Domenica 7 Dicembre (DOMENICA – Viola)
II DOMENICA DI AVVENTO (ANNO A)
Is 11,1-10 Sal 71 Rm 15,4-9 Mt 3,1-12
Di Figlie della Chiesa🏠home
La liturgia di questa seconda domenica d’Avvento dell’anno A assume un tono insieme di promessa e di attesa e il Vangelo di Matteo ci presenta un modo possibile di aspettare che qualcosa in cui crediamo si realizzi: è il modo di Giovanni Battista. La scelta di Giovanni è una sorta di ritorno alle origini – come sarà anche per san Francesco – sia nella disposizione interiore, sia nell’aspetto esteriore: è vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi; si ciba di miele e cavallette selvatiche.
È questo lo stile che ci propone la Chiesa all’inizio di questo tempo dell’Avvento: un cambiamento che può sembrare addirittura folle, tanto è radicale; un cambiamento sicuramente e anzitutto interiore, che tuttavia non esclude forme esteriori rinnovate. Anche i santi, a volte, sono stati giudicati folli per il loro stile di vita; e tuttavia si sono distinti per la loro radicale somiglianza a Cristo, che «spogliò se stesso» (Fil 2,7) sulla croce e, prima ancora, nella mangiatoia.
Possiamo quindi farci una prima domanda:
Di cosa vogliamo spogliarci in questo tempo di preparazione al Natale del Signore? In quale ambito della nostra vita occorre che torniamo all’essenziale?
Anche nella prima lettura emerge il fatto che una cosa nuova può nascere solo da un ritorno alla matrice: un germoglio che spunta da un vecchio tronco. Si può fare l’esperienza di tagliare un albero che ormai non dà più frutti: la sorpresa sarà che molto spesso spuntano dal ceppo i polloni.
Anche il germoglio di Iesse, profetizza Isaia, spunterà dalla radice buona che è rimasta incorrotta. Direttamente dalle radici, infatti, il virgulto di Iesse trae nutrimento, dallo stesso ed incorrotto desiderio di benevolenza che Dio ha per tutta la stirpe di Israele.
Isaia sembra poi fare l’elenco di tutti i “rami” malati dell’albero: giudizi, decisioni sbagliate, violenza, empietà… per poi profetizzare ciò che questo nuovo germoglio sarà e la pace che porterà.
Le immagini positive che si succedono nella profezia di Isaia tracciano un meraviglioso quadretto bucolico: il lupo dimora insieme con l’agnello, il leopardo si sdraia accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascolano insieme guidati da un fanciullo; la mucca e l’orsa pascolano insieme e i loro piccoli si sdraiano insieme; il leone si ciba di paglia, come il bue; il lattante si diverte sulla buca della vipera, mentre il bambino mette la mano nel covo del serpente velenoso. La natura fiorente e le bestie ammansite sono una risposta concreta al desiderio di ogni essere umano che sogna la pace e la fine dell’ingiustizia.
Anche Virgilio, nelle sue Bucoliche, sogna distese verdeggianti e animali mansueti, proprio durante il tragico esproprio delle terre operato da Ottaviano nel I secolo a.C. L’umanità dilaniata dalla guerra, devastata dalla violenza e dalla barbarie, attende sempre una promessa di pace, che passa anche dalla quiete della natura.
Virgilio attendeva un puer che ristabilisse la pace; Isaia attendeva un germoglio; noi attendiamo, come Chiesa, il Signore che nel suo Natale torna a farsi vicino alla nostra carne.
La pace, la venuta del Signore con il suo battesimo di Spirito Santo e fuoco per purificare l’umanità era il sogno anche di Giovanni il Battista; con una novità rispetto alle attese messianiche dei pagani o degli stessi ebrei.
Giovanni non attende immobile: predica la necessità di darsi da fare; non perché la linea del tempo tragicamente e catastroficamente si accorcia per l’umanità che si avvicina alla sua fine, ma perché è il Signore a farsi vicino. È una prospettiva rovesciata, quella di Giovanni: non siamo noi ad andare incontro al Signore: è Lui a scegliere di incontrarci, incarnandosi.
Le strade che percorrerà e che Giovanni invita a raddrizzare non sono le nostre: nell’Antico Testamento – e Giovanni si sta rivolgendo ai farisei e ai sadducei che vanno da lui per farsi battezzare – la “via del Signore” o i “sentieri del Signore” si identificavano con la Legge: preparare la via, fare diritti i sentieri, significa smettere di distorcere gli insegnamenti del Signore e spianargli la strada cercando di non ostacolarlo con i nostri ragionamenti mentre ci viene incontro.
Interroghiamoci perciò:
Sto utilizzando a modo mio qualche insegnamento del Signore, quasi volendo piegare la sua Parola ai miei ragionamenti?
Possiamo fare anche un’altra considerazione: la predicazione di Giovanni il Battista è di fatto contemporanea agli anni di Tiberio, ricordato come il “tristissimo imperatore”,. In questo contesto pagano di tristezza, Giovanni con la sua predicazione richiama un po’ alla sobrietà anche esteriore è un po’ come la sentinella che sprona il popolo ad attendere un nuovo messia, una nuova promessa, senza promettere grandi fasti, ma in una direzione diversa ed esigente.
La conversione che propone Giovanni Battista è un cambio di mentalità, che porta a vivere il presente con l’animo speranzoso di chi già vede arrivare all’orizzonte chi sta aspettando e si rimbocca le maniche per preparare al meglio l’accoglienza. Questa domenica è una chiamata all’attesa con un animo diverso, disposto a spianare le strade al Signore che viene.



