Figlie della Chiesa Lectio IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 1 Febbraio (DOMENICA – Verde)
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sof 2,3; 3,12-13   Sal 145   1Cor 1,26-31   Mt 5,1-12

Di Figlie della Chiesa🏠home

La liturgia di questa domenica ci invita a credere che la felicità esiste e che il suo segreto non è in un traguardo da cercare, ma in un percorso che si può scegliere di attraversare.

Oggi siamo invitati anche noi a salire sul Monte per metterci in ascolto di Gesù che, iniziando il Discorso della Montagna con una Parola di speranza, ci mette in cammino e ci sollecita a scendere e a concretizzare con responsabilità queste parole nella vita quotidiana.

Le Beatitudini ci spalancano un meraviglioso orizzonte: la felicità non è qualcosa da possedere, ma una via da percorrere. E, fortunatamente, non è vincolata a uno spazio e a un tempo: esistono molte vie di felicità e spesso si trovano dove meno ce lo aspettiamo.

È davvero una consolazione sapere che il primo discorso pubblico di Gesù non inizi con una regola, ma con un annuncio: “Beati!”. Questa solenne dichiarazione è preparata nella liturgia dalle due letture. Il primo annuncio di speranza è affidato alla voce di Sofonia, che aveva annunciato l’esilio del popolo di Israele. Nella terra promessa sono rimasti i poveri, gli umili, quelli che non interessavano ai potenti. Egli rivela che da quel “resto” povero e umile, rimasto dopo l’esilio, Dio potrà ricominciare una storia di salvezza e di speranza. Questo è un indizio importante, perché ci ricorda che siamo più vicini alla felicità proprio quando cade la nostra illusione di poterla programmare. Ed è una fortissima provocazione per noi, spontaneamente propensi a pensare che la felicità si trovi necessariamente al termine di percorsi dove si raggiungono i soliti idoli: potenza, ricchezza, benessere… Puntualmente ci accorgiamo poi che le cose non stanno affatto in questi termini. Quando fondiamo la ricerca della felicità sulla paura di morire e sulla conseguente bramosia di possedere, scopriamo poi dolorosamente che in questa direzione non ci aspetta alcuna vera gioia.

San Paolo, nella seconda lettura, ci ricorda che le circostanze in cui la felicità si può cercare seriamente sono quelle porzioni di vita che a noi non piacciono, mentre agli occhi di Dio sono un materiale preziosissimo. Infatti, proprio quel fariseo che perseguitava i cristiani, dopo la conversione dice con tutto il cuore: “Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù” (1 Cor 1,30).

Se ben ci pensiamo, le beatitudini sono state proclamate da Gesù in una cultura e in una società simile alla nostra, dove vigeva la legge della violenza, della forza, dove ciò che contava erano ricchezza e potere. Perciò esse sono anche oggi scandalose: anche se sembrano impossibili da realizzare, in realtà sono un pungolo che mette in discussione la nostra fede e la nostra concreta sequela del Signore. Esse ci indicano il senso della vita, della felicità: la comunione con Dio, attraverso posture e atteggiamenti che richiedono impegno e costanza.

Ci sono le felicità mondane, umane – quando riusciamo a ottenere qualcosa, a occupare un posto, a non avere malattie – e poi c’è la gioia di essere uniti a Cristo e scoprire come il suo stile di vita possa diventare anche lo stile della nostra.

Abituati a pensarle come un testo poetico o un “manifesto” morale, abbiamo dimenticato che le Beatitudini sono “linguaggio della croce”, dove si esprimono molte condizioni di sofferenza e dolore, dove si svela il misericordioso amore di Dio. Esse ci dicono che la felicità si può cercare proprio in quelle esperienze che ci appaiono sbagliate: nella debolezza, nel pianto, nella fame di giustizia, nella povertà di spirito. In esse si manifesta la possibilità di essere felici secondo il disegno di Dio. Gesù proclama beati i poveri in spirito, coloro che sanno ricevere perché hanno le mani vuote; quelli che stanno piangendo perché possono essere consolati; quelli che in questo mondo non sono attaccati ai beni ma camminano verso il Regno; quelli che invece di giustificarsi cercano il perdono, perché lo troveranno; quelli che non hanno il cuore complicato, perché si accorgono che nella realtà e persino nella croce si può scorgere la presenza di Dio; quelli che non s’addormentano finché sentono che c’è qualcuno che ha fame, che piange, che ha meno di loro.

Gesù non descrive un elenco di virtù morali, ma il meglio che può uscire dalla trama della nostra umanità. Le Beatitudini svelano che la realtà, con le sue ombre e le sue luci, può diventare un luogo di felicità. Esse ci liberano dall’illusione di una vita perfetta e ci insegnano a restare dove siamo, lasciando che lo Spirito trasformi le nostre povertà in uno spazio di comunione e fratellanza. Le felicità di questo mondo hanno vita breve e ci lasciano assetati e affamati, ma Quella secondo il Vangelo dura per sempre: è la gioia di chi continua ad amare anche nel dolore, di chi avanza sulla via della vita anche in mezzo alle contraddizioni.

In ebraico, infatti, “beato” significa proprio “chi, ritto, in piedi, va avanti”: chi non si ferma, chi non cede al lamento, chi continua a camminare verso Dio e verso gli altri, anche a piccoli passi.

Essere “poveri nella spirito” significa aderire alla realtà con cuore libero e puro, imparando ad accettare anche le sofferenze, le umiliazioni, le discriminazioni. Essere capaci di piangere significa versare lacrime che sgorgano dal cuore toccato dalla propria e altrui miseria. Essere miti significa esercitarsi a rinunciare alla violenza. Aver fame e sete di giustizia e verità significa desiderare che le relazioni siano autentiche. Praticare la misericordia e fare azioni di pace significa dimenticare il male ricevuto, perdonando.

Chi si trova in queste situazioni, chi lotta per avere questi atteggiamenti, può sperimentare la beatitudine, una gioia profonda e certamente a caro prezzo, ma nella comunione con il Signore che sempre ci rimane accanto. Dio non chiede di simulare sentimenti, ma di continuare a camminare verso di Lui con fiducia. La felicità nasce quando il cuore rinuncia a tutto, tranne che ad amare. Chi accoglie la vita come dono e cerca di viverla in fraternità scopre che la beatitudine del Vangelo è già cominciata. E che la vita può essere felice oggi, non domani, perché il Signore è con noi.


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