Parrocchia Santa Maria della Pietra Omelia XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) 

XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (20/10/2024) Liturgia: 1Re 19, 4-8; Sal 33; Ef 4, 30-5, 2; Gv 6, 41-51

In questo brano che la liturgia ci propone ascoltiamo il terzo annuncio che l’evangelista Marco fa della passione ed anche in questo caso, come nei precedenti, assistiamo ad un forte contrasto tra le parole di Gesù e le aspettative dei discepoli. La costruzione sintattica degli episodi in Marco è più o meno sempre la stessa: annuncio della passione, incomprensione e successivo insegnamento su cosa realmente comporta il seguire il maestro. Le parole di Gesù suscitano, ogni volta, puntualmente, la reazione negativa dei dodici: prima Pietro (8,32), poi i dodici preoccupati di sapere chi è il più grande (9,33) e infine Giacomo e Giovanni (10,35): Gesù non si scoraggia di fronte a questo e a sua volta pone una domanda ai due discepoli, a Giacomo e a Giovanni: ” che volete che io vi faccia?” Che dimostra quella condizione di disponibilità e nello stesso tempo di sottomissione che è caratteristica di tutti coloro che intendono la vita come servizio. In fondo si tratta di riconoscere alle persone a cui si pone questa domanda la possibilità di definirsi, di dire chi sono, di dire cosa vogliono.  Giacomo e Giovanni, come forse gli altri discepoli immaginano il cammino di Gesù come un andare verso la sua gloria e probabilmente intendono la gloria terrena, regale, di una persona che sta per salire sul trono ed esercitare il potere politico e religioso sul popolo di Israele e dunque la loro richiesta è , umanamente , comprensibile.  È difficile dire su cosa Giacomo e Giovanni fondassero la loro richiesta: forse sul loro essere cugini o parenti di Gesù, come tramanda una tradizione antica, ma è più facile che facessero valere la loro anzianità di chiamati essendo con Gesù fin dallʼinizio, oppure il loro zelo, la loro fedeltà. In ogni caso la loro è la solita pretesa che emerge in ogni vita comunitaria circa i primi posti o almeno i secondi quale privilegio acquistato con qualche atteggiamento buono o valoroso.  Gesù, alla loro richiesta propone il calice e il battesimo come immagini del morire a se stessi per partecipare alla gloria futura che non può prescindere dal passare attraverso la sofferenza e il buio della passione. Gesù non dice: siete disposti a soffrire e a morire; ma dice: siete disposti a soffrire la mia sofferenza, siete disposti a morire della mia morte? Ed è per questo che Giacomo e Giovanni rispondono: lo possiamo. Può darsi che sia un’espressione di presunzione, ma è anche una manifestazione di generosità. Giacomo e Giovanni erano partiti con il desiderio di conquistare della gloria, ma finora hanno conquistato solo la promessa della sofferenza e non della sofferenza in sé, ma di partecipare alla sofferenza di Gesù.  Seguire Gesù significa indubbiamente sopportare delle sofferenze, la passione e passare anche per la morte, ma questo non dà diritto a nulla. Non ci sono condizioni da porre da parte del discepolo nella sequela, se non  quella di mettersi al servizio come servo e addirittura schiavo di tutti, E’ da sottolineare qui il termine  che utilizza Gesù  cioè di tutti perchè nella dimensione del servizio  non ci sono gerarchie da rispettare. Di tutti vuol dire che serviamo perché siamo servi, è la nostra sostanza che deve essere una sostanza di servizio. Se non viviamo questo il nostro servizio è una prestazione. Non sono i poveri che rendono la chiesa serva, non diventiamo servi perché abbiamo la povera gente da servire, ma la povera gente ci dovrebbe incontrare già come servi.

Fonte:https://www.pievescandiano.it/


Risposta

  1. Avatar Tito Livio Basso

    . Non sono i poveri che rendono la chiesa serva, non diventiamo servi perché abbiamo la povera gente da servire, ma la povera gente ci dovrebbe incontrare già come servi.

    Fonte:https://www.pievescandiano.it/

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