Figlie della Chiesa Lectio XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) 

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) Liturgia: Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16-4, 3; Mc 9, 30-37

In questa XXV domenica del tempo ordinario la Liturgia ci riporta con forza allo “scandalo” e al paradosso dell’annuncio cristiano: il Dio onnipotente che i cieli non possono contenere, non solo si è abbassato fino a farsi uomo, ma dell’uomo ha scelto di condividere tutto: anche l’umiliazione e la morte. Una morte che certamente non avrà l’ultima parola, perché se Dio ha scelto di attraversarla è solo per portarla dove l’uomo non avrebbe mai potuto arrivare: alla risurrezione.

Il brano si apre con la seconda delle tre predizioni della Passione-Resurrezione che, nel Vangelo di Marco, scandiscono l’ascesa di Gesù a Gerusalemme. E in tutti e tre gli annunci assistiamo ad una imbarazzante per non dire vergognosa incomprensione da parte dei suoi discepoli. Prima Pietro, che pretende di dare lezioni al Signore; ora i discepoli muti per la confusione e la paura; poi i figli di Zebedeo con i loro sogni di gloria.

Eppure Gesù rimane: rimane fedele al Padre, rimane aperto ai suoi, rimane disponibile e orientato al dono supremo di sé.

L’evangelista Marco utilizza un accorgimento letterario per sottolineare il paradossale mistero della Pasqua: il cosiddetto “segreto messianico”. Tutta la sua narrazione è attraversata dalla volontà di Cristo di tenere nascosta la sua identità, proprio per non creare equivoci e falsi entusiasmi sulla sua messianicità. Gli Ebrei, infatti, attendevano un Messia potente e vincente che avrebbe risollevato le sorti del popolo anche da un punto di vista politico. Ma la vera identità di Gesù sarà svelata proprio sulla croce, dove un centurione pagano riconoscerà in Lui il Figlio di Dio, contemplando l’amore divino nel suo modo di morire.

Il Vangelo di oggi inizia quindi sottolineando la volontà di Gesù di rimanere nascosto: c’era un effettivo pericolo da cui era necessario proteggersi, visto il clima di risentimento e avversione che si era creato intorno a Lui nelle cerchie alte del potere religioso e politico; ma la ragione di questo riserbo è più profonda e attiene al mistero che in Lui si sta per compiere. Mistero che Egli non si stanca di “insegnare” ai suoi, pur nella consapevolezza della loro incapacità a comprendere. È interessante che il verbo “insegnava” sia all’imperfetto, proprio a indicare un’azione continuata nel tempo; anche in quello in cui è inserito ciascuno di noi che legge e che leggerà: questo insegnamento è rivolto alla Chiesa di tutti i tempi ed è anche l’annuncio della Chiesa di tutti i tempi.

Il titolo “Figlio dell’Uomo”, che Gesù attribuisce a sé, si ricollega alle profezie veterotestamentarie del Giusto perseguitato, che di Lui è la prefigurazione. In Cristo abita la pienezza dell’umanità e della divinità, Egli è il primogenito di tutte le creature, per mezzo del quale e in vista del quale sono state create tutte le cose, ma è anche il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose (Col. 1, 15-20).

Gesù dichiara che “Viene consegnato”: la sua vita è tutta una consegna, un dono continuo; e ora nella Passione che si avvicina lo sarà in modo supremo. Giuda lo consegna ai soldati, i soldati ai capi, i capi a Pilato, Pilato ai crocifissori… in realtà è Lui stesso che, consegnandosi all’uomo, si sta consegnando al Padre, e il Padre, consegnandolo alla morte, si sta consegnando, in Lui, ad ogni uomo. Dice infatti la Lettera ai Romani: “Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi (Rm 5,8).”

La bella notizia è proprio questa: Dio ha assunto la sorte dell’uomo per farlo partecipare alla sorte di Dio, cioè al suo potere sulla morte: “Dopo tre giorni risorgerà”.

La resurrezione per noi cristiani non è solo un evento escatologico; è un’esperienza che facciamo già, qui e ora, quando ci lasciamo amare e salvare da Dio e viviamo nel Suo Amore.

Tali discorsi purtroppo sono incomprensibili per chi questa esperienza ancora non l’ha fatta; anche i discepoli dovranno aspettare la Pentecoste per sperimentare nei loro cuori, grazie allo Spirito, la forza e la verità di questa promessa.

La seconda parte del brano ci porta a Cafarnao, in casa di Pietro, immagine della Chiesa, dove Gesù interroga e interpella i suoi discepoli. A fronte della sublimità dei suoi discorsi emerge l’arrivismo dei suoi, che “discutevano su chi fosse il primo”. È il carrierismo e la corruzione presenti purtroppo nella Chiesa di tutti i tempi, di cui però Gesù non si scandalizza ma per cui dà la sua vita. “Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro…”. Egli continua a chiamare e istruire con la sua Parola, con pazienza e misericordia, e fino alla fine lo farà con ciascuno di noi. Rinnova il suo invito a seguirLo nella via del servizio, dell’umiltà, dell’offerta di sé e per avvalorare le sue parole compie un gesto simbolico: pone al centro un bambino e lo abbraccia, identificandosi con lui.

Il bambino è l’essere più indifeso, debole e socialmente irrilevante; diventare come lui vuol dire rinascere dall’alto. Nel regno di Dio gli ultimi saranno i primi, e viceversa, perché solo chi accetta di porre il suo fondamento fuori di sé può comprendere cosa significhi essere figli, cioè riceversi da un Altro; accogliere e accogliersi in Lui, amare e lasciarsi amare.

Allora oggi chiediamoci:

  • Mi sento figlio/a di Dio? Creatura amata e voluta da Lui, non perché sono bravo ma perché Lui lo è?
  • Come vivo il mio essere figlio/a di Dio? Mi fido e mi affido a Lui o mi mi appoggio soltanto su me stesso?
  • Qual è la mia esperienza di Chiesa? Cerco il mio interesse o mi metto gratuitamente a servizio dei fratelli per amore del Signore?

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/