è in forza di questa conoscenza che depone la vita per le pecore (Gv
10,15). Allo stesso modo i cristiani che hanno conosciuto l’amore nel fatto che Cristo ha deposto la
vita per loro, depongono la vita per i fratelli (1Gv 3,16). C’è un rapporto stretto, di consequenzialità, fra il “conoscere” l’Amore e il dare la vita. Il conoscere è una esperienza profonda, intima, personale, che invade la propria esistenza. Solo in forza di questo amore si può amare, cioè dare la vita.
Così Pietro dopo la risurrezione, quando ormai “anziano” ha conosciuto l’amore di Cristo, può realizzare la sua intenzione di dare la vita per il maestro (cfr. Gv 21,18-19). - Il “rapimento” (v. 12). Avere Cristo come pastore significa appartenere a lui, essere unito a lui, in
una forma inscindibile, analogamente come Gesù stesso è unito al Padre (10,14-15). Ciò implica
che il cristiano, colui che ha Gesù come suo pastore, non sarà mai separato da lui. Le sue pecore sono nelle sue mani e nessuno gliele porterà via (Gv 10,28-29). Non c’è cosa migliore che possiamo
avere se non questa certezza che nulla ci potrà separare da Cristo, se rimaniamo sue pecore. Il problema sorgerebbe nel caso in cui si seguissero altre guide che non sono veri pastori, ma mercenari.
Nel momento infatti in cui Cristo sparisce le pecore vengono disperse (Gv 16,32; cfr. Mt 26,31). Il
punto dunque sta nel rimanere uniti a Cristo, nell’ascoltare lui, nel seguire lui. Chi fa questo, comunque vadano le cose (non sono escluse le tribolazioni o le persecuzioni a causa del regno), seguirà la sorte del suo pastore cioè la vita eterna con lui. - Pastore o mercenario? Il mercenario si presenta come un pastore, perché svolge le stesse funzioni;
ma in realtà c’è una differenza sostanziale perché egli lo fa semplicemente per proprio interesse,
cioè per i soldi. Infatti quando sopraggiunge un interesse maggiore, quello per esempio di salvare la
propria vita davanti al lupo, egli abbandona tranquillamente le pecore. Esse non gli sono “proprie”
(v. 12). Questa è la differenza con il pastore. Costui ha dato la vita per le pecore, ha dato tutto se
stesso per salvarle, e quindi le sente fortemente come un bene prezioso. Chi veramente ci conosce e
ci ama è solo colui che ha dato la vita per noi. Di lui solo possiamo fidarci che nel momento del pericolo non ci lascerà. Chiunque altro si interessa di noi per convenienza. Nel mondo tanti vogliono
farci da pastori, ma in realtà sono mercenari travestiti da pastori perché cercano solo i loro interessi
e non importa loro nulla di noi. Cristo non ha alcun interesse da ricavare da noi. Non ha bisogno dei
nostri soldi o dei nostri voti. Al contrario, è lui che ha dato tutto per noi. Per questo è l’unico di cui
possiamo fidarci veramente, perché è l’unico che veramente vuole il nostro bene. A lui possiamo e
dobbiamo rivolgerci nella certezza che quanto ci dice è per il nostro bene.
- Prima lettura: «in nessun altro c’è salvezza» (v. 11). Dovremmo prendere seriamente questa affermazione di Pietro, fatta tra l’altro nella “pienezza dello Spirito Santo” (v. 8). Non c’è altro salvatore stabilito da Dio oltre a Cristo. Egli è l’unico che può salvare l’uomo. “Salvezza” non significa
soltanto conquista del paradiso, qualcosa che ha a che fare unicamente con la vita ultraterrena. La
redenzione di Cristo salva l’uomo qui ed ora, anche se ovviamente avrà il compimento definitivo
nel cielo (cfr. Rm 13,11). “Salvezza” significa quella pace, quel benessere, quella vita vera, che nelle Scritture si dice avrebbe portato il Messia. Significa che quella felicità che il cuore di ogni uomo
brama può venire solo da Cristo. Gesù ha portato all’uomo quello che gli serve fin da ora per essere
felice. Una felicità certamente soggetta ai condizionamenti della precarietà della vita terrena; ma
sempre la vera felicità che l’uomo può desiderare. Da nessuna altra parte può arrivare agli uomini
questa salvezza, questa vita vera che, possedendo fin da ora, ci conferma nella fiducia che la possederemo per l’eternità.
Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/
