Don Paolo Zamengo”Dio abita roveti ardenti”

Domenica 15 Giugno (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO C)
Pr 8,22-31   Sal 8   Rm 5,1-5   Gv 16,12-15

Vorrei stare lontano dal fiume di parole che lungo i secoli hanno
cercato di spiegare il mistero della Trinità. Oggi quelle parole
risuonano senza vibrazioni. Ma Dio non è una infinta solitudine
ed è invece, per nostra fortuna, una infinita compagnia. E quale
grazia è per noi assomigliargli! Noi siamo fatti a sua immagine e
siamo donne e uomini della compagnia e non della solitudine.
Il racconto del roveto ardente lo conosciamo bene. Chissà
quante volte Mosè, nelle sere che abbracciavano le notti, fuori dalle tende, avrà parlato del fuoco,
quello che un giorno lasciò lui, pastore di greggi, con gli occhi sgranati per un arbusto che ardeva e
sorprendentemente non si consumava. Una cosa io so: che dovrei fare come Mosè, togliermi i sandali
perché davanti a me sta una terra che è sacra perché è terra del passaggio di Dio.
E mi affascina il desiderio di Mosè di sapere il nome di Dio e Dio sembra giocare a nascondersi. Ma alla
fine dice un nome e subito lo apre e lo lega ad altri nomi: “Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono!
Dio dei vostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco, Dio di Giacobbe”.
Anche a me capita di usare l’espressione “io sono” per rivendicare e marcare distanze e differenze.
Dio, invece, dice che il suo nome è “Io sono” per affermare vicinanza e compagnia. E unisce il suo
nome ad altri nomi, Abramo, Isacco, Giacobbe. E questi uomini diventano la dimostrazione della verità
del nome di Dio, di un Dio che ha come sua natura l’esserci. Dio non si trattiene, si espone. Esserci
vuol dire esporsi.
E la cosa per noi sorprendente è che lui rimane e rimarrà fedele per sempre a questo nome anche
nelle ore in cui sembra che lui lo dimentichi. Dirà a Mosè: “Questo è il mio nome per sempre; questo è
il titolo con cui sarò ricordato di generazione in generazione”. Il suo esserci è per sempre, unito e
legato dunque anche a questa generazione, indissolutamente legato ora ai nostri nomi.
Il suo esserci non dice staticità ma movimento. E’ il Padre che si è esposto creando, è Dio che si espone
perchè il suo popolo soffre schiavo in Egitto, che ascolta il grido e scende. E’ il Figlio che mette la sua
tenda fra noi e ascolta persino il silenzio delle lacrime che gridano, passando per strade e per case,
sedendosi con pubblicani e peccatori, commuovendosi per la preghiera di un ladrone poco distante
dalla sua croce.
È lo Spirito che spinge il diacono Filippo e quasi lo rapisce, per una avventura su una strada deserta e lo
fa salire sul carro di uno che vuole il battesimo e sul carro si raccontano. E’ lo Spirito che oggi spinge
noi a salire su altri carri ad ascoltare altri racconti e raccontarci.
C’è movimento nel nome di Dio, nel nome della Trinità. Ma troppo spesso abbiamo sepolto Dio e la
Trinità in caverne buie da cui non esce suono. Forse guardando dentro le Scritture e nella storia è
possibile rianimare quel movimento che gli steccati delle dottrine e dei dogmi hanno inaridito. Forse, è
possibile ritrovare nelle Scritture lo stesso dinamismo della vita umana e delle stelle.
Dio non si definisce, si racconta. Dobbiamo riprendere a raccontare il Dio che abita roveti ardenti,
dentro il patire di un popolo, il Dio che porta Abramo fuori dalla tenda, di notte, a guardare le stelle, il
Dio che in Gesù di Nazaret pianta la sua tenda tra noi, non ci carica di pesi, sa quanto portano le nostre
spalle e le libera a costo di morire lui e ci promette una guida. “Molte cose ho ancora da dirvi….
Quando verrà lo Spirito vi guiderà a tutta la verità”.
E noi finalmente possiamo chiamarlo “Abbà! Padre!” Perché siamo da lui chiamati a libertà. Così
ritroveremo il dinamismo della nostra vita umana e delle stelle.