Martedì 6 Gennaio (SOLENNITA’ – Bianco)
EPIFANIA DEL SIGNORE
Is 60,1-6 Sal 71 Ef 3,2-3.5-6 Mt 2,1-12
Di Sorella Michela Arnone🏠home
“Uno stuolo di cammelli ti invaderà, dromedari di Màdian e di Efa, tutti verranno da Saba, portando oro e incenso e proclamando le glorie del Signore”. La profezia di Isaia, che abbiamo letto oggi, in cui una città e con essa il suo popolo sono chiamati ad alzarsi e rivestirsi di luce perché il Signore Dio interviene e fa splendere la sua luce, è fortemente richiamata dal racconto evangelico dei Magi che trovano e adorano Gesù. Questa profezia ci fa comprendere subito quello che l’evangelista Matteo vuole far risaltare: c’è una luce che brilla (nel racconto la protagonista è una stella), una luce che manifesta la presenza della gloria del Signore e quella presenza va riconosciuta accorrendo; allo stesso tempo, l’accorrere delle genti mostra e proclama gloria al Signore.
Il racconto dei Magi è presente solo nel Vangelo di Matteo, in Luca coloro che adorano il bambino e proclamano gloria a Dio sono i pastori; questa unicità non basta per dire che il racconto non ha una base storica, ma più probabilmente deve essere avvenuto qualcosa di concreto che poi l’evangelista potrebbe aver riscritto avendo nella mente e nel cuore questa profezia di Isaia. Dunque, si tratterebbe di un episodio storico interpretato come compimento di quella visione di Isaia, episodio che dunque viene presentato come tale ai lettori. Nella visione di Isaia c’è un ricongiungimento, i figli ritornano e accorrono, c’è una gioia che domina perché si riunisce ciò che prima era diviso e tutto questo perché splende la gloria del Signore. Sono questi gli elementi che condiscono anche il racconto evangelico, tanto commentato eppure così ricco ancora e a tratti misterioso. I magi vengono dall’Oriente, o comunque da dove sorge il sole, e il sorgere ricorre anche quando essi dicono di aver visto “sorgere” una stella; nel libro di Daniele i maghi sono presenti e non sono stregoni ma sono astrologi e sono coloro in grado di interpretare i sogni. Lì, alla presenza di Daniele, però, i maghi pagani fanno una brutta figura: solo Daniele che prega il Dio di Israele, fedele a quest’ultimo anche se deportato in terra straniera, può interpretare i sogni e anche i segni. Sogni e segni che vogliono “rivelare” la gloria di Dio, che vogliono manifestarla e ricordare ai potenti del mondo che il loro dominare è solo un frattempo, che essi devono ridimensionarsi nel loro potere perché viene il vero re, il vero Signore. Questi temi del libro di Daniele sono fortemente richiamati anche qui: c’è Erode, c’è il suo palazzo, c’è il suo potere minacciato da questo “re” che sta nascendo, c’è la sua astuzia e menzogna messa al servizio del suo potere; Erode, infatti, dice una palese menzogna quando chiede ai Magi di fargli sapere dove trovano il bambino perché vuole andare anche lui ad adorarlo. Egli – ci dirà il racconto più avanti – vuole, invece, uccidere il bambino. La cosa particolare del racconto è che i Maghi del racconto di Matteo, rispetto al libro di Daniele, sono figure positive: tutto il racconto si dipana a partire dalle loro azioni e dalla loro iniziativa. Sono loro a mettersi in viaggio, a riconoscere il sorgere di una stella che segna qualcosa di unico che sta avvenendo, a seguire quella stella; essi arrivano effettivamente dal bambino e accolgono che il re sia proprio quello, anche se non sta in un palazzo bensì in una semplice casa e in braccio a genitori semplici e umili; sono loro che si prostrano e lo adorano, sono loro a donare le cose preziose che avevano portato con sé, sono loro a credere al sogno che gli dice di non tornare da Erode. Questi Maghi sono per lo più ritenuti provenienti da popoli pagani; sarebbero espressione di pagani che, se si mettono onestamente in ricerca, possono trovare la verità: essi sono il segno che nel Figlio di Dio che è Gesù si riuniscono tutte le genti e tutti i popoli, senza più separazione. Questi pagani sono i primi, nel Vangelo di Matteo, che con il loro agire manifestano Dio e che la Sua gloria è su quel bambino; è per questo che oggi parliamo di Epifania, che significa “manifestazione”. Qualche altro studioso ha anche ipotizzato che invece questi magi sarebbero ebrei della diaspora: come Daniele avrebbero assunto abilità astronomiche, vivrebbero fuori da Israele ma la venuta del Messia in Gesù ora ricomporrebbe tutto il popolo e, come dice Isaia, si tratta dei “figli” che accorrono al risplendere della luce. Certo, se questa fosse l’interpretazione corretta, potrebbe essere strano che Matteo abbia usato il termine “maghi” e non dato indicazioni più chiare rispetto al fatto che si tratti di ebrei; ma, sia se li pensiamo come ebrei sia se li pensiamo come pagani, ciò che ci interessa di più è che Matteo vuole porre l’attenzione sull’urgenza di accorrere presso quel bambino che è venuto a cambiare il corso della storia.
