XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (07/07/2024)
“Ascoltino o non ascoltino – perché sono una genia di ribelli – sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro… tu riferirai loro le mie parole” (Ez 2,5.7). Ezechiele usa un’immagine evocativa per descrivere la sua vocazione ad essere profeta: deve aprire la bocca ed ingoiare un rotolo scritto. La sua missione starà nel porre la sua esistenza al servizio delle parole di Dio. Il profeta è essenzialmente uomo della Parola, chiamato a stare in ascolto e a ridire con la sua vita la parola ascoltata.
Tale fedeltà si scontra con la chiusura e l’indifferenza di molti, sino al rifiuto. I profeti sono perseguitati ed eliminati perché la loro vita pone domande scomode a coloro che usano il dominio. La parola del profeta è infatti critica bruciante di fronte ad ogni pretesa di rinchiudere Dio stesso nel quadro di costruzioni religiose e politiche che difendono privilegi e generano oppressione.
Ingoiare il rotolo ha il significato di far propria la chiamata ad essere presenza critica: l’annuncio del profeta dev’essere appello ad un cambiamento nell’orizzonte di Dio. In tal senso il profeta è l’uomo della fede.
Nella storia d’Israele emerge la tensione tra i profeti da un lato e re e sacerdoti dall’altro che costituiscono le istituzioni di un potere che diviene dominio e oppressione. Contro i profeti si erge incredulità e durezza di cuore. Uno degli aspetti della figura di Gesù che colpì i suoi contemporanei fu certamente il suo presentarsi come profeta.
Marco nel secondo arco del suo vangelo (capp. 3-6) presenta Gesù che parla in parabole e compie segni di liberazione. Delinea da un lato la fede di chi si accosta a Gesù (la donna malata e Giairo al cap. 5) dall’altro il rifiuto non solo di farisei ed erodiani che decidono di ucciderlo (Mc 3,6), ma anche degli stessi compaesani di Gesù. Al cap. 6 indica la difficoltà dei concittadini di Gesù ad accoglierlo. Di lui conoscono la provenienza, le sue radici, la sua famiglia. I compaesani pensano in qualche modo di poter trattenere Gesù. Vengono disorientati nello scorgere una autorevolezza e libertà particolare. Pensano che Gesù sia uno dei loro. Di lui conoscono la provenienza e la famiglia: è uno del paese di Nazaret, ‘il carpentiere, il figlio di Maria, il fratello di Joses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle non stanno qui da noi?” (Mc 6,3)
Gesù incontra così un rifiuto questa volta tra i suoi: non riescono ad accogliere nel suo agire l’annuncio di un Dio vicino. Gesù racconta con i suoi gesti un Dio non onnipotente, ma vicino. La sua presenza è nell’ordinario e nel quotidiano, nelle realtà umane e feriali della vita, nel tessuto dei rapporti del paese e della parentela. Al contrario i compaesani nutrono la pretesa di essere i difensori della dignità di un Dio lontano e onnipotente e ciò diviene motivo per giustificare i rapporti di potere ed il prestigio sacrale o politico di alcuni sugli altri. Non accettano la presenza di un Dio che si fa povero, che condivide e non ha mire di dominio. Questa incredulità di fondo è il motivo della mancata accoglienza di Gesù. Si rinnova l’attitudine di durezza del cuore di fronte ai profeti. Così proprio a Nazareth tra i suoi Gesù “non vi poté operare nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi ammalati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità” (Mc 6,5-6). E’ un rifiuto generato dalla chiusura del cuore che Marco indica come mancanza di affidamento.
Gesù annunciando del regno di Dio è profeta che comunica come Dio si rende vicino nelle vicende ordinarie della vita, sceglie coloro non hanno prestigio e sono esclusi e capovolge così il modo di pensare di chi ha sapienza e domina sugli altri. Gesù contesta una fede fondata sulla attesa di un Dio della potenza e dei miracoli. Accogliere il, suo annuncio che spiazza disorienta le mira di potere umane implica disponibilità a convertire attese e pensieri su Dio stesso.
Alessandro Cortesi op
Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/
