don Marco Pozza”Io non sono bruto come gli altri”

Domenica 26 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Sir 35,15-17.20-22   Sal 33   2Tm 4,6-8.16-18   Lc 18,9-14

Di don Marco Pozza🏠

In materia di fede c’è chi s’immagina pilota in una gara automobilistica: «Io non sono come gli altri uomini – dice il primo uomo salito al tempio a pregare -: ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano». Il suo vantaggio è scontato: innamoratissimo di se stesso, avrà il vantaggio di non trovare rivali nel suo amore. C’è anche chi, in materia di fede e affini, s’immagina artista solitario, da “lavori in corso” nel cuore: «Dio, abbi pietà di me peccatore» farfuglia, con la testa bassa, il secondo salito al tempio mentre, varcata la soglia, si siede dietro la colonna, nell’ultima fila a destra, zona vergogna. Soltanto chi ama fare della fede una materia da competizione, penserà, come minimo, d’avere tutte le carte in regola: «Digiuno due volte la settimana, pago le decime di tutto quello che possiedo» è l’estratto conto che presenta a Dio. In amore – la fede è una storia d’amore – il più grande rivale non è mai un essere umano, maschile o femminile che sia: in amore il più grande rivale rimane il proprio io. Chi, al contrario, se ne sta chino a provare a salvarsi l’anima, solitamente lo fa perchè sa di avere la fedina penale sporca. O non di sicuro immacolata: «(Sono) peccatore». Il primo si sente superiore e parla di meriti, il secondo si sente una miseria e parla di misericordia: «Abbi pietà di me!» In quel tempo – ch’è sempre anche il nostro tempo – , Cristo si accorse, attraversando la vita umana, che c’erano più nicchie di santi: per questo s’inventa una storia capace di parlare in contemporanea al pubblicano orgoglioso e al peccatore schivo. “Calcola tu il risultato, Rabbì”.

Quando si tratta di aggrapparsi alla speranza, il peccatore non ha nessun rivale: il senso di superiorità è lo spessore reale dell’insicurezza delle persone arroganti. Il senso del pudore e della vergogna, d’altro canto, è segno tangibile della creatura che si avverte misera. C’è un fatto, però: quello di sentirci amati nella nostra miseria, nel punto centrale, all’epicentro delle nostre paure: il cuore della vita spirituale. All’ombra del Cristo e delle sue fresche parole, consola la certezza d’essere amati per ciò che siamo: miseri, pavidi, fuggiaschi, sempre a corto di speranza e sempre copiosi di giustificazioni. Pare strano, ma è proprio il materiale che Cristo brama cercare: come un rabdomante va alla ricerca di una falda acquifera, così Cristo va in cerca di una fessura, nella sua creatura, che gli permetta, poi, d’iniziare a scardinare il muro intero. Per chi vorrà andar dietro a Cristo, sentirsi i migliori complicherà la situazione stradale; anche sentirsi un nulla non gioverà ad acquistare crediti. Invece: sapersi amati nel momento più duro, nella propria nudità, è avere già un piede e mezzo sulla traiettoria di Dio. Siam tutti professori universitari fino al giorno in cui non arriva un’interrogazione a sorpresa. Lì, testa bassa davanti al prof, sarà la memoria delle nostre cadute a toglierci di dosso ogni residuo di vanagloria: “Giuro che quando sentivo alla tv di uno che andava in carcere, mi giuravo che a me non sarebbe mai toccato di far la fine di quel bastardissimo uomo” bisbiglia più di qualcuno dentro le galere.

Sommati gli addendi, il risultato appare inappellabile: «Il peccatore tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro: chiunque si esalta sarà umiliato». A sentire i Vangeli, il peccatore con la testa bassa non reagisce all’umiliazione del pubblicano con la testa alta che, da bel cervello qual’è, già incassa la sua prima sberla: le ingiurie sono molto più umilianti per chi le dice quando non riescono a umiliare chi le riceve. Resta il fatto, poi, che quaggiù per troppa ambizione non rimane che umiliarsi al punto che, per arrampicarsi, si dovrà assumere la stessa posizione che per strisciare. L’umiliazione di Cristo è di altra specie: «Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato». Nel frattempo, l’unica superiorità ammessa nei Vangeli rimane la gentilezza. Quella inaspettata, che spiazza i maleducati. La santità, poi, altro non è che il colmo della gentilezza.