Martedì 6 Gennaio (SOLENNITA’ – Bianco)
EPIFANIA DEL SIGNORE
Is 60,1-6 Sal 71 Ef 3,2-3.5-6 Mt 2,1-12
Di Giorgio Scatto Monastero Marango🏠home
L’Epifania – nome di origine greca che significa “manifestazione” – è un mistero multiforme. La tradizione latina lo identifica con la visita dei Magi al Bambino Gesù a Betlemme, e dunque lo interpreta come rivelazione del Messia di Israele ai popoli pagani. La tradizione orientale, invece, privilegia il momento del battesimo di Gesù al fiume Giordano, quando egli si manifestò quale Figlio Unigenito del Padre, consacrato dallo Spirito Santo. Il Vangelo di Giovanni invita a considerare “epifania” anche le nozze di Cana, dove Gesù, mutando l’acqua in vino “manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui” (Gv 2,11).
Nel nostro commento mi soffermerò prevalentemente sull’episodio dei Magi. Vediamo, allora, cosa dice il Vangelo della festa odierna.
«Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo di re Erode, alcuni magi giunsero da oriente a Gerusalemme». Le testimonianze antiche variano molto a proposito del numero dei Magi. Si va da due a un massimo di otto. Alla fine è prevalso il numero di tre, forse in riferimento ai tre doni offerti – oro incenso e mirra – o perché se ne fecero i rappresentanti delle tre etnie di Sem, Cam e Jafet, simbolo di tutti i popoli della terra. I loro nomi, attualmente accettati dalla tradizione – Melchiorre, Gaspare e Baldassarre – appaiono per la prima volta in un anonimo manoscritto italiano del IX secolo; quindi una testimonianza molto recente e poco fondata. La loro condizione di re manca totalmente di fondamento storico. Sembra piuttosto una interpretazione troppo letterale del salmo 72,10: «I re di Tarsis e delle isole portino tributi, i re di Saba e di Seba offrano doni».
Una preziosa testimonianza archeologica del tempo di Costantino attesta l’origine persiana dei Magi. Questi non avrebbero nulla in comune con i prestigiatori egiziani o con gli astronomi caldei, né in generale con coloro che si dedicano alla magia. Erano probabilmente i seguaci della dottrina di Zarathustra (VI sec. a.C.), una casta di saggi che esercitava una grande influenza sugli imperatori assiri, caldei e medi. La religione di Zarathustra presentava interessanti punti di contatto con le credenze mosaiche e con la speranza messianica dell’A.T. Si insegnava la lotta incessante per la vittoria finale del bene sul male, realizzata attraverso il soccorso di un «alleato» che doveva nascere da una vergine «che nessun uomo avrebbe avvicinato». Questa idea può essere una contaminazione con la fede e con le speranze messianiche del popolo giudaico, al tempo della deportazione in Babilonia.
«Dov’è colui che è nato, il re dei giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». Le Scritture di Israele, tradotte in greco due secoli prima di Cristo, avevano diffuso in tutto il mondo la speranza di un re che doveva venire dalla Giudea. I Magi si sono messi in cammino perché hanno «visto spuntare la sua stella». È una stella che essi hanno visto spuntare in Oriente, ma che in seguito non si mostrerà più fino a Gerusalemme e che si fermerà sulla casa dove si trovava il bambino. Ѐ difficile pensare a una stella in senso astronomico: come farebbe del resto una stella posarsi sopra una casa? È piuttosto da identificare la stella dei magi con la luce messianica annunciata da Isaia: «Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce; su coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce rifulse. Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio» (Is 9,1.5) «Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del tuo sorgere» (Is 60,3). Il cammino dei Magi è allora la certezza che la luce del Messia non è una grazia riservata solamente ai giudei, ma è un dono offerto gratuitamente a tutti.
«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra». Sullo sfondo c’è la memoria della festosa visita della regina di Saba al re Salomone e della sontuosità dei suoi doni: «La regina di Saba, sentita la fama di Salomone, arrivò a Gerusalemme con un corteo molto numeroso, con cammelli carichi di aromi, d’oro in grande quantità e di pietre preziose» (1Re 10,1-2). Questa magnificenza è sembrata agli scrittori biblici come un presagio dell’era messianica: Gerusalemme avrebbe visto affluire verso di sé le ricchezze dei popoli pagani.
Leggiamo infatti in Isaia: «Tutti verranno da Saba portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore» (Is 60,6). Non c’è dubbio che Matteo abbia visto, nell’offerta dei Magi, il compimento delle profezie messianiche: Gesù è il Messia, il Figlio di Dio, a cui va l’adorazione dei popoli.
L’offerta dell’oro e dell’incenso hanno questo significato: sono il riconoscimento della sua regalità messianica e della sua divinità. L’incenso si offriva infatti davanti al Santo, nel tempio di Gerusalemme. E l’offerta della mirra? Ricordiamo che Nicodemo, che era andato da Pilato a chiedere il corpo di Gesù, «portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di aloe». Lui e Giuseppe d’Arimatea «presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme con aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura» (Gv 19,39-40). La mirra ci ricorda allora che il vero battesimo di Gesù è un battesimo nella morte. Gesù si immerge nelle acque oscure della morte per riscattare tutti coloro che erano prigionieri della morte. Lui è sceso non solo nelle acque del Giordano, ma è sprofondato nell’abisso per accogliere tra le sue braccia tutti i morti e consegnarli alla misericordia del Padre.
Cos’è allora la festa dell’Epifania? È la festa degli stranieri, degli immigrati, dei senza diritti, dei lontani. Ѐ la festa di noi che eravamo estranei alle promesse di Dio e alla sua Alleanza. Eravamo goìm, non-popolo, e ora grazie alla sua misericordia, ci è stato concesso di prendere posto nel cuore del popolo eletto. Non siamo però noi a portare doni. Il dono ci viene offerto da Gesù, il Figlio di Dio che si fa Emmanuele, Dio con noi. Lo spiega molto bene l’apostolo Paolo: «Ora, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia» (Ef 2,13-14).
E nella seconda Lettura della messa odierna leggiamo: «Le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo» (Ef 3,6). Diciamolo chiaramente: celebrare l’Epifania non è mettere delle statuine in più nel presepio, ma sciogliere i nodi che ci impediscono di incontrare gli altri; è abbattere i muri dell’inimicizia e dell’ostilità; è non considerare più nessuno come straniero. Il dono dell’unità di tutto il genere umano, annunciato dalla nascita di Gesù, e accolto dai pastori e dai magi, vale molto di più di tutto il nostro oro e argento.
Così cantiamo in un’antifona dei primi vesperi del battesimo di Gesù: «Ecco, ti ho posto come luce delle genti, affinché tu sia la mia salvezza fino all’estremità della terra».
Giorgio Scatto
giorgio.scatto@gmail.com




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