Di Don Marco Ceccarelli Commento XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Domenica 21 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Am 8,4-7   Sal 112   1Tm 2,1-8   Lc 16,1-13

Di Don Marco Ceccarelli 🏠

  • Testi di riferimento: Gs 24,15; 1Re 18,21; Sal 17,13-15; Pr 28,20; Mt 6,24; 24,45; 25,21.23; Lc
    11,23; 12,42.47; 14,13-14.26; 18,29-30; 19,17; 20,34-35; Gv 12,36; 14,2-3; 1Cor 3,18-19; 4,2;
    9,17; 2Cor 4,17-5,1; 6,15-16; 12,8-9; Gal 1,10; 6,10; Ef 5,8; Fil 3,19; 1Ts 5,5; 1Tm 3,5; 6,17-19; Eb
    9,11-12; 1Gv 2,17; Ap 3,15-16
  1. Il tema della “amministrazione”. Nella parabola del Vangelo odierno si presentano due tematiche
    già incontrate in precedenza. Una è quella dell’amministrazione (Lc 12,42ss.) e l’altra quella dello
    “sperpero” dei beni (15,13). Nella parabola odierna infatti ritorna il verbo “sperperare” (v. 1) a proposito dell’amministratore disonesto. Agli amministratori di queste parabole è richiesto di gestire
    dei beni appartenenti ad un altro. Il loro sbaglio capitale è quello di farsi padroni, di voler gestire i
    beni come se appartenessero a loro. Chi adotta questo atteggiamento finisce soltanto per sperperare,
    per sprecare inutilmente delle proprietà che vanno invece impiegate in modo proficuo. Ma, come
    per ogni amministrazione, prima o poi arriva la resa dei conti, che consiste innanzitutto nel dover
    restituire ogni cosa (Lc 12,20); tutto infatti ci sarà tolto. Lo sappiamo benissimo che non conserveremo nulla. Basterebbe solo questo per farci capire che non siamo padroni di nulla. E tuttavia non
    significa che allora ce ne possiamo infischiare. Questo sarebbe passare all’estremo opposto. Invece
    sapere che siamo amministratori significa aver capito che siamo estremamente responsabili della
    gestione delle cose, e che di tale responsabilità ci sarà chiesto conto.
  2. La scaltrezza (v. 8).
  • Dell’amministratore. Il personaggio della parabola viene lodato per la sua scaltrezza. Qui sta il
    punto della parabola. La furbizia, la saggezza, l’intelligenza dell’amministratore è quella di fare la
    cosa giusta al momento giusto. Il padrone gli ha ingiunto di consegnargli i libri contabili e lui sa che
    il suo tempo sta per scadere. È il contrario dell’amministratore di Lc 12,45 il quale «pensava tra sé:
    “Il padrone tarda a venire”», e si mette a fare quello che gli pare. Pensare che abbiamo tutto il tempo che vogliamo, che possiamo permetterci il lusso di sprecare non solo i beni di un altro, ma anche
    il nostro tempo, è la massima stoltezza. In realtà il tempo che abbiamo, e non sappiamo quanto ne
    abbiamo, va usato per fare il bene: «Finché ne abbiamo il tempo operiamo il bene verso tutti» (Gal
    6,10). Il tale della nostra parabola dunque approfitta del pochissimo tempo che gli è rimasto per assicurarsi il futuro. Questo è il “principio” che deve essere preso dalla parabola (e non ovviamente la
    sostanza della parabola, vale a dire l’opera truffaldina).
  • I “figli di questo mondo” (v. 8). La parabola in fondo può apparire scandalosa soltanto se manchiamo di capire il rapporto di proporzione del tipo A:B = C:D. Come A (i figli di questo mondo)
    sono scaltri per B, (assicurarsi i beni materiali), così C (i figli della luce) dovrebbero essere scaltri
    per D (assicurarsi la vita eterna). Il problema, dice Gesù, è che a volte questo non accade. I “figli di
    questo mondo” sono quelli che sono interessati semplicemente alle cose del mondo (cioè di questo
    mondo, non di quello dopo questa vita o della vita vera che è quella che viene da Cristo), agli affari
    terreni, al business e, soprattutto, ai soldi. Essi, per i loro interessi, sanno essere più furbi, più previdenti dei “figli della luce” che, al contrario, dimostrano spesso di non tenere in alcun conto quel futuro celeste nel quale dicono di credere. Quando quelli hanno una necessità, si adoperano “in fretta”
    (cfr. tacheos del v. 6) e con ogni mezzo per raggiungere il loro obiettivo (assicurarsi la vita). Essi si
    preoccupano del loro futuro – materialmente parlando (previdenza sociale, pensioni, assicurazioni,
    banche, ecc.) – molto più di quanto i credenti si preoccupino del loro – spiritualmente parlando (vita
    eterna). Hanno più zelo i primi per le cose del mondo che i secondi per le cose del cielo. Possiamo
    dire piuttosto che anche nei “figli della luce” si nota spesso lo stesso zelo per le cose del mondo e
    non per quelle del cielo. Il fatto è che non abbiamo veramente rinnegato il mondo. Il mondo continua a vivere ben radicato in noi. Non abbiamo un vero anelito celeste, per le cose del cielo. Non
    cerchiamo le cose di lassù dove siede Cristo alla destra del Padre (Col 3,1-2). Non siamo né caldo
    né freddo (Ap 3,15-16), e non sentiamo alcuna urgenza per le cose di Dio.
