IV Domenica di Pasqua (Anno B) (21/04/2024) Liturgia: Atti 2,14-36-41; 1Pietro 2,20-25; Giovanni 10,1-10
Gesù nel IV vangelo si presenta con l’immagine del buon pastore. E’ pastore preoccupato soprattutto che le sue pecore possano avere vita e per questo offre la sua stessa vita facendone dono per gli altri. Il riferimento va alla figura del servo di YHWH del Terzo Isaia: ‘non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per provare in lui diletto…si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori…” (Is 53,3-7). Si tratta del profilo di un condannato e sfigurato. E’ volto che si contrappone al volto di Gesù, ‘pastore bello’: la bellezza che comunica sta nell’orientamento della sua vita come dono: è la bellezza del gratuito, della novità di chi si consegna e si spende. Il pastore indicato nel IV vangelo porta infatti i tratti sconcertanti della figura del servo che dà la sua vita per tutti. Ed è contrapposto al mercenario, centrato su di un profitto da guadagnare, ripiegato sul proprio tornaconto. Il primo grande messaggio di questa pagina riguarda l’identità di Gesù come pastore che ha fatto della sua vita un dono in relazione con una comunità che raccoglie attorno a sé.
Un secondo messaggio è relativo al ‘conoscere’: il pastore ‘conosce’ le sue pecore, anzi si attua una conoscenza reciproca: ‘conoscere’ indica un coinvolgimento dell’esistenza e la reciprocità propria dell’amore. Non solo il pastore conosce ma anche le pecore conoscono. L’incontro con Gesù apre ad un incontro più grande che è quello tra il Figlio e il Padre: ‘come il Padre conosce me e io conosco il Padre’. Il dono di Gesù nel rapporto con i suoi è comunicazione di amicizia che coinvolge in una storia di relazione: ‘Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici’. La conoscenza tra il Figlio e il Padre è relazione di dono e di accoglienza, reciprocità di vita; così il ‘conoscere’ che lega Gesù a noi è dono di incontro e diventa uno stare in lui. Da questo condividere la sua vita stessa matura una vita orientata a continuare le scelte che sono state le sue.
C’è un terzo messaggio da cogliere. Gesù è pastore che non chiude e pensa agli altri come nemici ma guarda oltre i confini: “ho altre pecore che non di quest’ovile”. Il raduno che Gesù attua supera le barriere di separazione: il suo sguardo raggiunge altre pecore di altri ovili. Il suo dono genera la possibilità di un incontro nuovo tra diversi e lontani. Ma soprattutto la sua cura tende a superare le barriere che dividono gli ovili e si rivolge ad un incontro dove sia possibile la condivisione nella diversità. In Gesù questa larghezza di orizzonti deriva dalla sua libertà: è l’attitudine di chi non pensa la sua vita come privilegio da difendere ma come dono: ‘io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo’.
La bellezza del pastore si rende visibile nella gratuità e nella libertà con cui offre la sua vita e rende così possibile un percorso di incontro e comunione, di reciprocità nell’amore.
Alessandro Cortesi op
In memoria di don Tonino Bello (18 marzo 1935- 20 aprile 1993)
Da un’intervista a don Tonino Bello al ritorno dalla marcia di Sarajevo – dicembre 1992)
“Abbiamo voluto dimostrare al mondo, all’Europa, all’Italia che ci sono segni alternativi alla violenza, si può trattare, si può entrare dove avvengono le guerre anche disarmati. Noi non abbiamo portato nulla né doni né armi. E chi ci voleva bloccare non era la gente che subisce la guerra ma i potenti che la manovrano, quelli che vogliono far credere che la guerra è inevitabile. Certo il nostro è stato davvero un gesto folle. Come è folle la pace, del resto. Al di fuori, cioè, del buon senso. Anche l’amore è aldilà del buon senso, della prudenza, dei reticoli delle nostre saggezze carnali.
Comunque, al di là di questa lucida follia (per i rischi e i pericoli che comportava), siamo felici di aver dato con questa spedizione dei segnali profetici all’Italia e all’Europa. La trattativa è possibile. La guerra è ormai incapace di risolvere i conflitti. Il bisogno di pace sta diventando endemico; la gente non vuol sentirne parlare di violenza armata. Ci è parso poi di aver fatto le prove generali di quelli che saranno eserciti di domani. Pensate al tempo in cui l’ONU si attrezzerà di un esercito di 300-400 mila obiettori di coscienza, esperti di strategie non violente, tecnici della difesa popolare nonviolenta…
Si risolveranno così i conflitti: con strategie preventive e con interventi riparatori nonviolenti! Questo è il futuro che ci aspetta. Questa è la profezia nuova che dobbiamo annunciare”
Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/
