XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (11/08/2024)
- Testi di riferimento: Es 16,7-8; 34,28; Nm 11,15; Dt 9,9.18; 1Re 19,13-14; Tb 3,6.15; Gb 6,9;
7,15-16; Ct 1,4; Sir 24,3.18-20; Is 54,13; 55,1-3; Ger 31,3; Os 11,4; Gn 4,3.8; Mc 1,13; Lc 22,19;
Gv 1,14; 3,13.16; 5,24.36-40; 6,39-40.65; 7,29.39; 12,37-38; 1Cor 2,13; 10,3-5.16-17; 11,24; Gal
2,20; 1Ts 4,9; Eb 3,17-19; 10,5.10; Ap 1,18
- Prima lettura.
- Per comprendere questo breve testo occorre tenere presente il contesto. Il profeta Elia, che è ricercato dal re di Israele per essere messo a morte, va in cerca lui stesso della morte (v. 4). Non per paura del re, ma perché ormai non vede più un senso alla sua esistenza (su questo tema vedere testi di
riferimento). La missione che Elia aveva verso il popolo – richiamarlo alla fedeltà al solo Jahvè –
gli si presenta come un fallimento (1Re 19,10). Per questo fugge nel deserto dove è impossibile sopravvivere a causa della mancanza di cibo. Rifiutare il cibo significa rifiutare di vivere. Il cibo rappresenta la vita, perché senza di esso non è possibile vivere. E il deserto è il luogo per eccellenza
della mancanza di cibo. Così, anche nel caso in cui Elia si dovesse pentire, ormai sarebbe troppo
tardi. Dio però non vuole che egli muoia, perché non è vero che la vita di Elia non ha più senso.
Egli dovrà continuare la sua missione nella forma che Dio gli indicherà sull’Oreb (1Re 19,15-18). - La grande tentazione per l’uomo è quella di rinunciare a vivere. Ma Dio non vuole che l’uomo rinunci a vivere perché sa che ogni esistenza umana ha un valore e una missione. Per questo Dio
provvede un cibo anche nel deserto, e un cibo ben più nutriente e vitale di quello ordinario (Elia
cammina per quaranta giorni senza più toccare cibo). Tanta gente rinuncia a vivere non perché si
suicida, ma semplicemente perché smette di dare un senso profondo alla propria esistenza. La loro
vita è spenta, piatta, isolata; e si nutrono di un cibo che non dà loro la forza di vivere per una missione. A tanti manca la forza di indirizzare la propria vita verso il suo senso profondo, uno scopo
vero, che sia all’altezza di una vera esistenza umana e che le dia pienezza. Magari vorrebbero farlo;
ma manca loro la forza necessaria, perché il cibo di cui si nutrono non è in grado di dare loro tale
forza. E spesso sono ben consapevoli che si stanno nutrendo del nulla, proprio perché non hanno più
interesse a dare alla loro vita quella dimensione di profondità. Dio però chiama gli uomini ad una
vita vera e offre loro anche il cibo vero, il cibo che non perisce (Gv 6,27).
- Il Vangelo.
- L’ascolto e la fede in Gesù (Gv 6,43-47). Nel brano di Vangelo odierno si continua, attraverso la
disputa fra Gesù e i Giudei, l’interpretazione del segno dei pani. Il brano di domenica scorsa finiva
con l’invito a venire a Gesù, cioè a credere in lui, per poter saziare definitivamente la fame e la sete.
E la prima parte del brano odierno approfondisce questo tema. Per poter “venire a Cristo”, cioè credere in lui per avere la vita, occorre essere “attratti” dal Padre. Questa “attrazione” verso Cristo è
intesa come un ammaestramento da parte di Dio; Egli attrae gli uomini insegnando loro. Chi si lascia ammaestrare da Dio Padre viene attratto verso Cristo e può credere in lui (v. 45). Ciò che fa la
differenza tra quanti credono in Cristo e quanti lo rifiutano sta dunque nella disponibilità di ascoltare Dio. La differenza non sta, diciamo così, nell’insegnante, ma nei discepoli. Dio ammaestra tutti;
ma forse non tutti sono disposti ad ascoltarlo e ad imparare da Lui. Il Padre ha ammaestrato gli uomini affinché potessero riconoscere in Cristo il Figlio (cfr. Gv 8,56; 12,41); anche le Scritture parlano di lui (Gv 5,39). Tuttavia non tutti hanno ascoltato (Gv 12,37-38; 5,40). Gesù dirà che il motivo per cui i Giudei non hanno ascoltato Dio, e quindi non hanno imparato da Lui, e quindi non riescono a credere in Cristo, è perché essi preferiscono ascoltare il padre loro, il diavolo (Gv 8,44-45).
