Alessandro Cortesi Commento VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)

Domenica 25 Maggio (DOMENICA – Bianco)
VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO C)
At 15,1-2.22-29   Sal 66   Ap 21,10-14.22-23   Gv 14,23-29

“Paolo e Barnaba si opponevano risolutamente e discutevano animatamente contro costoro…”.

Di un dibattito acceso si parla: la questione che vede una reazione forte e convinta di Paolo e Barnaba riguarda come seguire Gesù Cristo. Affermavano la non necessità di osservare le prescrizioni della legge giudaica perché ciò portava a rinchiudere l’annuncio di Gesù all’interno di un sistema religioso: non è rigetto del Dio di Israele e del senso profondo della legge ma superamento di un rinchiudere la fede nel quadro di prescrizioni religiose. Esigere la circoncisione – prescrizione legale per l’appartenenza religiosa – per i pagani che si accostavano alla comunità era quindi uno svuotamento del messaggio stesso di Cristo. Paolo aveva sperimentato nel suo cammino che la salvezza è radicalmente dono, non per proviene da privilegi o dall’osservanza, ma evento di grazia di Dio che suscita la fede. Paolo e Barnaba sono preoccupati di dire che la salvezza non dipende dall’uomo, da osservanze ma è dono gratuito e non richiede condizioni previe. Ciò significa affermare l’assolutezza dell’agire di Dio in Cristo, il suo primato su ogni tipo di costruzione umana, anche religiosa. E questo dovrebbe essere paradigma per una critica a tutte le forme religiose che rinchiudono l’esperienza della fede escludendo qualcuno perché irregolare o inosservante.

Gesù, nella sua esperienza storica, era rimasto all’interno della tradizione ebraica. A lui non si era posto il problema del venire meno alle prescrizioni della legge ebraica. Di fronte ad una situazione nuova che le prime comunità si trovano ad affrontare nel confronto con un ‘altra realtà’ come il mondo dei pagani sorge una domanda inedita. Nell’incontro si fa strada – per impulso dello Spirito – una comprensione più profonda del vangelo. Il passaggio di Gerusalemme, primo consiglio in cui una discussione accesa viene attuata e fa giungere a scelte coraggiose, è un momento decisivo e modello di altri passaggi. Gli apostoli ritornano così al cuore dell’annuncio di Gesù cercando di esservi fedeli nel mutare della storia: il vangelo non può essere rinchiuso in un tempio, in una classe di sacerdoti, in una cultura, ma è apertura all’Alterità di Dio, al suo amore per tutti, reso vicino nella vicenda di Gesù. Cresce la comprensione della Parola di Dio, la tradizione progredisce nell’esperienza di tutto il popolo di Dio, insieme e genera cambiamenti anche inattesi…

“Non vidi alcun tempio in essa, perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio.”. L’Apocalisse parla di una città, la nuova Gerusalemme in cui la luce non viene da nient’altro se non dalla presenza di Dio e dal Risorto: è questo l’orizzonte finale della nostra storia ma è anche quanto siamo chiamati a vivere sin d’ora nel non lasciarci imprigionare nella costruzione di templi che possano racchiudere Dio stesso e trattenere la sua ulteriorità in progetti, dottrine e costruzioni umane.

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui… e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato”. Gesù parla della sua parola, ma quella parola, è quella del Padre. La parola del Padre diviene la sua parola al punto che Gesù stesso è parola del Padre. Nel IV vangelo è presente una lettura profonda della missione di Gesù: in lui è possibile scorgere e ascoltare una Parola che viene da altrove, da altri, dal Padre. E Gesù stesso è quella Parola, quel movimento di comunicazione e di incontro. Nella prima pagina del IV vangelo si legge: «Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato» (Gv 1,18) o – traducendo meglio – “il Figlio ne ha fatto l’esegesi”. Gesù come Figlio è esegeta del Padre. Gesù spiega con la sua vita la parola del Padre e questo testo che Gesù spiega è costituito dalle Scritture e dalla vita stessa del Padre che egli riceve come parola, nell’evento di una comunicazione che è la danza dell’amore.

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Gesù promette un venire che è venire di incontro e relazione: è un dimorare che rende partecipi di una vita di relazione e di amore dato e ricevuto. E’ l’abitare della presenza di un Dio amicizia nel cuore. E’ movimento generativo di vite donate che costruiscono comunità e tessuto legami. E in questo dinamismo di vita vi è – nascosta ma profonda e attiva come fuoco – la presenza dello Spirito come colui che ‘sta presso’, consolatore e ‘avvocato’ ed anche maestro che con pazienza e con sguardo lungo invita a ricordare e insegna: “il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre mandererà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.

Alessandro Cortesi op

Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/