Don Paolo Zamengo”Tra voi sia così!”

XXV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) Liturgia: Sap 2, 12.17-20; Sal 53; Gc 3, 16-4, 3; Mc 9, 30-37

Come siamo lenti a capire! Non solo Giacomo e Giovanni che
cercano i primi posti e gli altri dieci che si indignano quasi che
quella richiesta fosse un torto nei loro confronti! E ci verrebbe
spontaneo accusare il gruppo dei dodici per l’insensibilità in un
frangente tanto delicato. Ci sembra persino assurdo perché poco
prima Gesù, per la terza volta, aveva parlato loro apertamente
della sua morte ormai vicina.

Gesù stava camminando e la strada era in salita verso Gerusalemme. Quella strada gli parlava di un’altra
strada anch’essa in faticosa salita. Ma come è possibile? Erano ancora nell’aria le sue parole e loro a
parlare di cosa? Di posti e a chi sarebbe toccato sedere alla destra e a chi alla sinistra! Noi ci indigniamo,
ma poi ci vergogniamo perché non siamo tanto diversi.
Possiamo partecipare alla Messa della domenica ed essere muti e sordi di fronte al dramma di tanti poveri
che sono, per i cristiani, nostri fratelli e sorelle? Possiamo avere la coscienza in pace quando intorno a noi
c’è gente che soffre e fa molta fatica e paga a caro prezzo una speranza di libertà, di dignità e di
benessere? Essere sordi e muti ci fa assomigliare a Giacomo e a Giovanni che da un lato ascoltano le
parole di Gesù e dall’altro spingono per avere un privilegio.
Immagino che a volte ci abbia sfiorato questo pensiero: Gesù appeso alla croce chi trovò alla sua destra e
alla sua sinistra? “Insieme con lui”, è scritto, “furono crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra”
(Mt 27,38). Ecco chi sono quelli che hanno rubato Il posto che pretendevano Giacomo e Giovanni. Ebbene
penso che se gli evangelisti non hanno taciuto questo episodio, per nulla edificante, lo hanno fatto perché
nelle loro comunità vedevano già affiorare i sintomi di una malattia: la ricerca dei posti, l’ambizione del
potere, la vanagloria. Malattie purtroppo non ancora debellate e, ancora oggi, sempre in agguato.
Una tentazione che papa Francesco ha stigmatizzato con parole forti per i sacerdoti, la malattia della
rivalità e della vanagloria. Quando l’apparenza, i titoli e le insegne diventano l’obiettivo della vita,
dimenticano le parole di San Paolo: «Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta
umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello
degli altri» (Fil 2,1-4). È una tentazione che ci porta a essere uomini e donne falsi…”.
Ebbene non è forse vero che anche noi inseguiamo “il purché si parli di noi”: il delirio di noi stessi. Ai
discepoli che ritornavano dalla loro missione, entusiasti dei loro successi, Gesù disse: ”Non rallegratevi
perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli” (Lc
10,20). Che bello se agiamo così nella chiesa, nel mondo, silenziosamente, non confidando tanto che il
nostro nome sia sulla bocca di tutti, ma sia scritto sul palmo della mano di Dio. “Ecco, ti ho disegnato sulle
palme delle mie mani”: è scritto nel rotolo di Isaia (Is 49,16) .
E poi servire silenziosamente. Servire come ha fatto Gesù. Purtroppo abbiamo copiato il mondo. Abbiamo
copiato i dominatori di questo mondo. ”Ma tra voi non è così”. È proprio vero che tra noi non è così? Che è
lontana ogni forma di rivalità, di dominio sull’altro, a volte sottile, a volte mascherato? Servire,
semplicemente servire, per la gioia di servire. Per Il bene comune. Per amare, facendo posto alla tenerezza.
In assenza di tenerezza crescono e prolificano quelli che possiamo ironicamente chiamare “i piccoli
burocrati di Dio”. Riascoltiamo le parole quasi struggenti di S. Paolo: ”Siamo stati amorevoli in mezzo a voi,
come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non
solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari” ( 1 Ts 2, 8).
Ecco la nostra gloria!