Don Marco Ceccarelli Omelia VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Domenica 23 Febbraio (DOMENICA – Verde)
VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
1Sam 26,2.7-9.12-13.22-23   Sal 102   1Cor 15,45-49   Lc 6,27-38

  • Testi di riferimento: Es 23,4-5.7; Dt 28,9-10; 2Sam 24,14; 1Re 8,32; Sal 7,9; 18,21; 26,1; 86,15;
    103,8-10; 130,3; 145,8-9; Pr 17,15; 25,21; Sap 11,21; Sir 2,18; Ger 17,10; Lam 3,22; Na 1,7; Mt
    5,16.20.45-48; Lc 6,23; Gv 13,14-15.34-35; At 14,17; Rm 2,4; 12,19; 1Cor 9,17-18; 11,1; 2Cor
    5,10; Ef 4,32-5,2; Fil 2,5; Gc 5,11; 1Pt 1,14-16.19-23; 1Gv 3,10-16; 4,7-11
  1. L’atteggiamento da “povero”.
  • Il brano evangelico odierno è connesso strettamente con quello della domenica precedente. Si presentano infatti delle esplicitazioni di cosa significhi avere l’atteggiamento da “povero” che permette
    di essere eredi del regno di Dio. È la rinuncia all’uso della forza umana per imporsi, per salvarsi.
    Anche il comportamento di Davide descritto nella prima lettura lo evidenzia. Dopo aver fatto molto
    bene al re Saul, viene da lui perseguitato ingiustamente. Ora ha l’occasione di liberarsi di Saul e
    prendere il suo posto. Però rinuncia a sfruttare una chiara situazione favorevole per sbarazzarsi del
    suo nemico (di Saul che lo perseguita ingiustamente) rimettendo la sua causa a Dio. Davide pone
    tutta la sua fiducia in Dio e non nei mezzi umani. In questo sta la sua giustizia (1Sam 26,23) per la
    quale aspetta la ricompensa da Dio.
  • Il modo di ragionare di Davide è del tutto diverso da quello di Abisai. Egli non vede in quella situazione un’opportunità che Dio gli ha data per farsi giustizia, ma viceversa per manifestare la sua
    giustizia, al contrario di Saul. Non approfitta della sua situazione di superiorità, come ha fatto finora
    Saul, essendo egli il re e ovviamente più potente di Davide. Costui rinuncia alla sua situazione di
    prevalenza; rinuncia ad usare la forza umana per farsi giustizia. Come diceva un antico padre spirituale: “Non è gran cosa se hai fatto del bene; è gran cosa se hai saputo sopportare il male che ti è
    venuto a causa di quel bene che hai fatto”. Ciò facendo Davide imita Dio il quale non approfitta della sua forza per imporsi (Sap 11,21), ma aspetta che l’uomo si distolga volontariamente dal male.
    Davide conosce in questo caso Dio più che il suo compagno Abisai. Anche quanto indicato da Gesù
    ai suoi discepoli descrive l’atteggiamento del povero a cui appartiene il regno di Dio. È l’atteggiamento del figlio che confida totalmente nel Padre.
  1. “Figli dell’Altissimo” (Lc 6,35).
  • L’aspetto più marcato del brano odierno di Vangelo è forse quello della “gratuità”. Il cristiano gode di una “grazia” (nei vv. 32.33.34 si deve tradurre “qual è la vostra grazia?”) che gli altri non
    hanno. Quello che Gesù chiede ai suoi non è qualcosa di ordinario – nessuna legge umana potrebbe
    chiedere di non difendersi davanti al male – ma straordinario. Non è qualcosa che tutti possono fare,
    ma solo quelli che hanno la “grazia”. E il motivo di ciò è che i discepoli, a imitazione di Cristo, sono chiamati a mostrare Dio. Con la gratuità e la misericordia del loro amore i cristiani mostrano il
    volto del Padre. Perciò il cristiano, a imitazione di Dio, fa il bene senza aspettarsi nulla in cambio,
    anche a chi non se lo merita. La gratuità è una qualità essenziale dell’amore. Dove si fa il bene per
    averne un (anche legittimo) contraccambio, non si può parlare di amore. L’amore implica la gratuità; anzi, magari anche una perdita.
  • L’affermazione di Gesù che Dio «è buono verso gli ingrati e i malvagi», è sconvolgente; sconvolge infatti i criteri normali per cui a un certo punto Dio farà giustizia e i malvagi saranno puniti.
