Figlie della Chiesa Lectio BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO A)

Domenica 11 Gennaio (FESTA – Bianco)
BATTESIMO DEL SIGNORE (ANNO A)
Is 42,1-4.6-7   Sal 28   At 10,34-38   Mt 3,13-17

Di Figlie della Chiesa🏠home

Nel tempo liturgico del Natale siamo giunti alla festa del Battesimo del Signore. Sembra strano che dopo aver ascoltato da poco il vagito del Verbo fatto carne, in questa domenica incontriamo Gesù già adulto, prima di iniziare il suo ministero pubblico, quando si presenta a Giovanni il Battista per essere battezzato. È un momento misterioso e solenne che ci apre la porta per comprendere, insieme alla figliolanza di Gesù, anche la nostra.

Infatti, attraverso il Sacramento del Battesimo entriamo, anche se inconsapevoli, nella grande famiglia dei figli di Dio; e questo fa sì che non lo percepiamo come qualcuno lontano da noi, ma talmente vicino che possiamo chiamarlo Papà. Quale intimità più grande? Quale dono più grande potevamo ricevere?

Infatti, nella pericope di Matteo che leggiamo in questa liturgia, ascoltiamo le parole che Dio ha rivolto a Gesù: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento». Questa frase rivolta al Figlio possiamo sentirla rivolta a ognuno di noi, se la guardiamo insieme al passo del vangelo di Giovanni in cui Gesù, nella preghiera rivolta al Padre dice: «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). Con questa preghiera, Gesù ci manifesta la nostra condizione di essere Figli amati dal Padre suo.

Meditando la Parola di questa liturgia, possiamo notare che non ci sono miracoli, non ci sono folle entusiaste: c’è solo Gesù che si mette in fila con i peccatori, che si immerge nell’acqua come tutti gli altri.

È il modo in cui Dio decide di iniziare il suo cammino pubblico: stando dentro la fragilità dell’uomo. Quale potente si è mai immedesimato in tutto nelle fragilità dell’uomo? Il fatto che Gesù non resta sulla riva, ma scende nell’acqua, è un gesto che parla alla vita di ciascuno di noi: Dio non ci guarda da lontano, non attende che siamo già puri; ma entra lì dove siamo, anche nelle acque torbide della nostra storia personale.

Continuando la nostra lettura e approfondendo questi pochi versetti di Matteo, molto intensi, vediamo anche la figura di Giovanni, il quale vorrebbe trattenere Gesù dal suo proposito di farsi battezzare. Egli, che aveva esultato nel ventre di Elisabetta, sua madre, percependo la presenza del Messia, cerca ora di fermare Gesù, riconoscendo che è lui ad avere bisogno del battesimo.

Tante volte anche noi vorremmo impedire a Dio di avvicinarsi s noi: per vergogna, per senso di colpa, per paura di non essere abbastanza degni, riconoscendo la nostra pochezza, i nostri limiti e fragilità. Ma Gesù risponde a Giovanni (e a noi): “Lascia fare per ora”; lascia che io entri. Permettimi di stare con te così come sei.

Pensando a questo amore viscerale di Dio che si manifesta nella persona di Gesù, mi viene in mente una meditazione di qualche anno fa di padre Ermes Ronchi, che così scriveva: «Tramonto a Patmos, l’isola dell’Apocalisse. Stavamo seduti davanti al fondale magico delle isole dell’Egeo, in contemplazione silenziosa del sole che calava nel mare, un monaco sapiente e io. Il monaco ruppe il silenzio e mi disse: lo sai che i padri antichi chiamavano questo mare «il battistero del sole»? Ogni sera il sole scende, si immerge nel grande bacile del mare come in un rito battesimale; poi il mattino riemerge dalle stesse acque, come un bambino che nasce, come un battezzato che esce. Indimenticabile per me quella parabola, che dipingeva il significato del verbo battezzare: immergere, sommergere. Io sommerso in Dio e Dio immerso in me; io nella sua vita, Lui nella mia vita. Siamo intrisi di Dio, dentro Dio come dentro l’aria che respiriamo; dentro la luce che bacia gli occhi; immersi in una sorgente che non verrà mai meno, avvolti da una forza di genesi che è Dio» . Nel momento in cui comprendiamo questo grande amore, smetteremo di difenderci da Dio e desidereremo soltanto immergerci in Lui.

Per Matteo ancora non basta; e vuole spingerci ad andare ancora più in profondità. Leggiamo infatti: “Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento»”.

Solo dopo che Gesù è emerso “si aprono i cieli”. È un’immagine potente: quando lasciamo che Dio entri nelle nostre fragilità, qualcosa si apre anche dentro di noi. Riconosciamo quella libertà che ci viene donata; e anche se vediamo limiti li accettiamo, perché ci rendono diversi e più felici. La nostra preghiera diventa più vera, la vita più respirabile, il cuore meno chiuso. I cieli si aprono non perché diventiamo perfetti, ma perché permettiamo alla luce di entrare, di immergersi in noi.

La scena si arricchisce ancora di un’altra figura: lo Spirito Santo, che appare in forma di colomba; figura che riporta alla mente la fine del diluvio e indica un nuovo inizio. Lo Spirito non scende come un’aquila, non irrompe con forza. Scende come una colomba, con delicatezza, con rispetto. Dio non invade, non forza: si posa. È come una carezza che ti scalda il cuore ma non lo brucia. Il nostro essere figli cresce quando impariamo ad accogliere questa delicatezza, quando lasciamo spazio, quando ascoltiamo.

Chi e cosa ascoltiamo?

Ecco, si ode una voce che dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato”! È un’affermazione importante e bellissima, che riempie il cuore e non ci fa sentire più soli. Infatti, la voce del Padre, rivolta a Gesù, attraverso Gesù raggiunge ognuno di noi. Nel nostro Battesimo abbiamo udito la stessa voce: Tu sei amato. Non per ciò che fai, ma per ciò che sei. Siamo definiti Figli Amati.

Dio non ci ha chiesto il permesso di amarci! lo fa indipendentemente dalla nostra corrispondenza. Quale gioia più grande? Quale dono più bello? Nel tempo natalizio siamo abituati a ricevere doni e a volte restiamo male perché nessuno ci ha regalato quello che veramente il nostro cuore desiderava; ma Dio sa di cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo chiediamo. Apriamo perciò il nostro cuore e lasciamolo riempire di queste due piccole parole: Ti amo!


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