Domenica 4 Gennaio (DOMENICA – Bianco)
II DOMENICA DOPO NATALE
Sir 24,1-4.12-16 Sal 147 Ef 1,3-6.15-18 Gv 1,1-18
Di S.B. Card. Pizzaballa🏠home
Lo sguardo che l’evangelista Giovanni ci consegna oggi con il Prologo al suo Vangelo (Gv 1,1-18) indugia a lungo su un orizzonte grande e profondo, quello della vita stessa della Trinità.
Nella Liturgia del Natale abbiamo visto che anche l’evangelista Luca ha avuto uno sguardo ampio, quello della storia universale dei tempi di Gesù, fatta di nomi importanti come quello dell’imperatore Cesare Augusto, di eventi come il censimento, di luoghi come Nazaret e Betlemme (Lc 2,1-4).
Giovanni va oltre. Non si ferma agli eventi storici, per quanto importanti, ma risale fino a ciò che è in principio, a ciò che è l’origine di tutto. All’origine di tutto c’è la vita di Dio, che è vita di relazione e di amore: il Padre genera il Figlio e il Figlio è rivolto verso il Padre, in una circolarità di relazioni.
Lo sguardo di Giovanni è contemplativo, non narrativo: non racconta il tempo, la storia, ma la comunione tra le persone della Trinità. Non racconta ciò che si vede, ma ciò che non si vede.
Entrambi gli evangelisti, però, pur partendo da visuali diverse, arrivano poi a compiere la stessa operazione: dallo sguardo grande con cui hanno iniziato il loro racconto, passano repentinamente ad un luogo e ad un tempo piccolo, quello dell’Incarnazione del Verbo.
Luca lo fa parlando della nascita di Gesù, e focalizzando la sua attenzione su ciò che di più piccolo e più povero gli occhi possono vedere: dei pastori, una mangiatoia, un bambino (Lc 2, 7-11).
Giovanni passa dal principio eterno alla storia degli uomini, presentando innanzitutto un personaggio: Giovanni il Battista (“Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni” – Gv 1,6). La luce inizia ad entrare nel mondo grazie a lui e alla sua testimonianza.
Come nei primi versetti l’evangelista racconta che il Figlio è completamente rivolto verso il Padre, così ora sentiamo che anche Giovanni è completamente rivolto verso il Messia.
La presenza storica del Signore in mezzo a noi inizia grazie ad un uomo che accetta di volgere tutto se stesso verso Colui che viene, che accetta di essere testimone del Signore.
A questo punto, il Vangelo compie un ulteriore passaggio: quel Verbo, che all’inizio abbiamo contemplato nel grembo della Trinità, non solo si rende presente attraverso un profeta, come poteva essere il Battista. Lui stesso entra nella storia, cammina tra noi: l’Incarnazione (“E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” – Gv 1,14). Si avvicina fino a diventare visibile, toccabile, esperienza quotidiana di ogni uomo.
Questo vuole dirci il Prologo: la luce inaccessibile, eterna, che è Dio stesso nella sua vita intima, ora può essere contemplata con gli occhi della carne, perché è venuta in mezzo a noi.
Il Prologo ci insegna innanzitutto a tenere insieme questi due sguardi.
Esiste ciò che si vede, ovvero la nostra storia; ed esiste la vita di Dio, che non si vede.
Eppure sono la stessa storia, ed è possibile vedere Dio guardando con attenzione la storia degli uomini.
La storia non è più una storia “chiusa”, finita in se stessa: è in qualche modo narrazione della vita di Dio.
La fede diventa matura quando riesce a fare unità tra questi due sguardi, tra ciò che si vede – la nostra storia – e la vita di Dio che non si vede. In questo modo anche noi, come Giovanni, potremo dire: “Abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14). La gloria di Dio non consiste nel suo rimanere inaccessibile e lontano, ma nel suo farsi accessibile e presente, perché questo è lo stile dell’amore.
Il Prologo non spiega il perché di questo movimento di Dio: non lo motiva, non lo giustifica.
Il venire di Dio è infatti pura gratuità: non è reazione al nostro peccato, non è frutto di una necessità, né di un calcolo, non è nemmeno qualcosa che si può spiegare.
La vita trinitaria è vita che si diffonde, come la luce (“In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” – Gv 1,4-5); è amore che trabocca.
Giovanni, dunque, non racconta il perché dell’Incarnazione, ma fa intravvedere il frutto di questo venire di Dio nella nostra carne. Il frutto è la possibilità, per chi lo accoglie, di diventare figli di Dio (“A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” – Gv 1,12).
E questo significa che la nostra storia, così com’è, entra a far parte di quella vita di Dio di cui Giovanni parla all’inizio.
Non qualcosa che si aggiunge alla nostra condizione umana, ma una nuova nascita, offerta alla libertà di tutti, resi capaci, per grazia, di accogliere la luce.
Per questo, dunque, il Verbo si incarna: per generare figli di Dio.
+ Pierbattista




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