  • Perciò la morale della parabola è quella del commento dei vv. 9-13. “Fare la cosa giusta”, amministrare saggiamente i beni, significa usarli secondo la “volontà del padrone” (Lc 12,47) che è Dio.
    Niente di quello che abbiamo è nostro: la salute, la famiglia, i figli, un lavoro, dei soldi, e soprattutto il tempo. Di ogni cosa occorre chiedersi come il padrone vuole che la usiamo; e ciò va fatto senza
    ulteriore dilazione.
  1. Non si può servire a due padroni (v. 13).
  • L’affermazione evidentemente implica che i due padroni diano direttive diverse. Servire in questo
    caso significa “obbedire”. Non è possibile obbedire a due padroni che, riguardo alla stessa cosa,
    danno comandi diversi. Se si tentasse di fare questo si diventerebbe schizofrenici. E questo è il
    grande problema di un certo tipo di religiosità. L’affermazione nega la possibilità di qualsiasi convivenza fra il culto al Signore e quello agli idoli. Il culto implica necessariamente l’obbedienza. Ma
    per obbedire a Dio, per amministrare bene facendo la sua volontà, occorre rinunciare ad obbedire ad
    altri che comandano cose contrarie.
  • Nella nostra vita quotidiana noi obbediamo ad una serie di esigenze che non vengono da Dio. Pensiamo sia possibile conciliare la ricerca del guadagno, della carriera, della buona fama, dell’assenza
    di conflitti, di quello che a me pare giusto, della salvaguardia dei rapporti affettivi familiari, ecc.,
    con il culto a Dio. Ma in realtà questo non è possibile.
  • Obbedire all’idolo della bellezza significa perdere ore in palestra, a truccarsi, ad abbronzarsi,
    ecc.; e questo contrasta con l’obbedienza a Dio che invece ti dice di usare quel tempo per altre
    cose (pregare, evangelizzare, servire gli altri, studiare, ecc.).
  • Obbedire all’idolo dell’affettività significa passare ore al telefono o sui social network perché
    non si dimentichino di te, non rimproverare tuo figlio quando fa azioni sbagliate, non rompere un
    legame equivoco, cercare sempre i primi posti per mettersi in mostra, ecc.; e questo contrasta con
    l’obbedienza a Dio che ti dice di non dissipare il tuo tempo inutilmente, di dire la verità a tuo figlio, di rompere con le amicizie ambigue, di cercare l’ultimo posto.
  • Obbedire all’idolo della carriera significa prendere decisioni in base a quello che ti fa avanzare
    sul lavoro, che ti fa apprezzare dal principale, di dedicare più ore al lavoro di quelle che servono,
    ecc.; e questo contrasta con l’obbedienza a Dio che invece ti dice di prendere decisioni in base
    alla difesa della fede, alla partecipazione ai sacramenti, alla stabilità della famiglia, di non sacrificare la famiglia al lavoro.
  • Obbedire all’idolo del denaro significa prendere decisioni in base al guadagno, ad un futuro più
    sicuro, a farsi assicurazioni, accumuli di beni, ecc.; e questo contrasta con l’obbedienza a Dio
    che invece ti dice di non preoccuparti per il domani, di rendere sicura l’appartenenza alla Chiesa
    e la vita eterna.
  • In definitiva, alla base di tutti questi idoli c’è una auto-idolatria, un narcisismo, che ci porta a dedicare e ad usare i nostri beni – compreso le energie fisiche, psichiche e spirituali – a tutto ciò che ci
    fa essere qualcuno, a ciò che fa crescere il nostro io. Mentre Dio ci dice di usare tali beni, limitati e
    passeggeri, per procurarci quelli veri e duraturi.