I Domenica di Avvento (Anno C) (01/12/2024) Liturgia: Ger 33, 14-16; Sal 24; 1Ts 3, 12-4, 2; Lc 21, 25-28.34-36
Vorrei rivolgere a me, e poi a ciascuno di voi, alcuni pensieri sparsi che mi vengono sollecitati dalla
pagina apparentemente terrificante del Vangelo di oggi. Dico apparentemente perché Gesù, come lo
dobbiamo fare anche noi, non nega la drammaticità della vita e degli avvenimenti che possono
disorientare e incutere paura, ma vuole dirci che dentro gli sconvolgimenti, anzi solo in essi, si attua
la liberazione e la nascita di un mondo nuovo.
Anzitutto il senso dell’Avvento. Oggi inizia il tempo di Avvento tutti sappiamo che è un
periodo di quattro settimane in attesa del Natale di Gesù. Fin da ragazzo mi domandavo:
“Perché prepararci alla nascita di Gesù, quando egli è nato già duemila anni fa? Non è una
finzione celebrativa?”.
Da credente adulto mi sono reso conto che, invece, il celebrare annualmente la nascita di
Gesù ha almeno tre opportune istanze:
- Ravvivare la consapevolezza che Gesù è sì venuto, ma che continua ad abitare sempre
con noi, ha posto stabilmente la sua tenda tra di noi. Non siamo quindi soli nel nostro
vivere e nel nostro lottare. - Cogliere che il progetto di Gesù, a cui i Vangeli danno il nome di “Regno”, e che io
chiamo il “sogno di Dio”, deve continuamente nascere nella storia, nel mondo. Quasi
siamo chiamati ad “attendere” il Natale del mondo nuovo. - Capire o essere consapevoli che questo progetto, questo sogno, nasce e cresce dentro i
conflitti ed eventi a volte catastrofici e spiazzanti ma che possono contenere appelli
salutari e costruttivi, quindi da guardare con speranza.
“Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli per il
fragore del mare e dei flutti. Le potenze dei cieli saranno sconvolte”. (Lc. 21, 25-26)
Per comprendere questa pagina del Vangelo occorre pensare che Luca usa il linguaggio
apocalittico, metaforico, cioè usa delle immagini fisiche per esprimere sentimenti. È un
linguaggio simbolico. Che cosa vuol dirci Luca? Intanto qui non vuol parlare della fine del
mondo, ma della fine di un mondo e precisamente del mondo giudaico, o meglio, della fine
del tempio di Gerusalemme. Esso era una meraviglia architettonica, di enorme grandezza. I
giudei, addirittura, pensavano che Dio abitasse nel tempio e che, quindi, non poteva mai
essere distrutto: sarebbe stato come un distruggere Dio. Invece il tempio è stato abbattuto
dai romani nel 70 d.C. Crollando il tempio, per i giudei crolla il mondo, il loro mondo. È
uno sconquasso descritto con immagini drammaticamente catastrofiche. Per i giudei era il
crollo di tutto, anche della fede, era la fine del mondo!
Per Luca, al contrario, cadendo il mondo giudaico, franando il tempio nasce il nuovo
mondo, quello sognato da Gesù e rispondente al progetto del Padre. Luca intende descrivere
il travaglio della nascita del nuovo mondo. Questo è il senso dell’espressione: “Allora
vedranno venire su una nube con grande potenza e gloria il Figlio dell’uomo…. risollevatevi
e alzate il capo perché la vostra liberazione è vicina.” (Lc. 21,27). Sembrava la fine invece è
l’inizio, sembrava il tramonto e invece è l’aurora della liberazione. Cade la religione
giudaica fondata su leggi e paure e nasce una religione fondata sull’amore e sulla speranza,
cade il tempio e sorge la consapevolezza che Dio non abita dentro il tempio, ma dentro di
noi, dentro il popolo perché i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità” (Gv,
4,23). Si apre così un modo nuovo di pensare Dio e di credere: non più un Dio che incute
paura,che imprigiona con leggi e divieti, ma un Dio che vuole figli liberi non più servi sotto
il ricatto di minacce e di paure, consapevoli che solo l’amore indicherà le nuove strade
etiche e le scelte da fare.
La Chiesa, come si è sviluppata lungo i secoli, ha perso la spinta iniziale quella della
povertà, della libertà di scelta, del valore della coscienza. Sono ancora molti i cristiani che lo
sono perché condizionati dall’ambiente o perché soggiogati dall’inconscia minaccia di non
potersi salvare se non attraverso i sacramenti. Quando si arriverà a percepire che il Vangelo
è per tutti, ma che i sacramenti sono per i discepoli, cioè per coloro che con una scelta libera
e responsabile accolgono il progetto di Gesù, e si impegnano a viverlo e a costruirlo?
Quando avverrà questo ci sarà una nuova Chiesa e un modo nuovo di essere credenti, non
più dovuto a condizionamenti sociali ma alla scelta libera e personale. Forse a questo si
arriverà attraverso conflitti e scontri anche ecclesiali che sembreranno portare alla fine,
invece segneranno il travaglio della nuova Chiesa, quella che sta impersonando Papa
Francesco.
“State attenti a voi stessi che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni” (Lc
21,34)
Essere attenti, essere svegli, vegliare per interpretare questi eventi conflittuali e dolorosi per
cogliervi gli appelli e diagnosticare la giusta direzione. Tocca a noi il saper valutare, e poi
camminare su vie nuove. Anche gli avvenimenti terroristici di questi giorni avvenuti a
Parigi, a Rabba, a Tobruch domandano di essere interpretati per saper coglierne il perché, le
cause. Forse non è rispondendo con la guerra che risolviamo i problemi, ma cercando di
capire da dove nasce il terrorismo: forse esso è un pungolo che domanda un cambiamento di
vita da parte di ciascuno di noi e del nostro mondo occidentale.
Subito dopo gli attentati di Parigi è sorto il movimento “Pray for Paris”, preghiamo per
Parigi. Il Dalai Lama la vede in altro modo e forse dovremmo anche noi essere d’accordo
con lui.
“Io sono buddista. E credo e pratico la preghiera. Ma noi esseri umani abbiamo creato
questo problema e ora chiediamo a Dio di risolverlo. È illogico. Dio avrebbe detto
“risolvetelo da soli perché voi lo avete creato in prima istanza”.
Due piccoli impegni:
- Imparare a cogliere gli appelli dentro gli avvenimenti.
- Aiutare a far nascere una Chiesa nuova.
Battista Borsato
