Domenica 18 Gennaio (DOMENICA – Verde)
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 49,3.5-6 Salmo 39 1Cor 1,1-3 Gv 1,29-34
Di Figlie della Chiesa🏠home
Nella domenica di oggi che riprende il ciclo liturgico del tempo ordinario dell’anno A prima della Quaresima, il tema generale è quello della presentazione del Messia alla sua gente (e alla sua Chiesa) dopo la presentazione al mondo nei ripetuti episodi di Epifania.
Egli ci viene presentato nascosto sotto le specie misteriose del Servo sofferente nella prima lettura, tratta appunto dal secondo canto del servo sofferente di Isaia; ci viene poi mostrato con chiarezza e forza da Giovanni Battista nel Vangelo, mentre nel salmo responsoriale è contenuta la sua dichiarazione di intenti: “Ecco, io vengo… a fare la tua volontà”; nella seconda lettura, che presenta la formula introduttiva della prima lettera di Paolo ai Corinzi, non c’è riferimento alla figura del Messia, ma una bella immagine di Chiesa, che coinvolge la comunità cristiana di Corinto.
Nella prima lettura, tratta da Isaia (49,3.5-6) viene delineato il Servo sofferente e la sua missione: in realtà si tratta di una figura misteriosa; da sempre però nella fede cristiana è stato letto come Icona profetica del Messia.
Il brano è un encomio della figura del Servo Sofferente; Dio sembra quasi non avere lodi a sufficienza per descrivere la grandezza della figura del profeta e della sua missione (“è troppo poco che tu sia mio servo…”); in realtà nel brano proposto dalla liturgia c’è una certa discontinuità con il brano integrale della Scrittura, dove prima delle parole entusiasmanti che abbiamo letto troviamo dichiarazioni pessimistiche e sfiduciate da parte del Servo stesso sui risultati ottenuti nella sua missione: “Invano ho faticato, per nulla ed invano ho consumato le mie forze”…
Sembra allora che il Signore, quasi per incoraggiarlo, gli riveli l’ulteriore grandezza delle dimensioni della sua missione. Essere Servo del Signore è già un titolo di grande autorità: servi del Signore furono Abramo, Mosè e Davide. Qui però non si tratta più di una missione di salvezza per il solo popolo di Israele, ma si dice: “Io ti renderò luce delle nazioni perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra”. La missione del Servo sofferente viene trasportata in una dimensione universale.
Il Salmo 39 (40) è un lamento sulla fragilità della vita umana, sulla brevità dell’esistenza e sulle sofferenze causate dai peccati; tuttavia, nel brano proposto oggi troviamo anche la manifestazione di un forte atteggiamento di speranza: “Ho sperato, ho sperato nel Signore”; di apertura ad una preghiera più interiore e meno rituale: “sacrificio ed offerta non gradisci” e la disponibilità a svolgere una missione nuova: “Ecco io vengo…. a fare a tua volontà “. Il Messia che viene così delineato presenta una proposta piuttosto rivoluzionaria agli occhi dei pii Israeliti, che resta del tutto attuale anche per noi, cristiani di oggi.
Nella seconda lettura, che riporta l’introduzione della prima lettera ai Corinti, sono indicati il mittente e i destinatari in modo particolarmente solenne: Paolo si autodefinisce chiamato ad essere apostolo di Cristo per volontà di Dio e parla alla comunità di Corinto riconoscendole titoli importanti. Essi sono la Chiesa di Dio che è in Corinto, cioè l’assemblea convocata da Dio, chiamata alla salvezza; in secondo luogo, essi sono stati santificati in Cristo Gesù: questo significa che il Padre li ha resi santi, per mezzo della morte e risurrezione di Cristo Gesù. È una santità donata, non acquistata per sforzo personale. Infine, i Corinti invocano il nome del Signore Gesù Cristo. Si può sentire qui l’eco delle parole del profeta Gioele (3,5): “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”.
Nel Vangelo di Giovanni (Gv 1 ,29-34) il Battista ci indica chiaramente il vero Messia, la sua identità e la sua missione: “Ecco l’Agnello di Dio, Colui che toglie il peccato del mondo”. L’immagine dell’agnello non ci stupisce, perché, in quel paese di tradizioni pastorali, era comunemente collegata all’idea del sacrificio rituale, in espiazione delle colpe, nella grande Festa dello Yon Kippur.
Ma la tradizione più significativa è senza dubbio quella della pasqua, quando in ogni famiglia veniva sacrificato e mangiato un agnello in ricordo del sangue che, versato sugli stipiti delle case, aveva salvato il popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Oltre a tutto sappiamo anche che ci fu poi la coincidenza dell’ora della morte di Gesù con l’ora in cui si sacrificava nel Tempio l’agnello pasquale.
Il verbo usato dall’Evangelista Giovanni suona “airo” in greco ed è tradotto in latino col verbo tollere; entrambi questi verbi hanno più significati e possono essere resi in italiano come: “portar via”, “cancellare”, ma anche come “sollevare”, “portare su di sé”.
Tali traduzioni sono suggestive, perché è vero che Gesù con il suo sacrificio ha cancellato gli effetti del peccato di origine, ma è anche bello pensare che questo effetto lo ha prodotto proprio addossandosi il carico della colpa dell’uomo.
Proprio questo senso può esserci suggerito da molte Scritture, a cominciare da Isaia (53,4.11), che nel quarto canto del Servo di Jahvé dice: “Si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… Il giusto mio servo giustificherà molti, egli si addosserà le loro iniquità”. Ancora più forte l’affermazione di Paolo in 2 Corinti 5,21: “Colui che non aveva conosciuto peccato Dio lo fece peccato… “Gesù è stato trattato come se avesse compiuto tutti i peccati degli uomini, come se fosse il peccato in persona. Ed anche Pietro ci dice nella sua prima lettera (2, 22.24) che “Egli portò i nostri peccati nel suo Corpo sulla Croce… dalle sue piaghe siete stati guariti”
Il Battista, spiegandoci chi è questo Messia, dice: “Un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”; un discorso un po’ complesso che verosimilmente vuol dire: è avanti di me, cioè è più importante e più grande di me perché è da sempre nel seno del Padre, presente e vivo già prima di me. Ma poi Giovanni pronuncia (e ripete) una frase che ci lascia piuttosto stupiti: “Io non lo conoscevo” … mentre risulta, dal Vangelo di Luca, che erano parenti! Probabilmente il Battista intende dire che non ne conosceva la vera natura e l’ha conosciuta in quel momento, quando Dio stesso (Colui che lo ha inviato a battezzare con l’acqua) gliel’ha rivelato, attraverso l’immagine dello Spirito che si posa su Gesù nell’aspetto di colomba. Il riferimento è alla colomba che annunciò a Noè la fine del Diluvio; è dunque l’immagine di una nuova Alleanza, di una nuova Creazione. Per questo il Battista non esita a pronunciare la sua testimonianza: “E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.




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