Paolo Ricciardi Commento XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

XIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (11/08/2024)

Vangelo: Gv 6,41-51 

In questo mese d’agosto continuiamo a leggere il discorso sul Pane della Vita avviato due domeniche fa, con il grande segno con cui Gesù aveva sfamato la folla, moltiplicando cinque pani d’orzo e due pesci.

A chi lo aveva “inseguito” sull’altra riva del lago, un lago che quel mattino si era riempito di barche e di illusioni, Gesù aveva detto: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete” (Gv 6,35).

Gesù annuncia così la sua pretesa più alta: io ho saziato per un giorno la tua fame, ma posso colmare tutta la tua vita, riempire le profondità dell’esistenza.

Le cose, lo sappiamo, non bastano mai. E neanche le persone colmano la vita. Prima o poi se ne vanno, ci limitano; e ci dicono: accontentati di noi. Ma Dio ci ha fatto il cuore più largo e più profondo di tutte le creature della terra messe insieme. L’uomo nasce affamato… e questa è la sua grazia.

L’uomo ha fame di corpi e d’infinito, e prima o poi scopre che la risposta a questa fame non è tra le creature. Eppure, davanti a un Dio che addirittura offre la sua carne da mangiare, si inizia a mormorare. Abbiamo fame di Dio, del suo Amore, ma quando Lui offre se stesso siamo tentati di lasciarci attrarre da un’altra fame, quella del mondo. Può capitare, anche in questo periodo estivo… Ci lasciamo prendere da tante attrazioni illudendoci di riempire i nostri vuoti e, davanti all’Eucaristia non c’è nessun moto del cuore… Riceviamo il corpo di Dio… ma noi abbiamo la vita altrove…: “Che mi serve mangiare la sua carne?”

È la stessa esperienza di Elia che grida: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita”! Quante volte abbiamo detto: non ce la faccio più, non serve a niente essere buoni, non cambia nulla, non vale la pena vivere il vangelo. Troppo lungo è il cammino, troppo deserto, troppo dolore.

Vogliamo credere che, come nella storia di Elia, ci sia un angelo anche per noi. E Dio interviene non per offrire al profeta un cavallo pronto ad accorciare le distanze desolate del deserto. Egli non toglie la fatica, ma porta un po’ di pane, un po’ d’acqua, che ci aiutino a camminare nel deserto e oltre il deserto, fino al monte di Dio. Un “quasi niente” che a noi sembra quasi un vecchio castigo (“pane e acqua”) ma invece si tratta degli alimenti più semplici e necessari. È lo stile di Dio: egli interviene con la forza delle cose quotidiane, con l’umiltà e la povertà di cui hanno sapore le cose essenziali, il pane, l’acqua, l’aria, la luce, un amico, capaci però di risvegliare tutte le energie dell’uomo, la sua dignità e la sua libertà.

Dio viene come respiro del mio respiro, coraggio del mio coraggio, non per cancellare il deserto, ma come voglia di camminare ancora, come infinita capacità di ricominciare. Mi vede nella stanchezza e viene con le cose più elementari e più necessarie: semplici e buone come il pane.

Nel deserto spirituale della mia anima, nella calura di questa estate, voglio credere che Dio mi manda un angelo accanto, che mi tocchi, mi parli, che vegli su di me. Sarà forse un amico ritrovato che attraversa la mia vita durante la vacanza, forse un familiare, forse uno sconosciuto. O forse sarò io angelo per gli altri, una presenza che non giudica e non fa prediche, ma è attento, vicino, e aiuta a ritrovare forza e voglia di vivere.

Quando Gesù afferma che chi “mangia di questo pane vivrà in eterno”, è come se dicesse: “Sono io che faccio vivere; io alimento la vita, la vita che non ne può più, il cammino troppo lungo, la fatica desolata”.

Dio viene ora, il cielo non è vuoto, egli attraversa il mio deserto e porta se stesso, dà se stesso in cibo perché nessuno venga meno e si lasci morire.

Questa è la meravigliosa storia della nostra salvezza che, attraverso il Pane dell’Eucaristia ci parla di una realtà inconcepibile per la ragione umana. Gesù ci porta l’incredibile notizia, assolutamente vera e certa, personale: Dio è Padre e l’uomo è il suo grande bene; un bene così grande che Dio l’ha fatto per sé e lo vuole per sé, in una comunione d’amore infinita e per sempre. La distanza tra Dio e l’uomo non si può misurare perché non c’è più, da quando Gesù ha offerto all’uomo la vita di Dio. L’ha fatto al prezzo di sé accettando di morire per farci vivere, per rimanere con noi nel pane che ci nutre per questa vita eterna. Un unico pane sazia la fame di Dio e la fame dell’uomo. Ci rende fratelli e si pone come segno di una fedeltà che chiama la nostra fedeltà: amati non possiamo che amare.

Per questo la celebrazione dell’Eucaristia non è soltanto il momento culmine che esprime comunitariamente la nostra appartenenza cristiana, ma è veramente un fare entrare Dio nella nostra storia:

Nella mia piccola storia dove i rapporti di ogni giorno, i dubbi e le speranze, i progressi e le sconfitte, possono finalmente aprirsi al dono di sé agli altri e il sentimento può cedere il posto alla carità. Direbbe San Paolo: scompaiono asprezza, sdegno, ira e ogni sorta di malignità, per fare apparire Dio

Nella grande storia dell’umanità dove è possibile dispiegare le energie del bene e perseguire la giustizia e operare per la pace, sapendo di non essere soli ma partecipi di un mistero che ci trascende e che allo stesso tempo è dentro la vita.

Il grande mistero di Dio si è aperto a noi e noi, per Gesù, ci troviamo dentro.

Solo l’umiltà della fede accetta l’infinito senza “mormorare” come fecero allora i Giudei, e si arrende all’attrazione irresistibile dell’amore del Padre che continua a donarci Gesù, quando lo Spirito, ogni giorno, fa sì che un po’ di pane diventi il Corpo di Cristo.

Fonte:https://www.omelie.org/