XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Anno B) (20/10/2024) Liturgia: 1Re 19, 4-8; Sal 33; Ef 4, 30-5, 2; Gv 6, 41-51
- Testi di riferimento: 1Re 22,19; Sal 45,10; 75,9; 110,1; Sir 7,4; Ger 25,15; 45,5; Dn 9,24; Mt
10,25; 25,31; Mc 8,38; 9,35; 13,26; 14,36.62; 15,27; 16,19; Lc 12,50; 24,26; Gv 15,20; 18,11; At
12,2; Rm 6,3; 1Cor 9,19-23; 2Cor 5,21; Gal 3,13; 5,13; Fil 2,5-9; Col 1,24; Tt 2,14; Gc 4,3; 1Pt
1,11.18-19; 4,13-14; 3Gv 9; Ap 1,9
- È importante tenere presente che fra la fine del Vangelo di domenica scorsa e l’inizio del brano
odierno “mancano” alcuni versetti (cioè non sono stati inseriti nei brani domenicali). Si tratta dei
versetti in cui Gesù per la terza volta annuncia il compimento della sua missione, il mistero pasquale, l’evento della sua passione, morte e risurrezione. E anche in questo caso, come nei due precedenti, la reazione dei discepoli appare fuori luogo. La richiesta di Giacomo e Giovanni è dunque ancora
più urtante proprio per il fatto che fa seguito all’annuncio di Gesù. Essa è in aperto contrasto con la
predizione della morte disonorevole del maestro. Eppure, anche in questo caso, Gesù approfitta per
spiegare e illuminare il senso della sua missione. Come spesso accade nel Vangelo di Marco, si nota
un certo umorismo. Infatti il modo con cui i due discepoli reclamano i posti migliori nella gloria del
loro capo (v. 37) ha qualcosa di infantile, di bambinesco (cfr. 2Sam 14,4-11). Veramente essi sono
come quei bambini che devono andare a Cristo per essere istruiti da lui (Mc 10,14); ed è questo che
Gesù farà, senza nemmeno rimproverarli per l’insulsaggine della loro richiesta e del modo con cui
l’hanno rivolta. Inoltre, l’umorismo sta nel fatto che Gesù veramente entrerà nella gloria; e così sarà
anche per i discepoli. Ma sarà quella gloria che si ottiene partecipando alle sofferenze di Cristo (1Pt
4,13). - Ambire ai primi posti. La richiesta sfacciata, plateale, dei primi posti da parte dei figli di Zebedeo
è in radicale contrasto a quanto Gesù aveva già loro insegnato in Mc 9,35 (“ultimo di tutti e servo di
tutti”). Gli altri dieci, con la loro “indignazione”, mostrano di non essere meno disinteressati ai primi posti. Gesù non nega che fra di loro ci sia, e nella Chiesa ci sarà, una gerarchia; però afferma che
essa si deve delineare in modo diverso. La tentazione di ambire ai primi posti è sempre presente anche fra i discepoli di Cristo (cfr. 3Gv 9), e a tutti i livelli. Esiste una bramosia nascosta o malcelata a
cui siamo tutti esposti. Vogliamo un posto nella comunità ecclesiale per soddisfare il nostro istinto
di essere qualcuno o “qualcosa”; per avere un ruolo pubblicamente riconosciuto. E non di rado avviene che anche chi mostra di volersi offrire per servizi umili finisce invece per ostentare pretese di
comando. La differenza fra servire e comandare è tanta; ma spesso non è molto chiara in tanti cosiddetti operatori pastorali. - Il Servo del Signore.
