Domenica 12 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
2Re 5,14-17 Sal 97 2Tm 2,8-13 Lc 17,11-19
Di Don Paolo Zamengo
Erano dieci. Ed era un numero bellissimo, anche biblicamente.
Peccato che poi i dieci si scompongono, nove più uno! Capita.
Perché quello che poi divenne uno era un samaritano. Ed era una
stranezza perché i nove non l’avevano tenuto distante. Come
avrebbero dovuto fare secondo le sacre abitudini: con i
samaritani non si parla. E i lebbrosi Gesù non li trova nelle grotte
ma alle porte del villaggio.
I dieci tra loro non tengono distanze: come se la sofferenza avesse bisogno di compagnia e si
sbarazzasse di tutti i pregiudizi che creano esclusione. La lebbra li aveva resi compagni, forse amici.
All’inizio, pur avendo sentito parlare di lui, lo chiamano “maestro”. Rispettando le prescrizioni si
fermarono a distanza da Gesù e dissero ad alta voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. E sono in
dieci ad alzare la voce. In dieci si dà più forza al dolore. E il dolore diventa grido.
Ci sono persone che, se non gridano il dolore, nemmeno le vediamo. Gesù li vede e li ascolta.
Ascolta anche quando sembra non intervenire. Disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”.
Andarono come se il problema fosse già risolto. Ma loro se la vedevano ancora addosso, incollata
alla carne, la loro malattia, la loro vergogna. Ma andarono.
Ecco, andare, mettersi in cammino quando il problema non si è ancora allontanato. Andare e non
aspettare che tutto sia concluso. Mettersi in cammino quando la malattia ancora ferisce. E quella
era una malattia che deturpava, che sfigurava tanto da far girare istintivamente lo sguardo dalla
carne così difforme, lontana da quella delle origini. E allora la lebbra era tutto ciò che
silenziosamente e inesorabilmente devastava, corpo e anima, relazioni e dignità, fede e speranza.
Chissà quanto sarebbe stato lungo viaggio da Gesù al tempio dei sacerdoti. Luca non ce lo dice,
come non ci dice che cosa possono aver provato nel sentirsi, tutto a un tratto, risvegliare il corpo e
ringiovanire la pelle. Solo scrive: “mentre essi andavano, furono purificati”. E’ nell’andare che
guariscono, è nel camminare che si guarisce.
E sulla strada, in contemporanea con la guarigione, accade la scomposizione del gruppo: nove
proseguono, uno ritorna. Ritorna quello che, secondo i canoni, era il più lontano. “Uno di loro,
vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi
piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano”.
Pensate prima con gli altri aveva cavato fuori tutta la sua voce per invocare aiuto e ora la sua voce
era per ringraziare. E Gesù, con una delle sue parole imperdibili, nota la differenza, la differenza
tra essere guariti ed essere salvati. E gli disse: “Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.
Dove Gesù vede la fede? Nella gratitudine. Come a dire: puoi anche essere sano o risanato nel
corpo, ma senza la gratitudine che uomo o che donna sei? Non ti salvi in umanità. Che uomo o
donna è chi non si commuove a un dono così grande e non fa esplodere la sua gratitudine? Avere
voglia buttarsi ai piedi e sentirsi rialzati.
E subito mi nasce una domanda: “ E io e voi che stagione viviamo? È la gratitudine e la gentilezza?
Oggi leggendo che a salvarci è la gratitudine mi sono ricordato che dell’importanza del dire
“grazie” ha parlato spesso papa Francesco, con parole che, molto più delle mie, bussano alla vita.
Ve le lascio: “Certe volte viene da pensare che stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere
e delle cattive parole, come se fossero un segno di emancipazione. La gentilezza e la capacità di
ringraziare vengono viste come un segno di debolezza, a volte suscitano addirittura diffidenza.
Dobbiamo diventare intransigenti sull’educazione alla gratitudine, alla riconoscenza: la dignità
della persona e la giustizia sociale passano entrambe da qui. Se la vita famigliare trascura questo
stile, anche la vita sociale lo perderà. La gratitudine per un credente è nel cuore stesso della fede.
Un cristiano che non sa ringraziare è uno che ha dimenticato la lingua di Dio. Ricordiamoci la
domanda di Gesù quando guarì dieci lebbrosi e solo uno di loro tornò a ringraziare.
Una volta ho sentito, prosegue Papa Francesco, ho sentito dire da una persona anziana, molto
saggia, molto buona e semplice, ma con la saggezza della vita: “La gratitudine è una pianta che
cresce soltanto nella terra delle anime nobili”. La nobiltà del cuore e la grazia di Dio nell’anima ci
spinge alla gratitudine. La riconoscenza è il fiore dell’anima nobile. La gratitudine è la lingua di Dio.