La ricerca di questi uomini, esempi di sapienza perché in grado di mettersi in gioco davanti ai segni, si incontra con la Scrittura; loro da soli non sono in grado, pur seguendo la stella, di trovare il bambino: bisogna scrutare le Scritture e saranno loro a dire che il re uscirà da Betlemme, infatti Matteo ci aveva già detto che era della stirpe di Davide. Ironicamente, allora, il passaggio per il luogo del potere e lo scontro che poi si genererà tra questo e il bambino, diventa necessario per trovare quel bambino: in quel luogo “negativo” passa una verità che emerge dalle Scritture interpellate dagli Scribi. Come in Daniele, dove ogni sogno e ogni segno sono un appello al potente di turno per convertirsi, anche questo è un appello per il potente: se non si converte è perché egli non lo vuole!
Grazie all’indicazione che viene dalla profezia di Michea, i maghi giungono a Betlemme ma la casa è indicata dalla stella: “la gloria del Signore brilla su di te”, ha detto Isaia, e così la stella si ferma “sul bambino”. I maghi entrano e trovano una scena ordinaria, semplice, ma riconoscono che in quell’ordinario c’è lo straordinario del divino che si rivela; e finalmente i maghi si prostrano, così come avevano detto ad Erode di voler andare dal “re” che è nato per prostrarsi. Quest’ultimo è un termine centrale di questo racconto: prostrarsi è riconoscere la signoria, la grandezza e la superiorità di ciò a cui ci si prostra e a cui si affida la vita. Se pensiamo al libro di Daniele, in cui c’è un continuo gioco con il prostrarsi (i sovrani che vogliono che ci si prostri a loro, gli ebrei che si rifiutano e rischiano la vita, i sovrani che a loro volta si prostrano a Daniele dovendo riconoscere la superiorità del suo Dio), allora capiamo meglio cosa Matteo vuole dirci con questa scena: davanti all’agire di Dio l’uomo è chiamato a riconoscerne la MANIFESTAZIONE. Tanto simbolismo è stato immaginato intorno a oro, incenso e mirra, i doni che a Gesù vengono fatti; questi, ulteriore riconoscimento della sua natura come re (l’oro), sacerdote (incenso), profeta e servo sofferente (mirra). Allo stesso tempo, riconoscimento di ciò che l’uomo consegna a questo Dio, il suo meglio (l’oro), la sua sofferenza (la mirra) e la sua adorazione e preghiera (l’incenso). I due livelli di significato li possiamo immaginare come qualcosa che si completa a vicenda, ma allo stesso tempo compie la profezia di Isaia in cui si parla di oro e incenso.
“Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce”: a noi è rivolto allora oggi questo appello, a noi Chiesa e a noi singoli fedeli che si trovano di fronte a questo mistero dell’agire di Dio.
Ci metteremo in cammino come i magi? Leggeremo i segni, ascolteremo i sogni?
Sorella Michela Arnone
Gocha Kakabadze (1966): L’Epifania




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