Don Marco Ceccarelli CommentoXVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) 

XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (21/07/2024)

Vangelo: Mc 6,30-34

  • Testi di riferimento: Lv 10,8-11; Nm 27,17; 1Re 22,17; 2Cr 18,16; Gdt 11,19; Sal 23,3; Pr 10,21;
    Sir 51,23-28; Is 49,9-10.15; 54,7-8.10.13; 56,10-12; 63,15; Ger 3,15; 10,21; 50,6; Ez 34,5; Os 11,8;
    Am 8,11-12; Mi 3,11; Sof 3,4; Zc 10,2; 11,16-17; Mal 2,7; Mt 11,28-30; 15,14; Lc 1,78; Gv 10,12-
    16; Gv 14,6; At 6,4; 20,28-30; Col 3,12; 2Tm 2,24; Tt 1,9; Ap 7,16-17
  1. L’apprendistato degli apostoli.
  • Nel brano di Vangelo odierno si descrive il momento in cui gli apostoli, vale a dire il gruppo dei
    dodici (cfr. Mc 6,7), tornano dalla missione e raccontano quanto hanno fatto e insegnato. In precedenza si era detto che Gesù «costituì dodici, che anche chiamò apostoli, affinché stessero con lui e
    per mandarli a predicare» (Mc 3,14). Era usanza per dei discepoli vivere insieme al loro maestro; si
    imparava vivendo in stretto contatto, come se maestro e discepoli formassero un’unica famiglia. Gli
    apostoli hanno avuto bisogno di essere istruiti prima di poter essi stessi istruire altri. La ricerca di
    istruzione è uno dei temi principali di cui si parla nella Scrittura. Secondo la concezione biblica se
    non si cammina nella via del Signore – cioè secondo i suoi comandamenti – si è automaticamente
    nella via dell’empietà; se non si cammina nella via della vita, si è nella via della morte. Non esiste
    soluzione intermedia. Camminare nella via del Signore significa seguire la sua torah, il suo “insegnamento”. Occorre quindi conoscerlo, essere istruiti in esso. Non basta non volere fare il male per
    essere già nella via del bene. Se non esiste una fattiva ricerca della sapienza, dell’istruzione, della
    conoscenza della volontà di Dio, si finirà, anche senza volerlo, per camminare nella via
    dell’ingiustizia. Dunque gli apostoli devono essere formati alla scuola della Sapienza che è Cristo.
    Perciò di nuovo, al loro ritorno, vengono portati in disparte per continuare questo loro “apprendistato”.
  • Dietro ai discepoli però c’è anche un’enorme folla che corre a Gesù. Si tratta probabilmente
    dell’effetto della missione dei discepoli. Essi hanno parlato di Gesù e insegnato nel suo nome; e tanti li hanno seguiti per andare a conoscere direttamente Gesù. La missione della chiesa è efficace se
    porta gli uomini a conoscere e ascoltare Gesù.
  1. La compassione di Gesù per la gente.
  • Il v. 34 del Vangelo ci indica la tematica di questa domenica, sottolineata dall’abbinamento con la
    prima lettura. Gesù mostra il suo cuore di pastore nel “sentire compassione” (splagchnizo) per la
    gente. Il verbo ha a che fare con le “viscere” (splagchna). Nel Nuovo Testamento si trova 11 volte,
    esclusivamente nei Vangeli, avente per 10 volte Gesù come soggetto; mentre nell’Antico Testamento il suo equivalente ebraico (rahamim) esprime l’amore viscerale di Dio per il suo popolo. Quando
    vediamo soffrire qualcuno che amiamo ci si contorcono le viscere, proviamo qualcosa dentro di noi
    che è ben più di un semplice sentimento di compassione. Si tratta di un ardore, un impulso interiore,
    che in genere muove a intervenire, a fare qualcosa. Così anche per Gesù.
  • Ciò che fa “contorcere le viscere” a Gesù e lo spinge a “entrare in azione” è vedere che le folle sono «come pecore senza pastore». Questa espressione è usata nell’Antico Testamento in riferimento
    al popolo di Israele quando i suoi capi – re, profeti, sacerdoti – sono venuti meno nel guidarlo secondo la volontà di Dio. I pastori del popolo sono le sue guide politiche e religiose, le quali hanno il
    compito di condurlo secondo le leggi di Jahvè. Tali pastori devono indicare la via giusta sulla quale
    camminare, vale a dire il retto agire che corrisponde a quanto insegnato dal Signore. Per questo ad
    essi è richiesto di conoscere la volontà di Dio, la torah (Dt 17,18-19; Gs 1,7-8; Mal 2,7), perché dovranno guidare il popolo in conformità ad essa; essi infatti non sono altro che pastori vicari del vero
    Pastore. Perciò soprattutto i sacerdoti saranno rimproverati per la loro mancanza a questo riguardo
    (Ger 2,8; Ez 7,26; Mi 3,11; Sof 3,4; Mal 2,8). La qualità fondamentale del pastore deve essere
    quindi quella del discernimento (Ger 3,15; 10,21; 23,5), che si acquista ponendosi umilmente alla
    scuola della sapienza, sottoponendo il collo al giogo della istruzione, della torah (Sir 51,23-28).
    Quando ciò non avviene, e di conseguenza i pastori insegnano cose differenti dalla volontà di Dio,
    gli Israeliti diventano pecore smarrite, in preda ai lupi e ai predoni. «Poiché i pastori sono diventati
