Sorella Michela Arnone Commento II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 18 Gennaio (DOMENICA – Verde)
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 49,3.5-6   Salmo 39   1Cor 1,1-3   Gv 1,29-34

Di Sorella Michela Arnone Monastero di Ruviano 🏠home

“Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà” ci fa cantare la liturgia come versetto del Salmo 39; quest’ultimo è l’espressione di un dialogo con Dio nel quale l’uomo che grida e Lo cerca, che in Lui spera, trova risposta alle sue domande, i suoi orecchi si aprono, trova la legge di Dio scritta dentro al suo intimo. È così che questo uomo può scoprire che fare la volontà di Dio è risposta alle stesse domande che l’uomo si porta e per le quali ha gridato a Dio, una volontà scritta nell’intimo, appunto, una volontà che non è sacrificio né rinuncia sterile, una volontà che è pienezza e che conduce ad annunciare la giustizia nella grande assemblea, conduce all’impossibilità di tacere. Questo salmo ci introduce benissimo ai due personaggi sui quali il Vangelo oggi ci fa meditare, Giovanni e Gesù: essi sono proprio questo, ciascuno di loro due ha cercato e trovato la legge di Dio inscritta nel proprio intimo, è venuto per fare la volontà di Dio e ha vissuto questo non come sacrificio o olocausto, ma come compimento per la propria persona e questo ha portato salvezza al mondo. Di loro due il profeta Isaia può dire in verità, da parte di Dio: «Mio servo sei tu (…) Io ti renderò luce delle nazioni». Questo ci raccontano i Vangeli, questo ci racconta il testo di oggi; purtroppo molto spesso questo non racconta la nostra vita e il nostro essere cristiani. Quanti possono dire, in umiltà e sincerità, di poter cantare il Salmo 39 sentendolo addosso e vero per sé stessi? Quanti di noi, invece, di fronte alle difficoltà della vita e anche del cammino di fede, smettono di gridare al Signore, di lasciare che sia Lui a tracciare la strada, perdendo il contatto con quella legge di Dio scritta nel proprio cuore? E così, in poco tempo, la volontà di Dio sembra un sacrificio enorme calato sopra all’uomo, a lui impossibile a causa dell’umana fragilità; basta poco, basta allontanarsi da Dio, dalla preghiera, dalla Parola, dai fratelli, e la realtà si capovolge, tutto ciò che Dio ci aveva chiesto sembra un fardello pesante impossibile da portare; e si resta convinti di sé, perché le orecchie ormai si sono chiuse alla Parola. Proprio a noi, che facciamo operazioni del genere più e più volte nella vita, ora è rivolto questo testo dell’Evangelo di oggi; forse possiamo ancora convertirci e concedere a Dio la possibilità di aprirci le orecchie. Oggi non dobbiamo fare altro, non dobbiamo fare molto: solo essere seduti e attenti a ricevere la testimonianza di Giovanni su Gesù. Il testo di oggi, che è in perfetta continuità con domenica scorsa raccontandoci il Battesimo di Gesù secondo il racconto giovanneo, è un vero è proprio kerygma: è un annuncio. Tutte le parole importanti sono poste in bocca a Giovanni, il precursore, da lui vogliono incontrare noi e le nostre vite, vogliono toccare il nostro cuore. Dopo aver letto un commento al Vangelo, è sempre bene tornare sul testo: oggi è ancora più necessario, perché più che comprendere è il momento di lasciarsi incontrare da un annuncio. Il testo è incorniciato, infatti, da due dichiarazioni fortissime: Gesù è l’agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo (Gv 1,29) ed Egli è il Figlio di Dio (Gv 1,34). Questo testo rappresenta la prima comparsa del personaggio di Gesù nel Vangelo di Giovanni: pochi versetti prima, il precursore Giovanni aveva parlato di uno che sarebbe venuto e il suo battesimo nell’acqua serviva per darGli testimonianza. E qui, Gesù viene verso Giovanni: per ora Gesù non fa e non dice nulla, tutto è consegnato alla testimonianza del precursore. L’evangelista Giovanni, allora, fa in modo che il suo lettore, come i discepoli di cui parla subito dopo, passi attraverso il precursore, che si relazioni all’uomo Gesù, che lo segua nel suo cammino e nel suo agire partendo da quello che di Lui è detto, con autorevolezza profetica, proprio dal precursore. Nella dinamica di questo Vangelo, non si può seguire Gesù se non si recepisce subito e prima il kerygma che oggi Giovanni proclama: Egli è l’agnello di Dio, Egli è il Figlio di Dio. Perché l’agnello? Per Israele, l’agnello è l’animale del sacrificio pasquale, quello che viene immolato in ricordo della notte in Egitto in cui la morte che passava risparmiò i figli di Israele grazie al sangue dell’agnello messo sugli stipiti delle porte; l’agnello è quello che “Dio si procurò” sul monte risparmiando Isacco che ad Abramo era stato chiesto in offerta; l’agnello è quello prescritto, insieme ad altri animali, per i riti di purificazione ed espiazione. Eppure, togliere i peccati del mondo è molto di più: Isaia parla di un profeta suo servo che porta i peccati di molti (Is 53,4.12). Assolutamente nuovo, perciò, è il fatto di accostare queste due cose: l’agnello che non è mai una persona nell’AT e la sua possibilità non solo di purificare ma di togliere il peccato del mondo. Eppure, con tali caratteristiche è presentato Colui che viene, questo è il Messia che Dio ci manda, il giusto per eccellenza che è Figlio di Dio. Il dono più grande che Dio poteva farci è questo, il suo Figlio che può renderci liberi dal peccato, non solo noi ma anche tutto il cosmo! Noi uomini, però, abbiamo la responsabilità di accogliere questa testimonianza e consegnare il nostro peccato a quell’agnello umile che muore per noi. Fintanto che il nostro peccato lo teniamo stretto, esso continua a portarci alla morte!

