Don Marco Ceccarelli Commento XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B)

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO B) Gv 6,51-58

  • Testi di riferimento: Gen 3,17; 9,4; Lv 17,10-14; Sal 72,16; Pr 3,1-2; 8,30-31.35; 9,11; Ct 5,1; Sir
    15,3; 24,2-4.8.18-20; Is 25,6-8; 55,1-3; Mt 11,28; Mc 14,22-24; Lc 22,19; Gv 1,14; 3,13; 4,32;
    5,25; 6,27, 8,51; 11,26; 14,20; 15,4-7; 19,34; 1Cor 2,14; 5,7-8; 10,16; 11,24-29; 2Cor 5,15; Gal
    2,20; Col 2,3; Ef 5,2.25; Eb 9,12-14; 10,5.10; 1Gv 5,12; 2,7.17; 3,20; Ap 1,18
  1. Il cibo della Sapienza.
  • Il collegamento della prima lettura con il brano evangelico odierno ci permette di sottolineare un
    tema molto importante presente nel discorso di Gesù che stiamo ascoltando da alcune domeniche.
    Nei testi sapienziali dell’Antico Testamento troviamo non solo dei discorsi sulla sapienza, ma pronunciati dalla Sapienza stessa. In questi brani la Sapienza viene “personificata”, cioè viene presentata come se fosse una persona reale che pronuncia dei discorsi. Fra le cose che dice di sé, essa afferma innanzitutto di abitare nei cieli, presso Dio (Pr 8,30; Sir 24,2-4); il quale però vuole che essa
    non rimanga presso di Lui, ma scenda in mezzo ai figli dell’uomo (Pr 8,31; Sir 24,8). Dio vuole
    condividere la sua Sapienza con gli uomini. E per esprimere questa condivisione, questa possibilità
    per gli uomini di partecipare della Sapienza, viene usata l’immagine del banchetto. Così nella prima
    lettura la Sapienza descrive se stessa nell’atto di invitare gli “inesperti”, coloro appunto che hanno
    bisogno di essere istruiti da lei, ad un banchetto in cui essa offre pane e vino. Il v. 6 è quello decisivo: «Abbandonate la sprovvedutezza e vivrete …». Accogliere l’invito al banchetto della Sapienza
    e nutrirsi dei suoi prodotti significa, fuori di metafora, lasciarsi istruire da Dio attraverso la Sapienza che ha mandato dal cielo.
  • Questa idea è chiaramente sullo sfondo delle affermazioni di Gesù nel suo discorso sul pane di vita. Lui è la Sapienza discesa dal cielo. Lui solo conosce il Padre e i suoi voleri, perché era presso di
    Lui (Gv 6,46); Gesù offre il vero cibo della Sapienza che è lui stesso. Come in Sir 24,18-20 la Sapienza invita a nutrirsi non solo del suo cibo, ma di lei stessa, così Gesù afferma che è la sua stessa
    carne il vero pane per la vita del mondo. Allora la vita sta nell’ascoltare lui, nell’accogliere la sua
    parola, nel riconoscere che Dio si è fatto presente totalmente e definitivamente in lui. Soltanto se si
    abbandona l’ingenuità, la stoltezza, il rimanere nelle tenebre dell’ignoranza, ci permette di vivere.
    La conclusione della prima lettura è molto vicina a quanto Gesù dice in Gv 6,53: «Se non mangiate
    la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete la vita in voi». Cristo è la Sapienza discesa dal cielo, che si è fatta carne perché noi potessimo nutrirci di lui. Chi ha in sé tale
    Sapienza esce dalla stoltezza e cammina in una vita nuova, in una vita secondo sapienza, secondo la
    verità di Dio che Cristo ci ha rivelato. Vivere significherà d’ora in poi accettare di abbandonare la
    stoltezza, l’ignoranza, la non conoscenza della verità, per accogliere la luce che ormai è apparsa in
    mezzo agli uomini.
  1. La metafora del cibo.
  • A livello simbolico il cibo ci mostra come noi non possediamo la vita in noi stessi. Il Padre e il Figlio hanno la vita in se stessi (Gv 5,26); l’uomo no. L’uomo deve assumere la vita dall’esterno; deve, attraverso il cibo, fare entrare in sé la vita. La necessità del nutrimento rivela che non si possiede
    la vita in pienezza. Il discorso di Gesù parte da questo dato di fatto, ma si colloca ad un livello che
    non è quello semplicemente materiale. Egli è il vero cibo che dà una vita che rimane per l’eternità;
    ma, perché questa vita entri in noi, egli stesso deve entrare continuamente (v. 54) in noi, e “rimanere” in noi (v. 56). Ciò che vive dentro a colui che mangia la carne di Cristo e beve il suo sangue è la
    persona stessa di Cristo, indicata dai termini “carne” e “sangue”. Non si tratta quindi di una realtà
    puramente simbolica o spirituale. Cristo, nella concretezza della sua persona, viene a vivere vera-
    mente in colui che si nutre di lui. Si viene a creare fra i due un’unione profonda nella quale l’uno è
    il principio vitale dell’altro. Come Cristo vive del Padre, cioè ha in sé la stessa vita del Padre,
    ugualmente chi si nutre di lui vive per lui (v. 57). Fra Cristo e colui che lo mangia si crea un’unione
    così forte che il primo diventa fonte di vita e il secondo vive in funzione dell’altro. E questa vita che
    egli vive per Cristo non è altro che la vita stessa che Cristo gli ha donato, come è molto bene
    espresso in Gal 2,20: « Non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me. Ciò che ora vivo nella
    carne, lo vivo nella fede nel figlio di Dio che mi ha amato e ha dato se stesso per me» (cfr. anche
