VI Domenica di Pasqua (Anno B) (05/05/2024)Liturgia: Atti 8,5.8.14-17; 1Pietro 3,15-18; Giovanni 14,15-21
Il testo evangelico della VI domenica di Pasqua dell’anno B è la prosecuzione (Gv 15,9-17) del brano letto la domenica precedente (Gv 15,1-8). Continuando il discorso circa il rapporto tra la vite e i tralci, ci caliamo ora nella spiegazione pratica della metafora campestre, che forma un tutt’uno con la precedente.
Giovanni ci parla di amore fraterno. Il legame intimo che unisce i discepoli a Cristo e tra di loro è proprio l’agape (l’amore), la carità, realtà che ha la sua origine dal Padre stesso: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15,9). L’amore di cui parla Giovanni è realtà teologale, che ha origine in Dio e da Dio discende, suscitando una dinamica relazionale in cui ciascuna creatura umana è invitata a confrontarsi con la propria capacità di lasciarsi amare e di divenire soggetto di amore.
L’uomo-Gesù, a sua volta, ama i suoi nello stesso modo in cui è stato amato dal Padre. Uomo in carne ed ossa, Egli certamente ama come noi, ma anche come solo Dio può amare. L’incarnazione di Gesù rivela a tutti noi una verità che spesso facciamo fatica a riconoscere: cioè che il fatto di essere figli di Dio ci abilita ad amare come Lui ci ama.
Il testo evangelico che ci viene proposto è dunque un inno all’amore ed è un insegnamento sull’arte di amare.
L’amore di Gesù per i suoi dona a ciascuno di loro la possibilità di esprimersi verso gli altri con un amore silile al Suo; ed è anche un invito a non pretendere mai reciprocità, ad amare nella più assoluta gratuità.
Questa rivelazione sull’amore si accompagna a parole profonde e uniche sull’amicizia.
Gesù, rivolto ai suoi discepoli, dice: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa ciò che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15).
Il IV Vangelo in questo passo chiama “amici” coloro che si mettono alla sua scuola: noi cristiani. E li distingue dai servi, perché il servo è colui che non sa ciò che il suo signore fa, forse non capisce nemmeno ciò che il signore gli fa fare e perché glielo fa fare; il servo ignora l’appartenenza, non la sente perché manca di libertà; perciò non può “rimanere nell’amore”, non può perseverare. Invece il discepolo amato è colui che “rimane” (cf. Gv 21,23).
L’amico è legato a colui che lo ama perché lo ha a lungo ascoltato, scrutato ed è pervenuto a una conoscenza più intima e profonda; a una relazione che è un legame di persona libera, non da schiavo; una relazione che può conoscere anche silenzi e lacrime, ma che esperimenta anche la gioia, radicata in un amore maturo e stabile. Una relazione che arriva a esprimersi come dono di sé; gioia per la vita e la crescita dell’altro, dell’amico.
Giovanni Battista è il tipo di questa amicizia: “L’amico dello Sposo è colui che è presente e lo ascolta, ed esulta di gioia alla voce dello Sposo. Questa mia gioia – dice il Precursore quando il Cristo si presenta quale Sposo, inaugurando le nozze messianiche con l’umanità – ora è compiuta. Egli deve crescere e io diminuire” (cf. Gv 3,29-30).
La relazione amicale porta ad amare l’altro come se stesso, porta a non capire più perché mai si dovrebbe preferire “sé” e la propria vita all’altro e alla sua vita, se l’altro è l’amico.
Amico del Signore! non servo di un padrone… questo l’aspetto sottolineato dal quarto evangelista per indicare lo status del credente. Per ricordare che la fede non è esaurita da un’appartenenza ecclesiale, da una pratica rituale e liturgica, da un impegno per gli altri, ma ha come matrice nascosta, profonda e vitale: la relazione personale con il Signore.
Relazione cercata, invocata, nutrita, in cui si rientra dopo l’allontanamento, lo smarrimento… insomma, relazione voluta e vissuta. Non si tratta di cercare atteggiamenti affettivi e intimistici, ma di prendere sul serio nella propria concreta esistenza la vita in Cristo in cui ci ha immesso il battesimo, di prendere sul serio ciò che Paolo confessa di sé: Cristo ha amato me, ha dato se stesso per me, non io vivo, ma Cristo vive in me (cf. Gal 2,20).
Così la morte e resurrezione battesimali scendono nelle nostre profondità, facendoci morire a noi stessi e facendo vivere in noi l’“io” di Cristo. L’amato abita nell’amante, è presenza interiorizzata in lui: “Chi mi ama, anch’io lo amerò e verrò a lui e prenderò dimora in lui” (cf. Gv 14,23). E così ci plasmiamo, a poco a poco, quali amici del Signore.
“Voi siete miei amici se fate ciò che vi comando” (Gv 15,14). Quando obbedire è fare la volontà dell’amato, allora è evento di libertà e dilatazione di gioia. Ma se l’obbedienza è senza conoscenza e senza amore, allora è impresa di schiavo. Vi è unione tra amare e fare la volontà dell’altro, dunque tra amare e obbedire. Tanto che ci potremmo chiedere: sarà mai capace di amare chi è incapace di obbedire? Un amore che rifiuti obbedienza è narcisismo, protagonismo, è illusione e menzogna; un’obbedienza che non si apra all’amore resta un legalismo, resta minata dalla riserva di sé, dalla diffidenza verso l’altro, dalla ribellione sempre possibile e sempre pronta ad esplodere; resta nella morte e non si apre alla vita.
Ebbene, la Scrittura già nell’Antico Testamento comanda: “Tu amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19,18); e il Nuovo Testamento ribadisce questo comando: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 15,17).
La Parola e l’altro: entrambi sono un appello all’amore, si sintetizzano nell’amore.
Noi facciamo esperienza di essere amati dal Signore ascoltando, interiorizzando, mettendo in pratica la sua Parola e facendola divenire relazioni ed eventi, facendola divenire “corporea”. Si tratta sì di obbedienza, ma ricordando sempre che obbedire alla parola di Colui che ci ama è anche e soprattutto un’esperienza di gioia.
“Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri” (Gv 15,17). L’amore è comandato perché viene da un Altro e non da noi; e perché solo un amore comandato può giungere ad amare il nemico. L’amore è comandato! ed essendo comandato da Gesù, che l’ha vissuto fino alla fine, esso è anche narrato e offerto come possibilità reale e praticabile da parte di chi lo accoglie.
Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/
