Figlie della Chiesa Lectio XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)

XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (20/10/2024) Liturgia: 1Re 19, 4-8; Sal 33; Ef 4, 30-5, 2; Gv 6, 41-51

Mi capita spesso di sentire affermazioni come queste “I miei erano tempi in cui il rispetto e l’educazione venivano davvero messi in pratica! Quando noi eravamo giovani eravamo pieni di iniziative e di ingegno, adesso non sono più capaci di fare nulla! Sono finiti i tempi in cui i giovani avevano valori”… e la lista potrebbe continuare! Ho la sensazione che il mondo dei giovani diventi sempre più incomprensibile per gli adulti, in quanto esso risente di un totale cambiamento del modo di vivere e di agire e i criteri precedenti non risultano più applicabili, L’atteggiamento giudicante che ne deriva ha solo l’effetto di acuire la lontananza e rendere inefficace qualsiasi intervento educativo.

Il vangelo di questa domenica punta i riflettori su una questione che è molto importante e attualissima nel nostro contesto culturale, sociale, religioso: l’educazione. Educare non significa fornire dall’esterno informazioni che poi il giovane deve mettere in atto, ma tirare fuori dalla persona stessa le competenze e abilità che sono già presenti dentro ciascuno e che l’educatore ha il compito di far emergere, aiutando a individuarle.

Gesù si pone al centro di questa “liturgia come esempio di eccellente educatore, mostrando come sia possibile porsi accanto al giovane, partendo da dove si trova, per condurlo a riconoscere il meglio che ha già dentro, in modo da poterlo poi vivere. La buona notizia di questa domenica è l’invito a metterci alla scuola di Gesù per imparare ad essere davvero capaci di aiutare quanti ci sono affidati a valorizzare la bellezza che Dio ha posto in ciascun uomo e donna; a potenziarla nella realtà in cui si è chiamati ad abitare, scegliendo il criterio dell’amore, l’unico che può rendere la vita piena ed eterna.

La situazione che il vangelo ci presenta suscita un’immediata irritazione: c’è un evidente atteggiamento arrogante da parte dei due discepoli che Gesù ama di più e che sono tra quelli che ha scelto per rivelare, come ad amici intimi, i progetti del Padre su di Lui. Un atteggiamento che assume i tratti della troppa confidenza, della pretesa; espressioni di atteggiamenti che moralmente condanniamo senza difficoltà: sono presuntuosi ed egoisti e si permettono di pretendere di ottenere quello che chiedono.

Con stupore vediamo che la risposta di Gesù non risente in alcun modo delle sensazioni descritte che normalmente noi esperimentiamo; anzi, replica all’affermazione dei giovani Figli del Tuono (così sono chiamati i due figli di Zebedeo a causa del loro carattere focoso!), con una domanda spiazzante: “Cosa volete che io faccia per voi?”.

A questo punto corriamo il rischio di attivare la modalità buonista, che attribuisce a Gesù un modo di fare pacifico, che non si arrabbia e non controbatte: certo, è il Figlio di Dio! Invece la risposta che il Signore dà è un preciso criterio educativo, volto a riconoscere cosa abita nel cuore dei due giovani, cosa li spinge a fare questa domanda, per poi aiutarli a cambiare prospettiva.

Gesù sa chiaramente dove vuole condurli, però non si ferma alle modalità esteriori, né tantomeno giudica il loro modo di agire come una mancanza di accoglienza di se stesso o di quanto ha fino ad allora insegnato. Questo aspetto mi sembra molto interessante per noi che costruiamo le nostre relazioni a partire dalle nostre aspettative e dal nostro bisogno di essere riconosciuti e accolti in quello che facciamo e diciamo. Il Signore ci mostra la necessità di spostare l’attenzione da noi stessi all’altro. Ciò vale sia nella relazione educativa, sia in qualsiasi relazione interpersonale: se il termine di paragone siamo noi, se ogni valutazione è fatta a partire dal centro, dove ci siamo solo noi, sarà molto difficile costruire dialoghi che favoriscano la comunione. Siccome il centro per Gesù non è lui stesso, ma l’altro che ha di fronte, è capace di condurre i due discepoli, che invece sono partiti da un punto di vista oggettivamente egoistico, a spostare il centro della loro attenzione fuori dalle loro miopi aspettative; e successivamente lo fa con tutti i discepoli.

Da dove parte il Maestro? Senza dubbio i desideri, che vengono presi in considerazione senza la pretesa di purificarli prima, di volere che siano già in partenza attinenti a criteri giusti. E quale ne è l’effetto? I due giovani mettono in relazione i desideri con la loro volontà, riconoscendo che sono disposti anche a fare sacrifici pur di ottenere quello che vogliono. È un luogo comune infatti il pensare che i giovani non vogliano far fatica, che vogliano avere tutto e subito: questo è un cliché che la società impone a tutti noi! In realtà, quando la volontà si sintonizza con il cuore, non ci sono sacrifici che tengano. Ed è proprio qui che Gesù vuole condurre i discepoli e tutti noi.

L’azione paziente e sapiente del Maestro di Nazaret apre il cuore alla fiducia: proprio perché ci si sente accolti e riconosciuti nei propri desideri e nelle proprie aspettative, allora si è capaci di dare fiducia e disporsi ad accogliere gli insegnamenti che si riconoscono come via per ottenere la felicità che desideriamo. Del resto è questa l’esperienza da cui scaturisce la sequela: ciascuno di noi ha cominciato a seguire il Signore perché si è sentito amato, riconosciuto, accolto nei desideri più profondi; ne è nata la spinta a seguirlo, nella fiducia di essere condotti verso la pienezza dei propri desideri. Quanto il Signore ha fatto con noi, ci viene chiesto di renderlo visibile nella nostra vita nei confronti dei fratelli e delle sorelle che ci sono stati affidati.

Meditando questa liturgia possiamo ritornare alla nostra esperienza con il Signore, al momento in cui ci siamo sentiti raggiunti da un amore che ci ha fatto sperimentare accoglienza e riconoscimento. Allo stesso tempo, però, chiediamoci: come stiamo educando alla fede, alla relazione vera e liberante con il Signore? Quali criteri stiamo usando? Chi stiamo mettendo al centro del nostro agire nei confronti di quanti ci sono affidati?

“L’amore rende simile all’amato”: questo è il focus dove ci conduce la Parola che stiamo meditando; che diventa verifica concreta e costante per il nostro cammino di sequela verso la piena somiglianza!

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org