Domenica 26 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Sir 35,15-17.20-22 Sal 33 2Tm 4,6-8.16-18 Lc 18,9-14
Di Don Paolo Zamengo
“Aveva appena finito di dire un’altra parabola” che era un
invito a non stancarsi mai di pregare, fin quasi a
infastidire Dio. E anche in questa parabola si parla di
preghiera: la preghiera del fariseo e la preghiera del
pubblicano.
E questa parabola va ancora oltre e mette i riflettori sugli atteggiamenti dello spirito perché la
preghiera è lo specchio del cuore. Infatti nel testo è detto per chi Gesù inventa la parabola: “per
alcuni che avevano la presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”.
E dà al prim il nome “fariseo”, e all’altro quello di “pubblicano”. Gesù non sta parlando
astrattamente: i farisei li aveva davanti agli occhi. Pensate all’effetto della parabola proprio su
loro. Erano venuti per fargli domande sulla venuta del regno di Dio e si sentono provocati e
implicati in ben altro. E io leggo la parabola e ho la percezione che devo guardarmi da un passo
falso in cui chissà quante volte sono caduto anch’io, di dividere il mondo in due parti: i farisei e i
pubblicani dall’altra parte.
E io a giudicare e condannare d’istinto il fariseo. E non mi accorgo che, con la disinvoltura con cui
lo disprezzo, sono io a passare dalla sua parte. E subito nasce in me una domanda: non sarà che a
volte ci sentiamo pubblicani, ma a volte siamo anche noi tutti farisei? Il testo ce lo dice:
“Avevano la presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”.
Il modo di pregare del fariseo non era che la conseguenza di come lui era dentro, con la sua
supponenza e presunzione di essere giusto. Conseguenza di una religione intesa come scambio di
favori: “Tu mi hai dato, io ti ho dato”, che è il tradimento della vera fede.
Si sente giusto per le prestazioni. Come se in un matrimonio o in un’amicizia si rivendicasse di
essere a posto perché ci si è regalato qualcosa, e non per un’alleanza di pensieri, di sentimenti, di
tenerezza, di complicità.
Se penso di essere a posto con Dio o con gli altri per regali, vuoti di intimità, appartengo alla
famiglia del fariseo. Così come appartengo ai farisei se mio è l’atteggiamento di coloro che
“disprezzano tutti gli altri”, di coloro che, tradotto in modo forse più incisivo, non tengono in
nessuna considerazione tutti gli altri. Come se il mio io ipertrofico li cancellasse dall’orizzonte, o li
sfocasse.
Nella parabola l’io debordante del fariseo lo vedi occupare parole e postura del corpo. Si
autocelebra con uno strapieno di parole: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini,
ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e
pago le decime di tutto quello che possiedo”. E Gesù dalle parole del fariseo coglie anche la sua
postura dominante. Non è un dettaglio: “Stando in piedi”.
In netta dissonanza la postura del pubblicano e le poche parole, non ostentate, quasi nascoste in
un soffio, che solo Dio che ascolta anche il pianto soffocato di un bambino nel deserto, sa udire,
fino a sentirsene intenerire le viscere. “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Parole piccole, parole
sacre. Parole che ritornano insistenti nella nostra liturgia con il suono del testo greco: “Kyrie
eleison”.
Vi confesso che ci sono giorni in cui sogno che possano essere le mie parola di oggi e le mie ultime
parole della vita. Perché Gesù ha detto che il pubblicano uscì “giustificato”. Voglio uscire anch’io
dalla mia vita giustificato. Questo soffio di parole unite con il soffio di quelle del ladro che dalla
croce rubò il paradiso: “Ricordati di me, Signore, nel tuo regno”. Ripetiamole anche noi,
battendoci il petto, e senza alzare gli occhi.



