Domenica 18 Gennaio (DOMENICA – Verde)
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 49,3.5-6 Salmo 39 1Cor 1,1-3 Gv 1,29-34
Di Don Paolo Zamengo
Nel vangelo veniamo a conoscere la settimana inaugurale di Gesù, la
settimana della nuova creazione, che si concluderà con il sabato, il
sabato di Cana di Galilea con l’acqua mutata in vino e in quel il sabato i
discepoli videro la sua gloria. E il secondo giorno della settimana ecco
che il Battista presenta Gesù come l’Agnello di Dio, su cui ha visto
scendere lo Spirito e rimanere perché Gesù è il Figlio di Dio.
Che senso ha la parola “agnello”, la parola “peccato”, la parola “Figlio di
Dio”? Quale viaggio hanno percorso nel segreto le parole che esprimono ciò che il Battista ha capito e che anche noi abbiamo afferrato di Gesù. Il Battista riconosce questo suo crescere nella conoscenza di Gesù.
Per ben due volte, in modo esplicito, afferma che non lo conosceva. Siamo solo noi che parliamo come se conoscessimo già tutto, anche di Dio!
“Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele”.
“Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: l’uomo sul quale vedrai
scendere e rimanere lo spirito è colui che battezza in Spirito Santo”. “Io non lo conoscevo…” Ma poi
Giovanni il Battista ha interiorizzato i segni. I segni hanno trovato dimora dentro di lui. C’è stato un viaggio
nel suo cuore, una ricerca. Ed ecco il senso affiora: è “l’Agnello di Dio”.
Ricordiamo un’altra pagina di Vangelo quando Giovanni Battista dal carcere manda a chiedergli: “Sei tu
colui che deve venire o dobbiamo attendere un altro?” Vedete come le parole prendono luce e prendono
ombra secondo gli accadimenti della vita, secondo le emozioni del cuore. Per questo è importante sostare
sulle parole e cercarne il senso. Indugiamo allora pur se brevemente sulle parole: “Ecco l’Agnello di Dio,
ecco colui che toglie il peccato del mondo”
Sulla bocca del Battista che parlava aramaico, questo titolo rivolto a Gesù era certamente “taljah”, che
significa “servo” e “agnello” nello stesso tempo. Probabilmente il Battista l’ha interpretata nel senso di
“servo”, servo di Dio, di Jahvè, quel servo di cui parlava Isaia. Non l’aveva forse visto anche come un servo,
un “servo di Dio” nelle acque del Giordano?
Ma poi la parola “taljah” nel suo viaggio andò a polarizzarsi sul significato di agnello: non era forse vero che
la sentenza di morte a Gesù era stata pronunciata il 14 di Nisan, verso mezzogiorno, proprio nell’ora in cui
si sgozzavano gli agnelli? Gesù dunque l’agnello sgozzato che toglie il peccato del mondo.
Il peccato del mondo: al singolare. Quasi una forza che precede i nostri singoli peccati, una forza del male inquinante, invasiva che di fronte a certe manifestazioni allucinanti ti fa dire: ma come è possibile? Come è possibile che quattro ragazzi massacrino un amico, per dieci milioni, per andare a sciare?
Come è possibile che qualcuno accenda dei fuochi in un locale per le feste dell’ultimo dell’anno, fuochi in segno di allegria dove non c’erano sorveglianti, né antincendio né scale adeguate per fuggire e salvarsi e altri a tirare fuori il cellulare per filmare la scena come se fosse un set cinematografico. E intanto sono morti in 40 e i feriti dal corpo deturpato sono 116, e la padrona del locale scappa portandosi la cassa per
salvare i soldi.
Dov’è questo pensiero corrotto che induce a ritenere che un volto conti meno di dieci milioni, meno di una sciata sulla neve? O, se volete, questo pensiero strisciante, il peccato del mondo, per cui “io” conto, conta
il mio divertimento. Il volto degli altri nemmeno lo guardo?
E forse non basta denunciare per togliere il peccato del mondo! Mi fa sempre molto pensare il duplice significato del verbo “tollere” in latino: togliere e portare, togliere e caricarsi. Gesù ha tolto, caricandosi
sulle spalle il peso. Non siamo molto credibili quando denunciamo, ma i pesi non svogliamo sfiorarli nemmeno con un dito. Caricarsi del peso, per toglierlo non siamo capaci né vogliamo impararlo.




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