XVI Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (21/07/2024)
In quel tempo gli apostoli si riunirono attorno Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello
che avevano insegnato. Ed egli disse loro: “Venite in disparte voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un
po’”. Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora
andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte
le città accorsero là e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di
loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
(Mc. 6, 30-34)
Oggi il brano del Vangelo ci riporta una situazione umana che può interrogare anche noi. Gli
apostoli si riuniscono attorno a Gesù e gli raccontano quello che avevano fatto e quello che avevano
insegnato. Gesù li ascolta e poi dice: “Venite in disparte voi soli, e riposatevi un po’”. Gesù non
chiede loro di andare a pregare, semplicemente un po’ di tempo per loro, darsi del tempo per
riposare. Saper trovare il tempo per fermarsi per recuperare le energie fresche, ma fermarsi anche
per pensare, per riflettere.
Ricordo che ad un incontro a S. Egidio di Fontanelle a Sotto il Monte dove viveva padre Davide
Turoldo, un giovane con molto calore sosteneva: “Noi siamo qui a ragionare, a discutere, a parlare,
nel mio quartiere ci sono degli spacciatori che continuano a vendere morte e ci sono poveri e
disoccupati che non riescono a procurarsi la cena. Noi siamo qui ci parliamo addosso e non
muoviamo un dito”. Ricordo che padre Turoldo che pure era molto sensibile al problema della
giustizia e della povertà, rispose più o meno con queste parole: “Ci sono cose ancor più importanti
del fare e sono i motivi per fare: avere dei buoni motivi che muovano il cuore a fare”.
Sostiamo ora come sempre su alcune espressioni.
“Venite in disparte e riposatevi un po’”. Come già accennavo, c’è bisogno di riposo anche
fisico. Oggi nei nostri ambienti si pensa solo a lavorare e non a riposare. Ma vorrei
evidenziare una dimensione del riposo che è quella del pensare: fermarsi per pensare,
trovare tempi e spazi
per sviluppare un pensiero proprio. C’è bisogno di pensare oggi più di ieri. Ci sono molti
che si accaniscono a non farci pensare perché chi pensa in proprio fa paura, diventa
pericoloso. Il potere sia civile che ecclesiale guarda con sospetto chi usa il proprio cervello.
Oggi molta gente, di fatto rinuncia a pensare, pensa con i pensieri degli altri. Si pensa con i
pensieri della televisione, con i pensieri del proprio partito o del proprio giornale. Si ragiona
con pensieri già prefabbricati. Non c’è l’allenamento ad arguire con idee proprie. Per aver
pensieri personali occorre avere la capacità di dissentire anche dai propri amici, dal proprio
partito, pure dalla propria Chiesa. Dissentire non è mettersi contro, ma non essere allineati e
non essere allineati per dare il proprio apporto al partito, alla vita civile, alla Chiesa.
Ciascuno di noi è una persona originale, unica, irripetibile che ha una sua sensibilità, un suo
dono con cui leggere la realtà e dare il proprio contributo.
Io dico spesso che la Chiesa non deve essere un insieme di persone che obbediscono, ma di
persone che pensano per darle una propria visione, trasmetterle il proprio sogno, la propria
idea. La Chiesa non dovrebbe essere una comunità di ubbidienti, ma di pensanti. E pensare
non tanto per essere contro (se occorre anche), ma per costruire una Chiesa più viva e più
fedele al Vangelo.
Un’altra espressione a me cara è “il vero maestro non è colui che dà pensieri, ma che fa
pensare”. Così la vera Chiesa, il vero magistero non è quello che infonde o peggio impone
pensieri e definizioni, ma quello che fa pensare in modo che le persone si sentano creative e
responsabili nel dare un apporto a trovare le strade per una fede nuova e una nuova Chiesa.
“Gesù ebbe compassione perché erano come pecore senza pastore”. Avverto sempre più
che anche oggi “si è come pecore senza pastore” cioè riscontro che c’è nella gente, anche in
noi cristiani, un senso di disorientamento, di smarrimento. Dopo secoli di cultura uniforme,
in cui vigeva il pensiero unico, oggi sta disseminandosi una cultura plurale e questo
pluralismo di idee e anche di morali inquieta molte persone. Le domande che molti si
portano dentro, con sofferenza, sono: “Se Dio è unico ed è sempre uguale perché tanti
cambiamenti? Se il Vangelo è sempre lo stesso perché esistono varie interpretazioni e vari
modi di credere?”.
Papa Francesco vive e pensa diversamente da altri papi. E questa diversità tormenta le
coscienze. Certo Dio è uguale per tutti, ma ciò che è e che pensa nessuno lo sa. Dobbiamo
cercarlo e ogni persona ha dei doni originali per capire qualcosa di Dio. Il Vangelo, certo, è
sempre lo stesso, ma il modo di interpretarlo dipende dalle persone e anche dai tempi perché
Dio parla attraverso i tempi. Ogni Papa è diverso e vive in un’epoca diversa e queste
diversità sono delle opportunità per cogliere qualcosa di più del Vangelo. Ricordo che il
cardinale Danielou diceva: “Quando i cinesi leggeranno il Vangelo vi scopriranno dei sensi
e delle prospettive oggi a noi sconosciuti”.
Non si tratta di stravolgere il Vangelo, ma di capirlo meglio, di più. Dentro il Vangelo ci
sono intuizioni, prospettive che vanno dissepolte. E questa opera di disseppellimento, di
scoprimento è un’azione condivisa di tutti i cristiani. Siamo chiamati ad essere cercatori non
del tesoro dell’oro, ma del tesoro del pensiero di Dio e di Gesù
“Come cercare il pensiero di Dio?”. Mi permetto di indicare due strade:
La prima è non delegare a nessuno la ricerca della verità. Ciascuno deve cercare le proprie
motivazioni per poi fare delle scelte. Ciascuno deve rispondere a Dio di ciò che sceglie e ciò
che fa. Certo queste convinzioni e scelte vanno cercate anche nel dialogo e nel confronto
con altri. La Chiesa dovrebbe essere non solo il luogo della liturgia, ma il luogo dove le
persone si incontrano per confrontarsi e per poter fare scelte più illuminate.
La seconda strada è risvegliare il maestro interiore che abita in ciascuno di noi.
La cultura orientale fa molta attenzione all’idea del maestro interiore: ciascun uomo è
abitato da un maestro che, se interrogato e ascoltato, sa dare sapienza, indicazioni,
discernimento.
Quando si parla dell’importanza del silenzio, del fermarsi, ci si riferisce proprio al nostro
maestro interiore.
Dio è presente in ciascuno di noi mediante il suo Spirito, ma esso non è sempre visibile. E
spesso vogliamo cercare la verità evadendo dal mondo interiore: ma è lì che il maestro abita.
Dice sant’Agostino: “Entra in te stesso, in te abita la verità”.
La via per vincere la confusione e per vivere positivamente il pluralismo è questa: rientrare
in noi stessi per ascoltare in profondità la voce del maestro interiore.
Due piccoli impegni.
- Ognuno di noi è originale, chiamato a dare un proprio apporto alla scoperta del Vangelo.
- Non aver paura dello smarrimento: è la condizione per imparare a pensare.
Battista Borsato
