Battista Borsato“L’ubbidienza non è più una virtù”

IV Domenica di Pasqua (Anno B)  (21/04/2024) Liturgia: Atti 2,14-36-41; 1Pietro 2,20-25; Giovanni 10,1-10

“Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e
al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e
le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me
e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto:
anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per
questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: il la do
da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto
dal Padre mio”.
(Gv 10, 11-18)
Nel Vangelo di questa domenica spicca l’immagine del pastore. È un’immagine che appartiene più
al passato e ad altre culture. Oggi sempre più raramente ci si incontra con un gregge di pecore
guidato dal pastore, però rimane un’immagine suggestiva. Essa evoca il senso dell’ordine, della
subordinazione, invece nel Vangelo, come vedremo, la figura del pastore richiama l’idea di libertà,
di risveglio della coscienza. Tenteremo di scoprirlo esaminando alcune espressioni del Vangelo.
 “Io sono il buon pastore”. Perché Gesù si definisce buon pastore? Intanto l’aggettivo
“buono” può essere tradotto con l’aggettivo “bello”. Gesù è il bel pastore! Dire che una
persona è buona è un’affermazione incoraggiante, ma dire che è una “bella persona” è una
dichiarazione sì anche della sua bontà, ma soprattutto si vuol dire che è una persona
trasparente, dalle idee vivaci e luminose e che sa immettere speranza. Partendo da queste
considerazioni meglio sarebbe chiamare Gesù il “bel pastore” e per cogliere dove stia la sua
bellezza e il fascino delle sue idee converrebbe leggere alcuni versetti prima di questo brano
del Vangelo nei quali si dice che il “bel pastore” entra nel recinto delle pecore e le conduce
fuori. E quando le ha spinte fuori, cammina davanti ad esse (Gv 10,4). È un’allusione
significativa e dirompente.
Il recinto è il simbolo della religione giudaica che recintava le coscienze con leggi, divieti,
imposizioni. Le persone erano espropriate del loro pensiero. Gesù va dentro e le conduce
fuori perché pensino in proprio, camminino con le proprie gambe.
Noi proveniamo da un sonno ideologico che ci ha impedito di pensare con la nostra testa.
Fino a pochi anni fa imperavano tre storiche ideologie: quella marxista, quella laico-radicale
e quella cattolica. Queste ideologie hanno avuto il merito di aver attizzato le passioni per gli
ideali, ma hanno anche avuto il torto di aver addormentato le coscienze e le persone.
Bisognava pensare secondo una determinata ideologia. Oggi le persone sono diffidenti delle
istituzioni, comprese quelle ecclesiali, perché non amano essere intruppate, essere pensate.
Amano pensare con la propria testa. Per questo sta disseminandosi una “fede senza
appartenenza”. Per questo “l’ubbidienza non è più considerata una virtù”.
Questo risveglio della persona e della coscienza appartiene alla nervatura del Vangelo che
esige persone capaci di avere un pensiero proprio e di rimuovere ogni forma di allineamento
e intruppamento.
Nella mia mente risuona lo slogan degli anni ’68 che asseriva: “Né padri né maestri”.
Certamente era uno slogan eccessivo e pervaso da una carica aggressiva, ma conteneva il
doveroso desiderio degli uomini e delle donne, di riappropriarsi della propria coscienza
senza doverla vendere ad altri che non fosse Dio. Vi riecheggiava l’espressione di Matteo:
“Non fatevi chiamare padri, uno solo è il vostro Padre: Dio. Non fatevi chiamare maestri:
uno solo è il vostro maestro: Cristo. Voi siete tutti fratelli”. (Mt 23,8-9)

 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”.
Conosco le mie pecore. Il verbo conoscere non ha tanto un significato intellettivo. Non è
sufficiente, anche se è cosa buona, che un parroco conosca i suoi fedeli e che il vescovo
conosca i suoi preti e magari anche un buon numero di laici, il verbo conoscere contiene
soprattutto la dimensione affettiva. Il pastore è uno che ha una relazione di amore con le
persone. E l’amore c’è quando egli si mette in ascolto dei fedeli, quando si lascia “nutrire”,
ammaestrare da loro. Il pastore deve nutrirsi non solo per conto proprio, ma insieme a quanti
è chiamato a guidare. I credenti sono ricchi di esperienze di Dio, di intuizioni, di aneliti
spesso non avvertiti e valorizzati. Cosa si può dire, di più azzeccato, su figure come quelle
di Oscar Romero o Tonino Bello, se non che sono stati capaci di crescere insieme alla gente
loro affidata? Una recente biografia rileva che monsignor Bello non è nato spiritualmente
fornito d’impegno per la pace, di attenzione agli umili, di grinta profetica, di desiderio di
purificare la Chiesa. Impeto e sentimento gli sono cresciuti dentro e a contatto con il suo
popolo, con le difficoltà, l’emarginazione, le esperienze dei suoi fedeli: queste lo hanno
nutrito e maturato.
Anche Gesù è cresciuto ascoltando voci, umori, necessità della gente. Dunque, il primo
compito del pastore sta nel lasciarsi stimolare e arricchire dalle istanze che vengono “dal
basso”.
 “Conosco le mie pecore, offro la mia vita per loro, cammino davanti a loro”.
In queste tre espressioni è disegnata non tanto l’autorità, ma l’autorevolezza del pastore.
Un pastore è autorevole quando vive insieme alle persone che è chiamato a guidare e
animare: “Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. Il distacco, o peggio, il
sentirsi superiori, non crea autorevolezza: è dunque importante coltivare un legame affettivo
con il gregge. Questo è il senso dell’invito di Papa Francesco di “avere l’odore delle
pecore”.
Un pastore è autorevole quando condivide i problemi e le difficoltà delle persone. Non è
come il mercenario, che quando vede venire il lupo, abbandona le pecore. Non così Gesù:
“Egli offre la vita per le pecore”. Il centro del suo interesse sono le pecore. A lui importa la
loro vita. E se non sa dare tutte le risposte le cercherà insieme a loro.
Un pastore inoltre diventa autorevole quando cammina davanti, quando guida il popolo
verso il futuro e non si ferma a ripetere il passato, perché sa che il Regno di Dio appartiene
più al futuro che al passato. Sa riconoscere che ogni pensiero e ogni esperienza sono sempre
incompleti, bisognosi di crescere.
Due piccoli impegni

  • Gesù vuole discepoli che sanno pensare in proprio.
  • Il primo compito del pastore è di lasciarsi stimolare dalle istanze dei fedeli.

Battista Borsato