Natale del Signore – Messa del Giorno (25/12/2024) Liturgia: Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1, 1-6; Gv 1, 1-18
«Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». È il culmine del prologo; parole che oggi ascolteremo in ginocchio, stupiti di fronte a Dio che per amore si spoglia della sua gloria e prende la nostra carne, diviene uno di noi. Il momento più alto della gloria tornerà sulla croce del Figlio. Perché la fine di tutto e di tutti, per Lui e attraverso di Lui, non sarà la fine: così per noi.
Qui, nel Prologo di Giovanni, il presepe si manifesta e si trasfigura. Da un lato gettiamo lo sguardo agli albori dei tempi, dall’altro nella loro pienezza, al punto di non capire più, in questo inno teologicamente perfetto, a che punto si trovi la storia. Un inno profetico, infatti, sull’alfa che tocca l’omega.
A Natale tutto è possibile: che il cielo e la terra invertano il ruolo, che il grande diventi piccolo perché il contrario divenga possibile. Dai vertici della poesia e della teologia, dove si tocca il cielo con un dito, occorre toccare la terra sporcandosi le mani, con il fratello e la sorella che il Signore ci mette accanto e che ha bisogno di noi: solo così risaliremo a lui.
Alessandro Quasimodo narra di suo padre Salvatore che era una persona molto buona, ma difficile da coinvolgere, specialmente in famiglia. Una volta, un insegnante in terza media chiese al ragazzo di comporre un sonetto sul Natale. Quella volta chiese aiuto al papà e lui disse: «Mettiti lì e vedi cosa vuoi dire in questa poesia, poi vediamo». Ma, osserva il figlio, in Sicilia «poi vediamo» può essere un modo di dire che non se ne fa nulla. A tarda sera, quando il ragazzo confessò che non aveva composto la poesia e quindi il giorno dopo non sarebbe andato a scuola, l’illustre genitore gli si mise accanto e dal suo compito ricavò la poesia Natale.
Che sia Natale per tutti! In ogni presepe domestico, familiare, e nel grande e più variegato presepe che è il mondo, «l’aiuola che ci fa tanto feroci» esclamava Dante Alighieri volando verso l’Empireo con Beatrice sulle tracce di san Benedetto da Norcia.
C’è stato il crescendo: Avvento, e poi notte di Natale, e poi, ecco, il giorno. Come una magnifica sinfonia, come la pienezza delle stagioni, come l’avanzare della luce. Siamo nel cuore dell’inverno, eppure è già giorno pieno e le messi sembrano mature…
Non lo sono ancora. Siamo all’inizio del cammino, ora e sempre, anche se oggi, sulle ali di questo inno-profezia giovannea, ci sembra di volare. Teniamo d’occhio la terra, non per concupirne le ricchezze, ma per custodirne ogni più piccolo essere, anche se e quando non ci chiede aiuto. Custodiamo la terra e vigiliamo i segni del cielo, tenendo in serbo nel cuore le ali di questo giorno: dell’amore, della fraternità e dei buoni sentimenti che oggi ci scambiamo dinanzi a ogni presepe.
Abbiamo, dalla nostra, una stella polare che non può mai farci deviare: la Vergine Maria, che mai farà mancare, non solo la sua guida, ma anche la sua amorosa intercessione.
«Maria da parte sua serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore». L’atteggiamento di Lei, icona dell’attenzione, ci richiama la parabola di Gesù sul seme gettato nel campo: è Maria la vera terra fertile che accoglie e custodisce la Parola. Guardando a Maria, così come è nel presepe, in amorosa custodia della Parola, impariamo a essere come i pastori: pronti a seguire le tracce della luce con attitudine di stupore, rendimento di grazie, accoglienza, custodia, testimonianza. Anche noi come loro, come Maria, raccogliamo, dopo l’annuncio dell’angelo, quello del Vangelo di Giovanni e ripartiamo dal Natale per rimetterci in cammino, intonando il Magnificat come un inno di pellegrinaggio.
Mons Angelo Sceppacerca
25 dicembre 2024
Fonte:https://www.diocesitrivento.it/