Dentro a questa grande testimonianza del precursore, nel centro del testo di oggi, troviamo la scena del Battesimo di Gesù raccontata dallo sguardo e dalla voce di Giovanni; a lui che è voce, era giunta una Parola che gli aveva profetizzato che sarebbe venuto dietro a lui uno che però era prima di lui («In principio era il Verbo» Gv 1,1); questa Parola aveva anche profetizzato che su questi egli avrebbe visto discendere come colomba lo Spirito e rimanere su di lui. E ora, Giovanni lo racconta e testimonia che ciò che era stato profetato alle sue orecchie aperte («hai aperto le mie orecchie» Sal 39,7) è avvenuto: su Colui che appare un uomo come tutti gli altri, lo Spirito è sceso ed è rimasto. Su tanti profeti lo Spirito è sceso, ma qui c’è una grande novità: su Gesù esso rimane. Compare qui un tema centrale del quarto Vangelo, il rimanere, il dimorare, che in greco è lo stesso verbo. «Maestro dove dimori?» (Gv 1,38); «Rimanete nel mio amore» (Gv 15,9); «Se voglio che egli rimanga finché io venga, a te che importa?» (Gv 21,22), per riprendere solo qualcuna delle occorrenze. Sta avvenendo qualcosa di unico, di assolutamente nuovo: non solo il Messia atteso viene e si presenta come agnello che toglie il peccato del mondo, Egli è il figlio di Dio e su di lui lo Spirito scende e rimane; su questo rimanere si innesta la vita di Gesù, su questo si innesta la vita della Chiesa e di ogni singolo credente. Con questa testimonianza del precursore, che speriamo ci trovi pronti ad essere accoglienti, e nel solco del rimanere possiamo entrare nel cammino alla riscoperta del racconto dell’agire di Gesù che la liturgia ci ripropone in questo nuovo tempo ordinario e in questo anno di grazia 2026.


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