Il fatto stesso che non riescono ad ascoltare e comprendere le parole di Gesù è la prova che essi non
hanno ascoltato Dio (Gv 8,42-43), perché preferiscono la menzogna alla verità. Per accogliere un
Messia, un salvatore, occorre innanzitutto riconoscere di averne bisogno. Ma se qualcuno ritiene di
non aver bisogno di alcuna salvezza (cfr. Gv 8,33), mai accoglierà il Messia. Per questo possiamo
considerare l’AT come una grande preparazione che Dio ha fatto con Israele per convincerlo che
aveva bisogno di essere salvato, e per fargli capire da cosa doveva essere salvato. Questo è l’ammaestramento che Dio ha fatto con Israele. Però esso non ha accolto questo insegnamento, non ha
ascoltato. Solo chi ha ascoltato e ha imparato dal Padre questa “lezione” verrà a Cristo e crederà in
lui. - La carne di Cristo per la vita del mondo (vv. 48-51).
- Nella seconda parte del brano odierno abbiamo l’altro tema fondamentale del discorso di Gesù,
cioè la rivelazione che egli fa di se stesso come il pane disceso dal cielo. Il punto culminante di questa rivelazione sta nel v. 51: «Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Questa affermazione è in strettissima corrispondenza con Gv 1,14: «Il Verbo si fece carne». Capiamo benissimo che “carne” sta per “uomo” nella sua interezza. Il Verbo che era “presso Dio” (Gv 1,1) è disceso per farsi uomo. Il pane disceso dal cielo è il Verbo Incarnato. Il Figlio di Dio, la seconda Persona della Trinità, discende dal cielo e si fa carne, cioè essere umano, in tutto uguale a noi, per poter
essere mangiato, per potere entrare e rimanere in noi. Questo è confermato dall’insistenza con cui in
tutto il discorso si parla della “discesa” di questo pane (vv. 33.41.50.51). Ciò che ci permette di avere la vita – quella vera, che rimane per sempre – e di realizzarla secondo il suo senso più profondo,
è la presenza del Verbo Incarnato dentro di noi. - L’affermazione del v. 51 ha certamente un riferimento alle analoghe espressioni usate nel racconto
dell’ultima cena (Lc 22,19; 1Cor 11,24), anche se in questi testi non si usa la parola carne ma “corpo”. Il Verbo si fece carne – cioè uomo nella sua completezza, con tutto ciò che esso comporta –
per potere offrire la sua carne per la salvezza degli uomini. Il Verbo impassibile, colui che non poteva né soffrire né morire, ha preso un corpo, cioè si è fatto realmente uomo, per morire per il mondo. Come sappiamo Gesù ha realizzato questo sulla croce. Nell’ultima cena Gesù anticipa sacramentalmente quello che realizzerà sulla croce quando offre il suo corpo per la salvezza degli uomini. Il corpo di Cristo che noi mangiamo è quello del mistero pasquale, quello che sulla croce ha vinto il potere della morte. La vita che viene a noi attraverso il corpo di Cristo è la vita del Cristo risorto sul quale la morte non ha più potere. - Il paradosso sta nel fatto che un morto non può essere un cibo di vita. Come può il corpo di un
morto in croce saziare la fame dei vivi? Il corpo di un morto si corrompe, perisce. Eppure Gesù dice
che il pane che egli dona rimane per la vita eterna (Gv 6,27). Ciò significa che quel suo corpo morto
non ha visto la corruzione, non è perito; ciò significa che egli è risorto e continua a vivere. Cristo
risorto, infatti, non muore più (Rm 6,9); egli rimane per sempre. Gesù morirà perché “darà” la sua
carne per la vita del mondo. E tuttavia, proprio perché è un cibo di vita eterna egli continuerà a vivere eternamente. Il pane celeste è il Cristo morto e risorto, il Cristo che appare in mezzo agli apostoli con i segni della passione e che comincia a vivere in loro attraverso il dono dello Spirito (Gv
20,19-23). Perciò egli è il “pane vivente” (v. 51: ho artos ho zon), il pane che continua a vivere in
coloro che si nutrono di esso perché è colui che ha vinto la morte. Cristo è il pane vivo, il pane “vivente”, perché egli è colui che è tornato dai morti e su cui la morte non ha più potere. La metafora
del cibo serve ad indicare che l’uomo necessita di una realtà esterna a lui stesso per poter vivere. La
necessità del nutrimento ci dice che l’uomo non ha in se stesso la fonte della vita, ma la deve attingere al di fuori di sé. Cristo, in quanto il vivente (Ap 1,18), si presenta come l’unica realtà viva capace di produrre in colui che la assume una vita che non perisce.
Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/