- Tutto il vangelo di Mc è orientato al progressivo svelamento del mistero di Cristo. Alla domanda
“chi sono io” rivolta ai discepoli in 8,27.29 risponde Gesù stesso, in progressione, attraverso i tre
annunci della passione. La risposta di Gesù è quella determinante. Non possiamo prescindere da
questa risposta o sostituirla con altre pur legittime. Gesù ora risponde citando esplicitamente (v. 45)
il noto passo del “Servo del Signore” presente nel libro di Isaia, rivelando apertamente che lui è
quel servo che viene descritto in Is 53 (vedi prima lettura). Di quell’anonimo personaggio si afferma
che sarà destinato da Dio a compiere una missione di salvezza per l’intero popolo, e anche per le
nazioni pagane. Tale missione si concretizzerà nell’accettare una ingiusta condanna a morte, finendo così per essere considerato come un malfattore. Soltanto in seguito apparirà chiaramente che il
Servo ha sofferto ed è stato umiliato perché si stava caricando dei peccati altrui “in riscatto per molti”. Per fare questo accetterà di non difendersi davanti al male ingiusto che gli viene fatto. Accetterà volontariamente – cioè senza evitarla, benché potesse farlo – la sorte che Dio ha voluto che
riservargli. Dio mostrerà che egli doveva soffrire per liberare gli uomini dai loro peccati quando lo
glorificherà dandogli una nuova vita. Tutto ciò è il calice che Dio ha riservato a Cristo. Nel linguaggio biblico il “calice” indica la sorte che è riservata a qualcuno. E poiché Dio è sempre causa
prima, è Lui colui che riserva tale sorte. Così prima della passione Gesù prega il Padre che, se possibile, allontani da lui quel calice (Mc 14,36). L’immagine del battesimo suggerisce in cosa consiste
tale calice, perché la “immersione” (significato di “battesimo”) a cui sarà soggetto Gesù sarà quella
della morte (cfr. Lc 12,50), ma una morte che produrrà una vita nuova (cfr. 2Re 5,14; Gdt 12,7; Sir
34,25; Is 21,4). Dunque il “servizio” che Gesù è venuto a compiere non è uno qualsiasi, ma precisamente quello annunciato per il Servo del Signore. La stessa cosa vale per i suoi discepoli.
- Il calice e il battesimo di Gesù saranno anche dei suoi discepoli (v. 39). Essi non devono preoccuparsi dei posti e del regno in chiave di spartizione del potere, perché il regno di Dio non ha i connotati di quelli umani. I discepoli si devono chiedere piuttosto se sono disposti a bere il calice di
Cristo, ricevere lo stesso suo battesimo, se sono in grado di condividerne la missione che è quella di
farsi carico dei peccati degli uomini. La loro risposta ricorda (di nuovo una sfumatura ironica)
l’atteggiamento di Pietro (e “di tutti gli altri”) che assicuravano Gesù che non lo avrebbero abbandonato di fronte alla morte (Mc 14,31), mentre invece lo lasceranno solo. E al momento dello spargimento del sangue di Gesù, al momento della venuta del regno di Dio che si compie sulla croce,
alla destra e alla sinistra di Gesù vi sono non i discepoli, ma due banditi (Mc 15,27), perché si compisse la Scrittura: «E fu annoverato tra i malfattori» (Is 53,12). Però sappiamo che in seguito i discepoli effettivamente ne seguiranno le orme (1Pt 2,21) e anche lo stesso destino di gloria. Ma per
partecipare alla sua gloria occorre condividere anche la sua morte (cfr. Lc 24,26; 1Pt 1,11).
Anch’essi realizzeranno la figura del Servo a imitazione di Cristo. I discepoli di Gesù continuano
nel mondo la presenza del Servo del Signore che si carica dei peccati degli uomini per salvarli. Come non si può trasformare Cristo in una figura diversa da quella che lui stesso ci ha rivelato, la stessa cosa per la Chiesa. Il servizio della Chiesa nel mondo non può essere che quello di Cristo. In
venti secoli di storia la Chiesa ha versato fiumi di sangue per rendere testimonianza al Servo che è
morto senza resistere al male e che perciò è risorto e rimane vivo nei secoli. Il servizio dei cristiani
è subire il male a causa del bene che fanno agli uomini. Questa è l’essenza del cristianesimo.
Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/