    Quando nella scrittura si dice che Dio rende secondo la giustizia di ciascuno (vedi l’affermazione di
    Davide nella prima lettura) significa appunto che se uno rinuncia a fare il male per difendere se
    stesso, Dio lo ripagherà bene, mentre i malvagi finiranno male. Il fatto è che, certamente, i malvagi
    finiscono male perché stanno camminando nella via della morte, lontano da Dio. La bontà di Dio
    verso i malvagi non esclude la possibilità che essi si procurino il male con la loro condotta sbagliata; esclude invece che quel male sia una specie di punizione divina. Dio continua ad usare benevo-
    lenza, continua ad amare, perché questa è la sua natura, perché in Dio non c’è che amore.
    L’affermazione di Gesù non è del tutto originale tenendo presente Sal 103,10: «Egli non ha agito
    secondo i nostri peccati, non ha ripagato secondo le nostre colpe». Dio continua a tenere un atteggiamento di benevolenza verso tutti, non elargendo i suoi benefici a seconda del merito di ciascuno
    (almeno finché siamo in questa vita). E tale atteggiamento è quanto è richiesto anche ai suoi figli.
    La giustizia nella quale il cristiano cammina è quella dell’imitazione del Padre. A sostegno di questo atteggiamento sta ancora una volta la speranza della ricompensa futura. Se si offusca la visione
    della vita celeste, anche la visione della vita terrena si offusca. È il futuro che illumina il presente. Il
    nostro presente, e il modo di vivere tale presente, rivela quale futuro ci attendiamo.
  • L’etica cristiana è uno specchio dell’etica divina (cfr. Ef 4,32-5,1). E la piena rivelazione dell’etica divina si ha in Cristo. È guardando il Figlio e il suo comportamento che impariamo chi sia il Padre e quale sia il Suo comportamento. E tuttavia l’imitazione di Dio non deriva da un appello alla
    volontà umana, perché nessun uomo può essere all’altezza di Dio. Si tratta invece di una somiglianza che viene dall’essere nati dall’alto. Il cristiano è un altro Cristo in quanto è diventato figlio dal
    Padre celeste e in quanto figlio assomiglia al Padre, “naturalmente”. La verità cristiana non è soltanto una questione di dogmi. È invece soprattutto un “essere” che si manifesta in un “agire”. Il cristianesimo è la “via”, la “condotta” per eccellenza, l’arte di vivere secondo il vivere divino. Il cristiano
    ha ricevuto una nuova natura, è stato “divinizzato”. Ciò è stato reso possibile dal Figlio che si è fatto come noi perché noi diventassimo come Lui. L’“essere” cristiano consiste nella nuova natura di
    “figlio” di Dio. Essendo divenuti partecipi della natura divina (2Pt 1,4) possiamo conformarci all’agire del Padre. Cristo, il Figlio unigenito e primo di molti fratelli, diventa lui stesso il criterio basilare dell’agire cristiano perché in lui si riflette perfettamente l’agire del Padre. L’imitazione di Dio
    diventa perciò imitazione di Cristo (Gv 13,14; 15,12; Rm 15,5; 1Cor 11,1; 1Pt 2,21) nel quale si sono incarnate perfettamente queste sue parole.
  • Ad amarlo diventerai imitatore della sua bontà, e non ti meravigliare se un uomo può diventare
    imitatore di Dio: lo può se lui (l’uomo) lo vuole. Non si è felici nell’opprimere il prossimo, nel voler ottenere più dei deboli, arricchirsi e tiranneggiare gli inferiori. In questo nessuno può imitare
    Dio; sono cose lontane dalla Sua grandezza! Ma chi prende su di sé il peso del prossimo e in ciò
    che è superiore cerca di beneficare l’inferiore; chi, dando ai bisognosi ciò che ha ricevuto da Dio,
    è come un Dio per i beneficati, egli è imitatore di Dio (A Diogneto X).
  1. Il giudizio. Le affermazioni del v. 37 indicano che il cristiano lascia il giudizio e la giustizia a
    Dio (Rm 12,19). Ciò indica che un giudizio di Dio ci sarà. Il comportamento cristiano di benevolenza anche verso i persecutori, non è dettato da ingenuo buonismo. Chi fa il male è pur sempre un
    “malfattore”; e un cristiano sa riconoscere il male. Perdonare non significa “giustificare” il male.
    Giuseppe perdona i suoi fratelli, ben sapendo che essi “hanno tramato il male contro di lui” (Gen
    50,20). Così il cristiano non chiama bene il male, pur rinunciando a giudicare e a condannare perché
    sa che ciò spetta ad un altro. Infatti le parole di Gesù aprono indiscutibilmente ad un futuro ultraterreno. Il “merito” è una ricompensa (v. 35) che si riceverà dopo la morte. Non si esclude dunque un
    giudizio divino, con le relative conseguenze, sul bene e sul male. Certamente ci sarà un giudizio. E
    proprio perché il cristiano sa questo, rimette la sua causa a Dio.

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