    2Cor 5,15).
  • Il nutrimento è indispensabile per la vita naturale e per la vita soprannaturale. Tutto ciò che c’è di
    vita in noi deve essere nutrito, si tratti della vita biologica o di quella psichica, di quella spirituale,
    come di quella cristiana. Cristo ci ha lasciato un nutrimento per la vita di fede che è assolutamente
    necessario. Per avere Cristo in noi non basta partecipare all’eucarestia. Si può ricevere l’eucarestia e
    non avere per niente Cristo in noi. L’eucarestia è indispensabile, ma non possiamo accostarci ad essa se non siamo già vivi, se non abbiamo già Cristo in noi. Se siamo morti a causa del peccato, a
    causa di una discomunione con Dio e con la Chiesa, partecipare all’eucarestia è più di danno che di
    utilità (1Cor 11,27-30). L’eucarestia è il nutrimento per chi possiede già la vita di Cristo in sé.
  1. Il “sangue”.
  • Si può notare che il discorso e la controversia di Gesù con i suoi ascoltatori va in crescendo e quasi radicalizzandosi. Se all’inizio si è parlato genericamente di “cibo” (v. 27) e poi di “pane” (vv.
    35.41.48.50), adesso si parla, oltre che di “carne”, anche di “sangue” (vv. 53.54.55.56). L’uso del
    termine “sangue” porta il livello della durezza del discorso di Gesù al punto massimo, come si nota
    dalla reazione degli ascoltatori nel v. 60. Gli ebrei avevano la netta proibizione di nutrirsi di carne
    animale con il sangue ancora in esso (Gen 9,4), perché il sangue è la vita (Gen 9,5). Il sangue dei
    sacrifici andava sparso intorno all’altare come segno che si rendeva a Dio quella vita che soltanto a
    Lui apparteneva. Ma ora è Dio stesso, in Cristo, che offre all’uomo il suo stesso sangue, cioè la sua
    stessa vita, che è vita eterna, vita immortale. Quel sangue di cui Gesù parla è il suo sangue versato
    sulla croce come il sacrificio dell’agnello pasquale (Gv 19,34). Ma il sacrificio di Gesù non è come
    tutti gli altri, perché egli, benché sacrificato, benché agnello sgozzato, continua a vivere in eterno. I
    cristiani potranno bere il sangue di Cristo perché nessuno può più ormai togliergli la vita; anzi è lui
    stesso che continua in eterno a donarla. Il “bere il sangue” di Cristo evidenzia così in modo sommo
    il mistero del dono che Gesù ha fatto ai suoi discepoli che consiste nel comunicare con la sua forza
    vitale, di poter partecipare alla sua vita incorruttibile.
  • Il mangiare e il bere vanno spesso insieme (cfr. per esempio Es 16-17); sia l’uno che l’altro indicano quella necessità dell’uomo di assumere in sé ciò che gli permette di vivere. Cristo offrendo oltre che il cibo anche la bevanda mostra che può saziare completamente questa esigenza umana.
    Senza dubbio in queste frasi si fa riferimento al banchetto eucaristico nel quale i cristiani hanno
    sempre avuto consapevolezza di comunicare al corpo e al sangue di Cristo (1Cor 10,16; 11,25ss.);
    quel corpo offerto e quel sangue versato sulla croce. Come dice san Agostino, «perché colui che era
    immortale potesse morire per noi “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
    L’immortale assunse la mortalità, per poter morire per noi e distruggere in tal modo con la sua morte la nostra morte».
  • Tuttavia la redenzione operata da Cristo non si applica automaticamente, potremmo dire “magicamente”, agli uomini. Ciascuno è chiamato ad accogliere personalmente questo dono, ad aderire
    attraverso la fede a questa salvezza. Dio che ci ha creati senza di noi non ci salva senza di noi, cioè
    senza la nostra libera accoglienza della sua grazia. Ogni uomo deve personalmente aderire e comunicare alla redenzione di Cristo. Ci si può chiedere: come una persona può entrare in contatto con
    un evento storico distante da esso nel tempo e nello spazio? Il mistero pasquale di Cristo è un evento storico accaduto in un preciso momento e luogo. Le generazioni successive a questo evento come
    possono comunicare a quell’evento? Cristo non ripete ogni anno il suo sacrificio sulla croce (Eb
    9,25-28). Tuttavia ogni uomo può partecipare a quell’evento in forma sacramentale. Cristo, prima
    della sua morte in croce, ha lasciato un sacramento, un memoriale di quello che lui avrebbe di lì a
    poco compiuto, il memoriale della sua pasqua. Nell’ultima cena Gesù istituisce un sacramento il
    quale, ogni volta che i suoi discepoli lo celebreranno, ripresenterà e riattualizzerà il mistero pasquale di Cristo (CCC 1362ss.). Quel pane azzimo diventa veramente il corpo di Cristo offerto sulla croce per gli uomini, e quel vino diventa veramente il suo sangue versato in remissione dei peccati. La
    persona del Figlio di Dio, morta in croce e risorta, è la stessa con la quale noi comunichiamo
    nell’eucarestia. Mangiare la sua carne e bere il suo sangue significa comunicare alla persona che ha
    realizzato il mistero pasquale, la nostra salvezza.

Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/