    stolti e non hanno ricercato il Signore allora … tutto il loro gregge è disperso» (Ger 10,21). Questo
    è ciò che Gesù vede nella gente che ha di fronte. La situazione tragica in cui si trova il popolo e che
    provoca in lui un contorcimento di viscere è la loro mancanza di qualcuno che insegni loro la via di
    Dio. Per questo, in risposta a tale situazione, Gesù «cominciò ad insegnare loro molte cose».
  1. Il pastore e l’insegnamento.
  • Sappiamo bene come sia diffuso un certo sentimento di allergia nei riguardi dei predicatori, degli
    educatori, di chi pretende di insegnarci qualcosa. Così, anche fra le attività di Gesù, quella di “maestro” non è probabilmente quella che si preferisce sottolineare. Eppure nei Vangeli, e soprattutto in
    Mc, è questa certamente la sua occupazione principale. Cristo è il didascalo, è colui che insegna.
    Non qualsiasi cosa, ma precisamente “la via di Dio” (Mc 12,14), ciò che concerne la volontà di Dio
    in relazione alla nostra salvezza. Ciò che riguarda quindi il regno di Dio. Ed è un vero pastore –
    guida il gregge sulla retta via – proprio perché è un vero maestro; non c’è distinzione fra i due ruoli.
    Nella storia d’Israele molti pastori hanno mancato di condurre il popolo nella via di Jahvè.
  • Come descritto dalla prima lettura, quello dei “pastori” è una metafora per indicare i governanti,
    sia civili che religiosi. Essi hanno il compito di “guidare” secondo la “retta via” il popolo. La retta
    via è quella indicata dai comandamenti di Dio, dalla sua parola. Da un lato i governanti devono applicare la legge di Dio. Dall’altro, i responsabili religiosi – sacerdoti, profeti, teologi – devono ricordare, richiamare i governanti all’adesione a tale legge. Molto spesso questo non si è verificato.
    Così Dio rimprovera i governanti, ma anche coloro che avevano il dovere di rimproverare i governanti se deviavano dalla via di Dio. Dio allora promette da un lato un giudizio contro tali cattivi pastori e, dall’altro, che provvederà un pastore che sarà allo stesso tempo discendente di Davide e Lui
    stesso.
  • Gesù si presenta come il vero pastore divino che conduce il gregge sui sentieri giusti (Sal 23,3)
    donando la torah, l’insegnamento di Dio. Lui è il vero didascalo, il vero rivelatore della volontà di
    Dio. Anzi, lui stesso è Dio. In lui si realizza quanto annunciato nella prima lettura, cioè che Dio
    stesso si fa pastore del suo popolo; e, allo stesso tempo, Gesù è il figlio di Davide. Dio aveva promesso un re saggio, un discendente di Davide che avrebbe guidato il popolo da vero pastore. Insegnando alle folle Gesù si mostra come colui che adempie questa promessa. Dio non è indifferente
    alle sofferenze umane. Anche a Lui, nell’umanità di Gesù, si contorcono le viscere nel vedere le
    tragedie di tanti uomini. E tuttavia forse il suo modo di vedere la realtà umana non è proprio simile
    al nostro. Noi potremmo pensare che, se Dio si preoccupasse degli uomini, dovrebbe intervenire risolvendo i conflitti, i problemi della fame e quant’altro. Invece Dio ha mandato il suo figlio come
    pastore per gli uomini, ad insegnare la via, la verità e la vita, perché lui stesso è la via, la verità e la
    vita (Gv 14,6). La risposta al male nel mondo, la risposta al peccato che è la causa del male nel
    mondo, Dio la offre nel pastore che ha dato la sua vita per le pecore.
  1. I pastori e l’insegnamento. Se Dio ha compassione delle persone, che sono come pecore senza
    pastore, non possiamo non averne anche noi. Gli uomini che non hanno Dio come pastore sono in
    preda a chiunque voglia abusare di loro. Gli uomini senza Cristo sono pecore smarrite, anche senza
    saperlo, pensando di conoscere la strada per la felicità e finendo invece per essere preda di lupi feroci, di chi finge di amarli, ma cerca solo il proprio interesse. Anche se non ce ne rendiamo conto,
    non siamo mai senza maestri; c’è sempre qualcuno a cui diamo ascolto. Dovremmo chiederci chi
    sono i maestri che stanno orientando la nostra vita; tenendo presente che nessuno ama veramente gli
    uomini come Dio. Tutti hanno qualche interesse da ricavare da noi, in qualche modo; tutti tranne
    Cristo. Cristo non ha alcun interesse da ricavare da noi. Non ha bisogno dei nostri soldi, del nostro
    affetto, o dei nostri voti. Al contrario, è lui che ha dato tutto per noi. Per questo è l’unico di cui possiamo fidarci veramente, perché è l’unico che veramente vuole il nostro bene. A lui possiamo e
    dobbiamo rivolgerci nella certezza che quanto ci dice è per il nostro bene. Se amiamo gli uomini
    dunque non possiamo non avere in noi gli stessi sentimenti di Cristo (Fil 2,5).

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